«THE SICKNESS - Disturbed» la recensione di Rockol

Disturbed - THE SICKNESS - la recensione

Recensione del 13 feb 2001

La recensione

Era inevitabile che il rock statunitense si ammalasse di kornite, visto il successo riscosso dalla band di Jonathan Davis e l'ormai riconosciuto ruolo di interpreti di tristezze e malumori del pubblico giovane, almeno quello che non si riconosce nel sentimentalismo delle boy e girl-band o nell'edonismo della "vida loca".
I Disturbed puntano decisi verso questo pubblico e non fanno alcun mistero di quali siano i loro referenti musicali. Sul booklet di "The sickness" compare infatti una lista di "bands we dig" che si apre con i nomi di Korn, Tool e Limp Bizkit. Nell'elenco non mancano i Rage Against the Machine, i Deftones e i Black Sabbath, unico legame apparente con la preistoria del metal.
L'album è esattamente quello che ci si può aspettare da un gruppo che cita queste influenze. Marchiato con l'imprescindibile etichetta "Parental advisory", "The sickness" allinea una fila di riff di marca Korn ben assemblati, su cui il cantante David Draiman alterna con sapienza urla gutturali, scansioni rappeggianti e parti cantate con piglio meno veemente. C'è anche l'omaggio agli anni '80 - un altro passo obbligato di questi tempi - con "Shout 2000", ovvero un vecchio successo dei Tears for Fears in versione metallizzata.
Tutto bene dunque per chi ama il nu metal, compresi i testi che sono in gran parte ordinarie dichiarazioni furiose ("Violence fetish" ad esempio gira intorno al tema della violenza come parte inevitabile del bagaglio interiore di chiunque). I tasselli del mosaico sono tutti al posto giusto, quindi. Forse anche un po' troppo. Se c'è una cosa che dà fastidio in questo album, è l'impressione di aderenza a un codice ormai consolidato, che assicura una buona esposizione mediatica e quasi certamente l'inclusione in qualche colonna sonora. Insomma, fa nascere il fastidioso sospetto che la rabbia dei Disturbed sia semplicemente un prodotto, perfettamente compatibile con le strategie di marketing delle grandi case discografiche. La storia personale del cantante (genitori bigotti e plurime espulsioni scolastiche) sembra smentire questa ipotesi. Staccarsi in modo più netto dai modelli di riferimento potrebbe essere un buon modo per crescere in termini di credibilità.


(Paolo Giovanazzi)
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