Franz Di Cioccio, la PFM e quella chiamata dai Led Zeppelin: 'Eravamo abituati a pensare da band internazionale'

Il leader della Premiata Forneria Marconi racconta dei grandi incrociati nel corso della propria carriera e svela il segreto della longevità della band di 'Storia di un minuto': 'Il nostro disco più bello? E' quello che...'
Franz Di Cioccio, la PFM e quella chiamata dai Led Zeppelin: 'Eravamo abituati a pensare da band internazionale'

Non è una novità per nessuno che la PFM abbia una solida fama da band da esportazione. "Abbia", attenzione, non "abbia avuto": al di là dell'aneddotica ormai consolidata - il primo tour negli USA nel '74, la chiamata oltremanica grazie a Greg Lake - il gruppo di "Per un amico" è ancora oggi tenuto in altissima considerazione dalla stampa internazionale, tanto da essere inserito nel novero delle cento "icone prog" dall'edizione britannica del magazine Classic Rock e da essere stato insignito, nel 2018, del premio come "Miglior artista internazionale dell'anno" ai Progressive Music Awards.

A Franz Di Cioccio, però, guardare indietro interessa poco. Quando lo raggiungiamo telefonicamente, sfruttando una pausa tra le date del tour "PFM canta De André - Anniversary", il cantante e batterista del gruppo di "Impressioni di settembre" non smania di sciorinare i prestigiosi intrecci con le carriere di tante leggende incrociate in oltre quarant'anni di attività. A cominciare dalla famosa "chiamata" dei Led Zeppelin, che lo "attenzionarono" dopo aver letto di lui.

"Andò così", ci ha raccontato: "Mentre eravamo in tour, molti anni fa, uscì un articolo su un giornale inglese che parlava molto bene di me, dove si accostava il mio stile a quello di John Bonham: chi l'aveva scritto trovava somiglianze soprattutto nell'utilizzo della cassa, pur vedendo in me una sorta di Bonhman più 'latino'. Fatto sta che una notte mi chiama da Los Angeles Armando Gallo [giornalista e fotografo che nel '74 fece da ufficio stampa alla PFM per il primo tour negli USA] dicendomi che i Led Zeppelin gli avevano chiesto di me".

"Sia chiaro, non c'è stato nessun provino", chiarisce Di Cioccio: "Io i Led Zeppelin non li ho mai incontrati: so che su questa vicenda girano versioni diverse, ma è andata così. Non ricordo nemmeno se Bonham fosse ancora vivo o meno. Credo che, semplicemente, loro volessero essere certi di potermi rintracciare. Ero molto felice, per me fu una grandissima soddisfazione, ma è chiaro che io avevo la mia band, non ero interessato a imbarcarmi in altri progetti".

Questo aneddoto, come molti altri, dà la misura di quanto il panorama mondiale, per la PFM, fosse tutto sommato a portata di mano, nonostante l'atavica convinzione che - parlando di rock - ci vede sempre e comunque periferia dell'impero. "Per la scena prog la PFM è sempre stata una piccola stella importante, ma niente è successo per caso", precisa Di Cioccio: "Come band abbiamo sempre pensato a noi stessi con una mentalità internazionale. Quando pubblicammo 'Storia di un minuto' avremmo potuto starcene comodi in Italia a goderci il nostro successo 'domestico', invece scegliemmo di partire alla volta di Londra. Perché la musica è fatta di queste cose, non del numero di dischi venduti: è fatta di incontri, di esperienze, di stili e di contaminazioni, non può essere ridotta a un genere".

"Ci è capitato di aprire dei concerti di Genesis, Deep Purple, Santana e ZZ Top. In Canada è capitato che qualche nostra data fosse aperta dai Rush", prosegue Di Cioccio: "Ci hanno sempre applaudito pubblici diversi, perché siamo stati capaci di toccare la sfera emotiva degli ascoltatori. A L.A. abbiamo conosciuto Frank Zappa e i Weather Report, Patrick [Djivas, il bassista, nella foto, alla sinistra di Di Cioccio] ha studiato con Jaco Pastorius. Abbiamo suonato con Allman Brothers e Johnny Winter. Sono tutte cose con le quali abbiamo coltivato la nostra ispirazione: abbiamo fatto molto, per essere italiani, e adesso ne stiamo raccogliendo i frutti".

La PFM preferisce guardare al futuro piuttosto che al passato, sebbene più che glorioso: "E' il segreto della nostra longevità: il disco più bello è quello che ancora devi fare", aggiunge Di Cioccio, "La voglia di andare avanti ti viene se continui a cambiare e a evolverti, sennò rischi di fare la fine di quelle band che a un certo punto si sciolgono, per poi eventualmente tornare insieme nel caso si riaccenda la scintilla. Noi siamo diversi, abbiamo sempre trovato la forza di cambiare. E questo ci ha portato, quest'anno, a vedere la nostra foto tra quelle di Brian Eno e David Gilmour nell'elenco dei cento artisti più importanti del prog rock".

Nonostante la loro ultima prova in studio, "Emotional Tattoos" del 2017, sia relativamente recente, Di Cioccio e compagni stanno già pensando ad aggiungere un nuovo tassello - il diciottesimo - al mosaico della loro discografia di studio: "Finito questo tour [l'ultima data, al momento, è prevista per il prossimo 29 febbraio all'Auditorium della Conciliazione di Roma] ci riposeremo un po' ed entro l'anno registreremo un nuovo album di inediti in studio. Ma non chiedetemi come sarà, almeno per adesso".

Insomma, non c'è cosa che Di Cioccio e la PFM non possano fare. Nemmeno dire qualcosa di acuto e non partigiano (e scontato) sui nuovi generi: "La trap? Io la musica la amo tutta, perché credo che vada rispettata a prescindere", spiega Di Cioccio, in chiusura, "Ma un genere non può escludere l'altro: se si ascolta solo trap ignorando del tutto De André ci si perde un bel pezzo dell'insieme...". C'è una cosa che la PFM non ha ancora fatto e che non farà mai? "Ce l'hanno chiesto tante volte, sono arrivati a pregarci, ma non c'è verso: in TV a suonare in playback non ci vedrete mai".

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