Neal Casal, un gigante della musica americana

Un ricordo (tardivo) del cantautore, scomparso la settimana scorsa: aveva inciso 12 album da solista (tra cui lo stupendo e sfortunato “Fade away diamond time” del ’95) e suonato con Willie Nelson, Ryan Adams e la Chris Robinson Brotherhood.

Neal Casal, un gigante della musica americana

La settimana scorsa è scomparso Neal Casal: il cantautore si è suicidato, due giorni dopo avere suonato con la sua ultima band, i Circles Around the Sun, al Lockn’ Festival, uno dei maggiori appuntamenti dell’estate live americana per la comunità “jam”, quella che porta avanti l’eredità dei Grateful Dead.

In Italia Casal era poco conosciuto, se non per il lavoro di qualche collega che in questi giorni ha scritto bei ricordi su Facebook (Paolo Vites, Ermanno Labianca, Raffaele Concollato). In America, la notizia della sua morte viene discussa da giorni nei circoli degli appassionati, con uno stupore che raramente ho visto anche in questo tempo di elaborazione social del lutto per la perdita di grandi musicisti.
Casal viene giustamente ricordato come un gigante della musica americana - sia per il suo lavoro solista che per lo sterminato numero di collaborazioni e progetti, e come un uomo gentile e disponibile - che probabilmente non ha retto il prezzo della realtà fuori dal palco (leggete il bel ricordo di Paolo Vites che approfondisce questo aspetto e quello di Deren Ney, collega americano, forse il più citato in questi giorni 

Avevo iniziato ad ascoltare Casal nel suo periodo con i Cardinals, la band di Ryan Adams: in quel caso faceva il chiarrista, una spalla di lusso: il sodalizio è durato fino al 2009. 


Poi l’avevo ritrovato con la Chris Robinson Brotherhood, il gruppo dell’ex leader dei Black Crowes e dopo ancora con i Circles Around The Sun, gruppo strumentale e psichedelico, nato per caso nel 2015 attorno alla reunion dei Grateful Dead e accolto da un entusiasmo inaspettato tanto che stava lavorando al terzo album (un EP è in uscita ad ottobre): era diventato il suo gruppo principale.

La Chris Robinson Brotherhood - che dal 2012 era stata in tour praticamente senza sosta - negli ultimi mesi era implosa: il caratteraccio del cantante  è noto;  il tastierista Adam Macdougall (sì, quello che recentemente ha suonato con Jovanotti, grazie alla chiamata di Rick Rubin: un altro gigante della musica americana) era uscito all’improvviso dal gruppo, dopo una lite.  Robinson aveva dichiarato una pausa: con il suo nome, sarebbe comunque caduto in piedi. La vita si sarebbe fatta più dura per gli altri musicisti e Casal aveva raccontato che la probabile fine della band era un gran colpo.

Sebbene il suo nome sia stato associato alla musica californiana, Casal era nato in New Jersey nel ‘68. Appassionato di rock classico e di southern rock, aveva iniziato la sua carriera giovanissimo con i Blackfoot nell’88, band storica di quella scena. Nel ’91 un contratto come autore con la Warner e nel ’95 esce “Fade away diamond time”, suo debutto solista: nel disco tornano la california, le atmosfere alla Neil Young (Il capolavoro “Free to go” ha un attacco alla “Cortez the killer”) e alla Jackson Browne, tutto inciso con musicisti di primo piano.

Il periodo è quello giusto, negli anni ’90 il rock funziona in classifica e in radio: ma sfortuna vuole che la sua etichetta (Zoo Records, legata alla Sony) lo scarichi poche settimane dopo l’uscita dell’album e poco dopo ancora chiuda i battenti. La carriera solista, da qua è tutta in salita, ma continua: pubblica 12 album, diversi con la tedesca Glitterhouse, ma è un nome di nicchia, non fa mai il salto che gli spetterebbe.  Prova ne è che di quei dischi solo tre si trovano sulle piattaforme di streaming, tra cui il capolavoro d’esordio.
L’ultimo album è “Sweeten the distance”, del 2011, due anni dopo la fine della collaborazione con  Ryan Adams. Sono uno più bello dell’altro: se vi piacciono i nomi citati fin qui, sono album imperdibili, e il tempo che spenderete per trovarli varrà decisamente la pena.

Nel frattempo, nel 2005, inizia la carriera come musicista e chitarrista: Neal Casal, si può immaginare, fa di necessità virtù. In un’intervista dice di non essere dotato di una grande tecnica: “Ho solo qualche ‘lick’, ma so far fruttare bene quello che so”. Ma ha un grande cuore, e si sente, sia come cantautore che come chitarrista:  nel giro di pochi anni diventa uno delle icone della scena jam e uno degli strumentisti più quotati del classic rock americano.
Non è stato abbastanza, evidentemente. Rest easy, Neal.

(Gianni Sibilla)

 

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