NEWS   |   Pop/Rock / 06/06/2014

Musica e censura: ecco i gruppi e i cantanti messi all'indice (e perché) in URSS

Musica e censura: ecco i gruppi e i cantanti messi all'indice (e perché) in URSS

Rock e pop e regimi totalitari non sono mai andati troppo d'accordo. Anche ai giorni nostri, gli artisti più celebrati a livello mondiale - quando siano invitati a esibirsi in paesi diversamente liberi - sanno che c'è poco da scherzare. Un esempio su tutti? Bob Dylan, che in occasione dei suoi primi concerti in Cina, nel 2011, fu praticamente costretto a lasciare fuori dalla scaletta - che, prima dell'esibizione, fu vidimata dal ministero della cultura locale - i brani di protesta che lo resero immortale come "The times they are a-changin'" dalle autorità di Pechino, timorose che i testi del bardo di Duluth potessero turbare la "coscienza politica del Paese".

Ma quando si parla di censura e musica rock, eccezion fatta probabilmente per la Repubblica Islamica in Afganistan durante la parentesi talebana, dove la musica fu proibita tout court, in pochi possono dire di aver "oscurato" di più dell'Unione Sovietica. Prima del crollo della cortina di ferro, dalle stanze dei bottoni del Cremlino poco sfuggiva ai funzionari governativi, che vigilavano attentamente sull'accessibilità - da parte del popolo - a contenuti considerati sconvenienti.

Alexei Yurchak, docente all'Università di Berkley, in California, è riuscito a mettere le mani su una delle ultime liste di proscrizione emesse dal regime sovietico. Era il 1985, più precisamente due mesi prima l'insediamento di Michail Gorbačëv a successore di Konstantin Černenko come segretario generale del Partito Comunista Sovietico. Poco prima dell'alba della glasnost, in parole povere. In una nota il Komsomol, la sezione giovanile (quale, sennò?) del Partito, fotografa - a beneficio dei vertici del Cremlino - quali "pericoli" si corranno ad ascoltare cantanti e band allora in auge.

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L'elenco è preciso e circostanziato, e interessa un totale di 32 tra gruppi e solisti. Di fianco al nome dell'artista messo all'indice, i giovani funzionari hanno specificato la ragione per la quale le sue opere dovessero venire bandite. Si scopre così che - tra gli altri - Black Sabbath, Alice Cooper, Scorpions, Sex Pistols, Stranglers e Iron Maiden era considerati non raccomandabili per l'alto contenuto di "violenza" presente nelle liriche. E che i Judas Priest fossero considerati "anticomunisti" e "razzisti". Sempre di poca simpatia verso il regime furono accusati Pink Floyd ("interferirono nella politica estera sovietica in occasione della campagna in Afganistan"), Talking Heads ("Propugnatori del mito del 'pericolo rosso'") e Van Halen ("propaganda antisovietica"). La più classica delle ragioni - contenuti troppo sessualizzati - portò al bando Tina Turner, mentre AC/DC e 10cc furono bollati come "neofascisti", e quindi rigosamente banditi dagli scaffali dei (comunque mai troppo forniti) negozi sovietici.
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Dove, in compenso, i "nostri" Adriano Celentano e Toto Cutugno la facevano da padroni. E dove, probabilmente, seppure molto meno massicciamente, saranno arrivati anche CCCP e Litfiba, che - più e meno in quegli anni - in Unione Sovietica riuscirono anche a suonare...