«SING WHEN YOU'RE WINNING - Robbie Williams» la recensione di Rockol

Robbie Williams - SING WHEN YOU'RE WINNING - la recensione

Recensione del 07 set 2000

La recensione

Squadra che vince non si cambia, si dice in gergo calcistico. Ed avendo vinto a mani basse con i due dischi precedenti, rieccola, la squadra vincente: i titolari, come si vede dalla copertina e dalle divertenti foto del booklet, sono Robbie, Robbie, Robbie, Robbie… e (nascosto) Guy Chambers, coautore e coproduttore del disco, socio dell’ex Take That fin da quando si è messo in proprio: il privilegio del posto in squadra in realtà gli è concesso perché, viene spiegato, “Guy è Robbie almeno quanto me”.
Di fronte al trionfo ottenuto nelle partite precedenti, il duo non ha sentito il bisogno di cambiare radicalmente gli ingredienti che hanno fatto di Williams l’unica potenziale superstar espressa dal Regno Unito negli ultimi 3-4 anni. Il che significa un altro album di pop persino più inglese di quanto fosse il brit-pop. Canzoni che paiono evocare, anche quando sono temini facili facili, quel velo di nebbia che le rende un po’ più vissute. Non ci sono molti sforzi di adeguarsi all’imperante dogma della reinvenzione continua, che tanti encomiano in Madonna (ma il forzato reinventarsi non sarà invece espressione del fatto che dietro la forma sberluccicante il contenuto è poca cosa?). Viceversa, dall’esordio di “Life thru a lens” a oggi, Williams e Chambers hanno ben delimitato il territorio dove si trovano a proprio agio, e non è il singolo “che pompa”, la sciocca ma accattivante “Rock DJ” a fissarne i confini, ma le ballate come “Better man” e “Singing for the lonely”, parenti un po’ lontane dei gioielli pop “Angels” e “Strong”. Tant’è che stupisce (e lascia un po’ delusi, ad essere sinceri) che per un pugno di ballads Chambers abbia trascurato di fornire al suo socio pezzi con più benzina per esprimere la propria irrefrenabile carica di entertainer. Mancano, per intenderci, pezzi d’assalto come “Let me entertain you”, “Lazy days”, o “Millennium”, che avevano reso davvero notevoli gli album precedenti. Certo, siamo comunque diverse spanne sopra le invereconde caramelline di Corrs, Britney Spears o ‘N Sync, per citare altri idoli dei teenagers: il fatto che Robbie senta il bisogno di fare buoni dischi quando i suoi pari non ne sentono alcuna esigenza, gli fa solo onore. Ma proprio perché ci ha abituato bene, non possiamo non notare che in questo album, dopo la partenza sparata di “Let love be your energy”, bisogna arrivare a “Knutsford City Limits” e “Forever Texas”, a fine disco, per rivedere da lontano il Williams incontenibile che (chi lo ha visto in concerto lo può testimoniare) può tenere un palco grande chilometri. Tanto istrione meritava forse un po’ meno carezze e un po’ più di muscoli, vista anche l’attitudine a parlare di sé nei testi con la stessa schiettezza usata dai rappers in quella terra lontana, sempre più lontana dall’Europa, che è l’America. Ma va detto che a quella terra dove il buon calcio non viene apprezzato, Robbie sembra proprio non pensarci più. Se preferiscono essere intrattenuti da sport e cantanti di grana grossa, lui non intende rinunciare alla propria britishness: “I’m an honorary Sean Connery”, si bulla con gli amici al pub il giovane Robbie nel brano “Kids”. E potrebbe aver ragione, perché se anche questo disco non è irresistibile, lui lo è.

(Paolo Madeddu)
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