Recensioni / 15 giu 2000

George Benson - ABSOLUTE BENSON - la recensione

ABSOLUTE BENSON
Universal (CD)
“Absolute Benson”: mai titolo poteva essere più azzeccato per il nuovo album dell’ormai sessantenne chitarrista di Pittsburgh, tornato a incidere con Tommy LiPuma, il producer che creò negli anni Settanta il sound dei suoi album di maggior successo. LiPuma, oggi presidente del gruppo Verve, si concede come produttore ormai solo per i progetti più importanti della GRP e della Verve (vedi appunto Benson, Diana Krall, ecc.) e in questa reunion ha fortemente spinto il vecchio amico George a recuperare proprio le atmosfere che resero mitico “Breezin’”, uno degli album jazz più venduti di tutti i tempi e certamente il disco che ha aperto negli States la strada alle stazioni radio FM specializzate nel formato “quiet storm”, iniziando di fatto la moda dello smooth jazz. “Absolute Benson”, in questa sommaria introduzione, potrebbe sembrare una noiosa operazione di recupero, in realtà la combinazione Benson/LiPuma non è mai scontata e anche in quest’occasione il duo sfodera tutta la sua classe in un prodotto forse non nuovissimo nella concezione ma sicuramente di qualità nella sostanza. A dispetto delle produzioni più recenti dove si era spinto (con pessimi risultati) nel mondo del pop e dell’R&B (terribile l’album prodotto da Narada Michael Walden), qui Benson si “limita” a fare il suo mestiere di elegante intrattenitore cantando solo in tre brani del disco, lasciando il giusto spazio anche agli altri strumentisti, il bassista Christian McBride, il tastierista Joe Sample e il batterista Steve Gadd. Tutto fila liscio in un’atmosfera molto cool, elegante e per fortuna mai scontata, ma a sorprendere sono i primi due brani del disco, gli unici prodotti dai Master At Work (i DJ “Little” Louie Vega e Kenny “Dope” Gonzalez, che chiamarono Benson nel bel progetto denominato Nuyorican Soul). “The Ghetto”, cover del classico scritto dall’immortale Donny Hathaway” e “El Barrio”, ci offrono del vecchio George un’attitudine molto latin e calda, che davvero rilancia l’immagine un po’ stantia del chitarrista. Gradevoli ma un po’ di maniera le cover di “Lately” di Stevie Wonder e “Come back baby” di Ray Charles.