«CHECK YOUR PEOPLE - Downset» la recensione di Rockol

Downset - CHECK YOUR PEOPLE - la recensione

Recensione del 05 ott 2000

La recensione

Quattro lunghi anni abbiamo dovuto aspettare per vedere di nuovo in azione i losangelini Downset, veri e propri combattenti musicali del ghetto e della strada. Ai tempi dei due album “Downset” e “Dow we speak a dead language” il connubio tra rap e rock era al principio della sua esplosione di popolarità ed era portato avanti solamente da poche entità musicali presenti sulla scena. I Downset, insieme ai RATM, erano una di quelle bands che si distinguevano per la loro inclinazione e sensibilità al politico e al sociale. Era quasi naturale paragonare questi due nomi rap/rock, ma il raffronto però non ha mai fatto piacere a nessuno dei due. Il retaggio musicale della band di Ray Oropeza, infatti, è sempre stato molto più violento e hardcore del gruppo di Morello e De La Rocha (nonostante anche quest’ultimo abbia militato in passato in un combo hc), certamente più spesso e complicato nelle sue trame lirico/musicali. Ascoltare “Check your people” significa ritrovare quello che si era ascoltato nei due dischi precedenti, vale a dire un’esplosiva miscela di rap, metal e punk: un cocktail rivoluzionario, rabbioso e adrenalinico. Prodotto da Roy Z e Randy Staub (Monster Magnet, Metallica) “Check your people” cerca di portare i Downset ai massimi livelli del genere, rendendoli i portabandiera dei senza voce, della minoranza silenziosa. Stupisce come il cantante, nonostante il passare del tempo, abbia mantenuto la sua estensione vocale violenta e abrasiva. Le tonsille di Oropeza schizzano fuori sin da “Fallen off”e richiamano fragorosamente all’unità nelle successive “Coming back” e “Togheter”, brano quest’ultimo caratterizzato da un riff di chitarra semplice ma efficace. “Play big” analizza la situazione dell’immigrazione e la titletrack, con il suo pesantissimo metal-groove di chitarra, accende di nuovo la miccia della rivolta. Lo stesso riff pesante si ritrova in “Tear us apart”, fino all’apparente calma e tranquillità di “En el aigre”, brano che improvvisamente si trasforma in una sorta di “Sangre de mis manos” suonato dai Black Sabbath in anfetamina. Convincevano su disco, infondevano carica dal vivo: questi erano e sono a tutt’oggi i Downset. Bentornati!
(Andrea Paoli)
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