Il piacere di... comprare i dischi e non ascoltarli

Il piacere di... comprare i dischi e non ascoltarli

Da qualche anno - con cadenza periodica - leggiamo e scriviamo di "rinascita" del vinile, di crescita della fetta di mercato dedicata a questi oggetti che, a metà anni Novanta, sembravano destinati a finire nel calderone del modernariato obsoleto, insieme ai Walkman a cassette, alle telescriventi e ai telefoni a gettone.

Notizie del genere, in realtà, sembrano piacere più a chi il vinile lo pratica e frequenta da relativamente poco tempo: persone che, per motivi squisitamente anagrafici, sono nate e cresciute fra cd e musica liquida (mp3 e tutta la genia dei formati digitali), che trovano nel fascino un po' antico di LP e 45 giri - meglio: 12", 10" e 7" - un gusto tutto speciale. Oltre che il gusto di sentirsi, perché no, un po' alla moda. Queste sono anche le persone che, giustamente, sembrano nutrire e alimentare questo mercato rinnovato, fatto soprattutto di tante ristampe più o meno deluxe (i campioni di vendita sono i titoli di catalogo e le riedizioni, su questo fronte, non le nuove uscite).
La vecchia guardia, solitamente, le proprie dosi di vinile se le procura in negozi dell'usato, mercatini, banchetti - oppure comprando, scambiando e vendendo fra privati, magari colleghi collezionisti - quindi resta piuttosto indifferente alle dinamiche del mercato diciamo così "ufficiale".

Ma, come sembrano rivelare alcuni studi effettuati in Gran Bretagna su campioni di collezionisti e amanti del vinile, entrambe le fazioni del popolo del vinile sembrerebbero avere in comune un tratto che - a un primo esame - pare addirittura paradossale: in pratica quasi il 50% dei soggetti intervistati (il 48% per l'esattezza) ha affermato di comprare regolarmente i dischi, ma di non ascoltarli. Alcuni non possiedono neppure un giradischi.

Ribadisco, si tratta di uno studio effettuato nel Regno Unito - che storicamente è anche un mercato più grande, a livello musicale, rispetto all'Italia. Ma un fenomeno simile lo osservo, e da anni, anche nella cerchia più ristretta e tutta italiana dei collezionisti che conosco o frequento. Io per primo ne sono un esempio. E, devo dire, non scorgo paradossi particolari, né mi indigno per un dato simile.

Il disco (smettiamola di chiamarlo "vinile", pratica barbara che ci ha contagiati un po' tutti) originariamente era asservito a una duplice funzione: quella principale di mezzo fisico per la fruizione della musica e quella secondaria di oggetto - spesso anche di pregio artistico e visuale (pensiamo a certe copertine e packaging) - a cui legare momenti, ricordi e situazioni emotive.
Una collezione di LP, innegabilmente, è infatti anche una collezione di memorie - è facile tirare fuori un album acquistato magari 20 o 30 anni fa e rivivere, a volte nitidamente, il momento in cui lo si comprava, oppure solo il mood, l'atmosfera legata a esso. Insomma, sono madeleine di proustiana memoria che, per quanto suoni un po' sdolcinato, hanno un sapore irresistibile.
Non dimentichiamo poi il gesto di appropriazione di una scheggia di storia, di un frammento tangibile di ciò che è stato: scovare un raro 45 giri e farlo proprio equivale a portarsi a casa una particella di passato (non necessariamente un passato che si è vissuto di persona), in un gesto che allo stesso tempo è una celebrazione del presente e ci rende partecipi di eventi ormai sfumati nel flusso del tempo che scorre.

Tutti elementi di fortissima valenza emotiva che, allo stato attuale delle cose, hanno preso il sopravvento sul lato pratico legato all'esistenza del disco: quindi il disco non è più un supporto musicale - su questo versante la tecnologia ci offre soluzioni più comode, senza dubbio (e poi non è automatico che tutti i dischi suonino meglio di un formato digitale... ascoltate certe stampe economiche di 30-40 anni fa: c'è da mettersi le mani nei capelli). Il disco ora è anche un supporto, ma soprattutto è un collettore di ricordi e sensazioni, come una sorta di demiurgo della mente.

E che male c'è, quindi, nel comprare tanti dischi, da tenere negli scaffali e da accarezzare, toccare, guardare e sfogliare, mentre si ascolta musica in streaming col computer? Nessuno. Anche perché nulla va "sprecato" - anche se i puristi sostengono che sia così. Del resto, i ricordi e le sensazioni sono fatti per essere conservati al sicuro ed essere rispolverati in determinati momenti. Più se ne ha, più si è interiormente ricchi. Un po' come i dischi negli scaffali: che li si ascolti o no, la loro valenza come "facilitatori" per raggiungere luoghi dell'anima è sempre prepotente e inesauribile.

Con buona pace degli indignati.

(Andrea Valentini)

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