STUPIDO HOTEL

Emi (CD)

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Rieccolo, il buon vecchio Blasco. Sempre uguale e sempre diverso, alle prese con una decina di nuove canzoni. Si presenta con un singolo che squarcia il cielo, una ballad struggente e drammatica come “Siamo soli”: “Vivere insieme a me – canta –, “hai ragione te, non è mica semplice. Non lo è stato mai per me, io che ci credevo più di te che fosse possibile. Smettila di piangere. Siamo soli”. Un brano intenso che ha tutto il sapore dell’addio. Ma subito dopo riparte da un’angolazione completamente differente con “Ti prendo e ti porto via”, citazione del romanzo di Niccolò Ammaniti: “Ma dove vai, tanto oramai sei mia. Faccio così: passo di lì, ti prendo e ti porto via”. Questo è Vasco, signori miei: leggero e pesante, profondo e superficiale, duro e morbido. Tutto e il contrario di tutto. C’è la moderna “Strega” di Ammanniti, ma ci sono anche i più stradaioli Rolling Stones in “Stendimi”. C’è la pungente ironia rock di “Perché non piangi per me!?” e quella più soft di “Quel vestito semplice”. C’è persino il rap, un rap che non si prende granchè sul serio nella lite fra un uomo e una donna in “Io ti accontento”, con Black Diamond e Monyka “Mo” Johnigan che si mandano brutalmente a quel paese. Insomma, lo “Stupido Hotel” in cui alloggia il Vasco del nuovo millennio è un posto disincantato in cui confluiscono le esperienze e gli umori di una vita, così come i suoni e i ritmi di una carriera vissuta in modo spericolato. Ma c’è anche un Vasco ancora ispirato dal rock che pensa a un nuovo modo di proporsi in concerto e in funzione di questo ha costruito un repertorio adeguato, con l’aiuto degli amici di sempre (il produttore Guido Elmi, Tullio Ferro, la buonanima di Massimino Riva, l’arrangiatore Celso Valli, il coautore Gaetano Curreri degli Stadio…) e di musicisti eccezionali come i chitarristi Paolo Gianolio, Dean Parks, Michael Landau e Stef Burns, il batterista Vinnie Colaiuta, il bassista Randy Jackson.

(Diego Ancordi)