«INSTINCT - Mandalay» la recensione di Rockol

Mandalay - INSTINCT - la recensione

Recensione del 20 set 2000

La recensione

La tentazione di relegare i Mandalay nella categoria dei furbetti era forte già all’uscita del primo album, “Empathy”: tempi rallentati, voce femminile eterea e malinconica… che avessero ascoltato un po’ troppo i Portishead? E magari si fossero pure accorti che quella era una strada praticabile con profitto nella scena pop degli anni 90? Ma alla fine risultavano abbastanza convincenti, un po’ perché hanno azzeccato il momento giusto per uscire allo scoperto, ma anche perché hanno messo in campo una buona inventiva. Rieccoli dunque con il secondo album, quando ormai la grande sbornia del trip hop sembra ormai definitivamente archiviata, e anche un eroe riconosciuto di quella scena come Tricky ha avuto qualche problema a mantenere le posizioni raggiunte. Come è prevedibile, le note di presentazione dell’album prendono le distanze con l’ingombrante definizione: “trip hop noi? Ma quando mai. Erano i soliti giornalisti pigri che ci hanno infilato in quel calderone, noi abbiamo sempre fatto musica senza badare alle distinzioni di genere” e via discorrendo. Argomenti da veri furbetti, insomma. Comunque sia, i Mandalay se la cavano anche questa volta, confezionando un album di moderne canzoni pop, che girano intorno al sempiterno tema delle pene d’amore. Un campo d’azione particolarmente congeniale alla voce di Nicola Hitchcock, che predilige i toni malinconici. Proprio questa tristezza largamente dominante può essere il limite maggiore dell’album, insieme a qualche scivolata di sapore quasi new age, ma ci sono comunque buone canzoni come il singolo “Deep love”, che ha anche la funzione di movimentare leggermente la scena. Da segnalare la presenza di un ospite di lusso come Jon Hassel, che interviene in “Don’t invent me “ e “It’s enough now”. Come se la caveranno al prossimo disco?
(Paolo Giovanazzi)
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