«GNX - Kendrick Lamar» la recensione di Rockol

Kendrick PopuLamar: “GNX” è un disco per la gente

Il rapper pubblica il suo album “più facile”, istintivo e aperto in vista del Superbowl 2025.

Recensione del 26 nov 2024 a cura di Michele Boroni / Claudio Cabona

Voto 7.5/10

La recensione

Quando si analizza un album, in alcuni casi non si può prescindere dall'approfondire il contesto sociale, temporale e culturale in cui questo è stato realizzato. È il caso di “GNX” di Kendrick Lamar, uscito a sorpresa a distanza di due anni dall’acclamato “Mr. Morale & the Big Steppers”. L’ultima fatica del rapper di Compton si distacca dalla sua canonica discografia: si tratta, infatti, di un progetto meno manierista e cervellotico, più diretto, aperto e basato sull’istinto.

Istinto e sfogo

Una dimostrazione lampante? La traccia di apertura “Wacced Out Murals” fa riferimento ai graffiti con il suo volto pasticciato a Compton, notizia di qualche settimana fa, ed è un pezzo di sfogo di altissima qualità, ma realizzato in poco tempo. Questo approccio alla costruzione dei brani ha delle radici ben precise. Il 2024 che si sta chiudendo e in particolare gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da un dissing tra Lamar e Drake che ha riportato il cono di luce e l'attenzione su K-Dot, ormai amatissimo dalla critica per i suoi ultimi lavori, ma meno dal largo pubblico dell'hip-hop che, negli anni, lo considerava troppo colto e complicato. Quindi “GNX” (il titolo è un riferimento all’auto immortalata sulla cover) nasce proprio sulla scia di questi due elementi, il beef ad alti livelli (“Not like us” ha debuttato alla prima posizione della Billboard Hot 100 ed è diventata una hit amatissima dalla gente), e la voglia di essere realmente popolare anche in vista della sua prossima partecipazione a febbraio all'Half Time Show del Superbowl, lo show musicale più famoso al mondo, per la prima volta con un solo rapper protagonista.

Il tocco di Jack Antonoff

Il risultato è un disco profondamente hip-hop, tra citazioni, hit da club ed ego-trip, il più “facile” della sua discografia che, sia per confezione musicale e sia per le liriche, si distacca dai suoi ultimi dischi. Ci ritroviamo infatti di fronte a dodici canzoni-canzoni, alcune con ritornelli e senza quegli interludi e quelle parti teatrali, spesso un po' faticose, che hanno caratterizzato i suoi lavori precedenti. Uno dei pochi colpi fuori dagli schemi è l’inserimento della cantante mariachi di Los Angeles Deyra Barrera che apre il disco e che si ritrova in altre parti di “GNX”: è un tributo alle radici latin di LA e quindi alla West Coast. Le canzoni musicalmente sono drittissime, i beat e le atmosfere sono tipiche proprio del "suono West Coast", e la produzione è quella del fedele Sounwave, ma anche nel 90% dei pezzi di Jack Antonoff, il produttore pop per eccellenza (già al lavoro con Taylor Swift, Lana Del Rey, Lorde, The 1975 e altri) per la prima volta in un disco rap dove evidentemente ha dato il suo contributo alla realizzazione dei brani e forse anche sull'uso di certi sample, che passano da Luther Vandross a Debbie Deb, da John Berry alle SWV. Collaborano alla produzione dei singoli pezzi anche Kamasi Washington, Terence Martin e Mustard (quest'ultimo è stato anche il produttore di “Not like us” e dentro “Tv off” l'urlo Mustaaaaard è già diventato un meme). Dentro “GNX” ci sono delle vere e proprie potenziali hit come “Squabble Up”, “Luther” (con SZA, presente in due brani) ed “Heart pt.6”, che nonostante la forza sonora non rinunciano comunque a dire qualche cosa.

I testi

Ma veniamo alle liriche. Mai come in questo progetto Lamar è completamente dentro il rap game: sebbene in esso non vi siano contenute canzoni del dissing estivo, ci sono sparsi qua e là molti riferimenti. Il disco si apre con il verso “Yesterday, somebody whacked out my mural” ("Ieri, qualcuno ha sfregiato il mio murale") che rappresenta la metafora dell'odio, della violenza e della mancanza di rispetto che impera in questo mondo e in particolare in quello dell'hip-hop. E Lamar lungo tutto l'album risponde a tutto questo con parole di fuoco rivolte ai colleghi (Drake, Lil Wayne, J Cole), ai giovani rapper da classifica senza contenuti (in “Peekaboo”) e al sistema (“Squabble up”). In “GNX” e in “Dodger blue” rafforza il messaggio facendosi aiutare da alcune nuove leve della scena underground di Los Angeles, e non solo. In altre tracce l'ego trip raggiunge livelli iperbolici, come in “Man at the garden” dove Kendrick elenca tutti i motivi per cui si merita di sedere sul trono dell'intera scena. Insomma, “GNX” inizia e finisce nel rap game, tra il divertito e l'incazzato. Qua e là c'è anche l'introspezione, ma decisamente molto meno rispetto agli altri suoi album. E forse questa è l'unica vera pecca di un disco che, però, va dritto verso l'obiettivo per cui è stato composto, ovvero sputare fuori il veleno ingoiato e strizzare l’occhio alla gente, inteso come pubblico più ampio, ma anche come persone appartenenti ai luoghi in cui è cresciuto, la sua comunità.

Da Tupac a Kendrick

Lamar ancora una volta mostra il suo talento nello scrivere rime infuocate e innestarle in un flow entusiasmante, cambiando spesso voce e registro, come suo solito, ma sempre dritto sul beat senza mai sconfinare nello spoken word o nel testo teatral-cinematografico. Due menzioni in cui si rivede il Kendrick più profondo dei dischi passati: in “Reincarnated”, un pezzo gioiello, sul sample di “Made Niggaz” di 2Pac, evoca un suo stretto legame con la grande musica afroamericana del passato, attraverso la metafora della reincarnazione di grandi chitarristi blues (John Lee Hooker) e cantanti jazz problematiche (Dinah Washington e Billie Holiday) per affermare come l'intera comunità nera artistica debba ricostruirsi su questi grandi pilastri, senza dimenticare luci e ombre. Il rapper di Compton, da tempo, sta rimettendo al centro il tema dell’identità e delle radici come dimostrano gli attacchi a Drake ogni volta che questo ha tirato in mezzo 2Pac e come ribadito anche in “Watch the party die”, traccia pubblicata sui social in cui Lamar critica anche la comunità black, anch’essa a volte corrotta dai disvalori.

Un altro pezzo più deep è “Gloria” in cui racconta di una relazione tumultuosa, evidentemente quella con la moglie e madre dei suoi figli Whitney Alford, ma che negli ultimi versi si rivela una metafora sulla propria arte: “Gloria” forse va inteso non come nome proprio, ma nella sua accezione mediterranea, quindi come onore e lustro all'interno del proprio mondo, che gli conferisce fama, ma che lo consuma. Come sappiamo, nella sua musica, le chiavi di lettura possono essere molteplici. Ma questo, al netto di qualche eccezione, non è il disco della poesia o dell’impegno, ma dello sfogo, della strada, del rap game. È un disco per sé e per la gente.

Tracklist

01. wacced out murals (05:17)
02. squabble up (02:37)
03. luther (02:57)
04. man at the garden (03:53)
05. hey now (03:37)
06. reincarnated (04:35)
07. tv off (03:40)
08. dodger blue (02:11)
09. peekaboo (02:35)
10. heart pt. 6 (04:52)
11. gnx (03:13)
12. gloria (04:47)
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