«CROCEVIA - La Crus» la recensione di Rockol

La Crus - CROCEVIA - la recensione

Recensione del 21 feb 2001

La recensione

E’ ormai da quattro album che i La Crus veleggiano verso una nuova dimensione della canzone d’autore, navigando a pari distanza dai grandi riferimenti del passato così come dai suoni e le atmosfere del presente. Già nel proprio percorso musicale, iniziato intorno alla metà degli anni ’90, il gruppo di Mauro Ermanno ‘Giò’ Vanardi, Cesare Malfatti e Alessandro Cremonesi affermava il proprio intento artistico, rivisitando pagine di Piero Ciampi e Luigi Tenco e affiancandovi nuove composizioni, scarne e poetiche. Il primo salto era avvenuto con l’album del 1999, “Dietro la curva del cuore”, un disco di canzoni d’amore che sceglievano di puntare molto sulla melodia, oltre che sulle sonorità a metà tra romantico-industriali che dei La Crus erano ormai il marchio di fabbrica. Adesso a chiudere il cerchio arriva “Crocevia”, album interamente di cover italiane, prese in prestito e rilette dai La Crus per quello che è il loro inconfondibile stile. Niente paura, “Crocevia” non è l’album fatto per raggiungere un pubblico a tutti i costi più ‘trasversale’ - casomai più curioso – ma va letto piuttosto come un omaggio che il gruppo milanese offre a una serie di canzoni e ai loro autori, per motivi personali, sentimentali, musicali. “Crocevia” mette in mostra una scaletta perfetta, traccia un percorso che affianca con fascino e rigore canzoni assai diverse tra loro che, rilette dalle alchimie sonore dei La Crus, regalano alla fine un suono e un’interpretazione uniformi, un ‘mood’ di fondo che chi ama questa band non potrà non apprezzare. “Estate” di Bruno Martino è uno dei classici preferiti da Giò, e dà la sintonia all’intero lavoro. “Pensiero stupendo”, che sulla carta poteva essere considerata un azzardo, vive in una versione volutamente low profile grazie al triangolo di voci Giò-Manuel Agnelli (Afterhours) - Patty Pravo, “Tutto fa un po’ male” arriva dal repertorio degli Afterhours ma non lascia il segno come “Insieme mai” (dal repertorio di Nada). “Annarella” è un brivido che arriva dai CCCP, uno dei momenti migliori del disco, mentre le opinioni si divideranno su “Via con me” di Conte, pezzo di difficile interpretazione. “E penso a te” di Lucio Battisti è talmente bella da correre il rischio di sembrare banale in qualsiasi rilettura, eppure i La Crus la rallentano e ne fanno un piccolo grande capolavoro, così come succede con “Giugno ‘73”, la scelta brillante caduta sul repertorio di De André. “L’illogica allegria” di Giorgio Gaber punta i riflettori sul lavoro di una delle menti più illuminate e ironiche in circolazione, in una versione leggera come l’aria arricchita dalla presenza di Samuele Bersani. Con “Un giorno dopo l’altro” di Luigi Tenco e “La costruzione di un amore” di Ivano Fossati i La Crus hanno buon gioco, superando addirittura l’originale nel secondo caso, mentre appassiona la scelta di uno dei primi classici di Alan Sorrenti, “Vorrei incontrarti”. A chiudere l’album una importante citazione con “Ricordare” di Ennio Morricone, uno dei compositori più influenti per ogni musicista che sia attento ai paesaggi sonori, come sono i La Crus. Tra gli ospiti, oltre a quelli già citati, da segnalare Cristina Donà, Romina Salvadori (Estasia), Fabio Barovero (Mau Mau), Daniele Di Gregorio, Roberto Vernetti. “Crocevia” è un disco felice, e prezioso anche per un motivo aggiunto, che sta nella capacità del gruppo di innamorarsi della musica a 360°, seguendo comunque il proprio gusto, la propria personalità, le proprie inclinazioni. E rispettandone la poesia.


(Luca Bernini)
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