Anais Mitchell: 'La mia nuova folk opera all'insegna del futurismo vintage'

Che t’inventi per passare le serate, se vivi isolato nei boschi del Vermont a mezz’ora di macchina dalla città più vicina, senza tv in salotto o uno straccio di bar a portata di mano ? Magari (ma ci vuole una bella immaginazione) uno show itinerante come “Hadestown”, rielaborazione moderna del mito greco di Orfeo ed Euridice in forma di “opera folk” che la cantautrice Anais Mitchell pubblica in questi giorni per la Righteous Babe di Ani DiFranco.  “Da noi gli inverni sono lunghi e rigidi”, premette  Anais, “tra amici e vicini di casa ci si dà una mano a curare l’orto e a tagliare legna per il fuoco. ‘Hadestwon’ è nato così, dal bisogno di intrattenersi a vicenda e dallo spirito solidale di una piccola comunità di persone. Non credo che avrebbe potuto nascere in una città come New York, dove la mentalità prevalente è quella del mors tua vita mea”.  Un po' alla maniera dei Merry Pranksters di Ken Kesey o dei Beatles di “Magical mystery tour”, qualche anno fa la Mitchell e i suoi amici hanno preso a nolo un bus scolastico ridipinto d’argento, lo hanno riempito di strumenti, amplificatori e costumi  e lo hanno portato in giro di città in città, allestendo ogni sera il loro  teatro musicale a metà strada tra Brecht, concerto folk e vaudeville. Dev’essere stata un’avventura… “Di più, una follia”, ride Anais. “La prima sera ci fermammo  subito a causa di una perdita d’olio dal motore.  Poi scoppiò una gomma, e non è proprio facile trovare un pneumatico da bus in piena notte nel mezzo del nulla… Però è stato divertente, e per questo abbiamo deciso di portare in scena anche la nuova versione dello show, quella che compare sul disco: la terza in ordine di tempo e, credo, definitiva”. La Mitchell è pronta a riconoscere i meriti dei suoi collaboratori, in quello che è nato e si è sviluppato dall’inizio come uno sforzo collettivo. “Michael Chorney, il produttore dei miei primi dischi folk, ha scritto una partitura per sei strumenti, con archi e trombone,  che è quella che oggi portiamo in giro. Ben Matchstick, il nostro regista, ha creato per le canzoni visualizzazioni e scenografie geniali. E Todd Sickafoose, che ha prodotto l’album e suona il contrabbasso per Ani, ha aggiunto altre idee e paesaggi sonori andando alla caccia di suoni particolari e di strumenti anticonvenzionali: nastri riprodotti al contrario, una tromba suonata come una percussione, un’orchestra di bicchieri di vetro. Futurismo vintage, lo chiama lui, ed è quello a cui abbiamo aspirato fin dall’inizio. Un futurismo pieno di metallo e di acciaio, pesante e goffo. Come in quei fim di Marc Caro e Jean-Pierre Jeunet, ‘Delicatessen’ e ‘City of the lost children’ (‘La città perduta’, nella versione italiana)”. 

Quando è stato il momento di andare in studio, Anais/Euridice ha potuto pensare in grande, affidando ai suoi musicisti preferiti le parti di coprotagonisti: ed ecco la DiFranco nel ruolo di Persefone, Greg Brown in quello di Ade re degli Inferi, Ben Knox Miller dei Low Anthem nella parte di Hermes e Justin Vernon dei Bon Iver in quella di Orfeo. “Justin è stato uno degli ultimi a essere arruolato, e la sua presenza è il frutto di fortunate coincidenze”, racconta Anais. “Non conoscevo i Bon Iver, mi hanno chiamato ad aprire un loro tour, mi sono innamorata della loro musica e della voce di Justin. Mi sembrava perfetto per la parte del musicista ultraterreno che vive in un altro mondo. Gliel’ho proposto e fortunatamente mi ha detto di sì”. E la DiFranco? “Per me Ani è un modello.  E lei, il roster della Righteous Babe lo dimostra, apprezza le persone e i musicisti difficilmente etichettabili”. Le voci ospiti aggiungono una dose di “grandeur” a una cantautrice che finora si era fatta conoscere soprattutto per il suo minimalismo: “E’ la natura del progetto, così ambizioso, ad avermi spinto in quella direzione.  Ho anche pensato che arrangiamenti più elaborati mi avrebbero aiutato a conquistare l’attenzione dei cantanti che avrei voluto in studio. Stavolta non dovevo raccontare me stessa,  e in in un certo senso questo non è neppure un mio disco: lo vedo piuttosto come un figlio che ho concepito e che s’è messo a camminare con le sue gambe. Ed è una bella sensazione, mi piace starmene un po’ anche dietro le quinte”.

Com’è che una giovane ragazza americana si appassiona a un mito classico della Grecia antica? “Credo di averne sentito parlare fin da quando ero bambina. Ma non è che mi sono messa a fare ricerche approfondite, mi interessavano la storia e le sue metafore più che essere fedele fino in fondo all’originale. Un po’ come i fratelli Coen quando per  ‘Fratello dove sei?’ si sono ispirati liberamente all’Odissea. Anche quella era una libera reinterpretazione, basata sul fatto che la storia parla di aspetti essenziali della condizione umana”. Come, in questo caso, l’utopico desiderio dei musicisti di cambiare il mondo.. “Io ci credo ancora. Perlomeno, credo che  la musica e l’arte cambino il cuore delle persone: non c’è relazione diretta o automatica, ma queste trasformazioni influenzano in qualche modo anche la politica e la società. Quando la gente riprende contatto con la  propria umanità ne nasce sempre qualcosa di positivo”. Anais è abituata a pensarla così fin da piccola. “Mio padre”, racconta, “era uno scrittore innamorato della parola. Spesso, quand’ero piccola, mi faceva  ascoltare i dischi attirando la mia attenzione su certi versi.  E mi faceva lavorare di fantasia per immaginare lo scenario delle canzoni. Ricordo che mi faceva ascoltare ‘Europa’ dei Santana, un pezzo strumentale, e mi diceva: senti, questo è  Zeus che si è tramutato in toro, ha rapito Europa e la porta di corsa verso il mare! Adorava anche quella canzone degli Steely Dan su Ulisse, ‘Home at last’. In casa ascoltavamo molto i grandi storytellers, Bob Dylan, Leonard Cohen, Lou Reed, Joni Mitchell, e la passione che lui mi ha trasmesso mi è rimasta dentro. Oggi adoro quelle vecchie ballate anglo-scoto-irlandesi che si trovano nei volumi di Francis Child,  è incredibile quanto raccontino in una sola canzone. Quella capacità di narrare, tipica della musica tradizionale ma anche degli anni Sessanta, mi sembra sia andata perduta.  Oggi ci aspettiamo che la musica ci colpisca e ci emozioni immediatamente, ascoltare anche per cinque minuti di fila sembra una sottrazione eccessiva del nostro tempo prezioso. E’ anche un mio problema, ho degli amici che mi mandano le loro poesie per e-mail, ma quando sto davanti al computer sono impaziente e finisce che non le leggo.  Lavorare per tanto tempo a un disco che richiede di essere ascoltato dall’inizio alla fine è stato un esercizio utile anche per me, mi ha ricordato che ogni tanto bisogna rallentare e fermarsi a riflettere”. 

 

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