Si fa un gran parlare di anni ’80, ultimamente. Si fa anche un gran suonare, di quegli anni. Gruppi che tornano a quei tempi, a un suono e un’esigenza di sperimentare che - forse - non se ne sono mai andati davvero. Gli anni ’80 in verità ci hanno seminato, hanno preso un sottopassaggio e - veloci - eccoli là che ci aspettano all’angolo. Di quel periodo controverso, che ha un Tondelli come testimonial in scrittura, Garbo è uno dei protagonisti musicali dal profilo più intrigante. Erano anni di sperimentazione, di arte capace di conciliare un contenuto nuovo ad un’estetica vissuta - se non pericolosamente - coraggiosamente. Garbo torna in questi giorni con un nuovo album - splendido - intitolato "Grandi giorni", tributo alle idee e al periodo vissuto e ponte ideale verso la sua produzione futura.Cosa provi nell’assistere oggi alla riproposizione - o comunque al ritorno - di molta della musica e dell’ispirazione degli anni ’80?
Mah...la prima cosa che mi viene da dire è che io c’ero in quel periodo. C’ero e proprio per questo sento il bisogno di andare oltre, mentre mi sembra che molti dei gruppi che si rifanno agli anni ’80 - a quel modo di sentire musicale - in realtà stiano riutilizzando alcune cose del passato. Mi fa quasi tenerezza risentire le cose che noi facevamo venti anni fa, ma credo anche - e lo spero - che molti di questi gruppi saranno in grado di muoversi in avanti con la loro musica.
Che ricordo hai di quel periodo - gli anni ’80 - tanto impopolare nei giudizi e poi rivalutato a posteriori?
In una canzone dicevo "vorrei regnare sulle cose che cambiano", ma oggi, visto come vanno le cose, potrei dire che ciò non succede perché non ho mai avuto un regno. Negli anni ’80 io e vari altri artisti siamo stati fucilati alla schiena, dalla critica, dai giornali, dalla situazione per cui anni ’80 diventava un enorme calderone in cui convivevano i Duran Duran e il post-punk italiano, l’elettronica e il reaganismo. Abbiamo fatto fatica a tirarcene fuori, a sopravvivere con meno ferite possibile. Mi ricordo che io e Faust’O ci incontravamo da carbonari e ci scambiavamo le nostre esperienze: io più dandy, lui maggiormente sotterraneo, scuro. Cercavamo con la nostra musica di dare un respiro diverso al suono, di renderlo più internazionale ma in italiano, perché, e questa cosa va detta subito, tutto eravamo tranne che degli esterofili. E allora ci guardavano strano.
Perché?
Ma perché il modello era quello internazionale, ma la nostra situazione rimaneva nazionale, per cui ti prendevano per quello che aveva tanta voglia di estero ma rimaneva italiano, quindi sfigato. In realtà noi eravamo semplicemente degli artisti, facevamo le nostre cose, e le facevamo in italiano per il desiderio di comunicare con il nostro pubblico.
A proposito di Duran Duran e affini: come mai il tuo nuovo lavoro "Grandi giorni" è prodotto da Claudio Cecchetto, che in quegli anni era proprio l’emblema della musica ‘usa e getta’ rispetto alla tua?
Con Claudio siamo sempre stati amici, da subito, dall’inizio della mia carriera. Lui non ha mai amato la musica italiana, eppure ha passato la mia musica sin dai primi dischi, proprio perché la giudicava di un livello internazionale, diversa insomma dai soliti cantautori chitarra e voce. Claudio ha fatto una radio coraggiosa: ricordati che la discografia all’inizio a Radio Deejay non dava neanche e dischi da suonare, perché tanto lui suonava quello che gli piaceva, e se non aveva dei dischi li comprava all’estero.
Che idea di sei fatto - musicalmente - degli anni ’90?
Mi sono sembrati un buco nero. Credo che veramente l’ultima decade creativa di questo secolo siano stati gli anni ’80, dopodiché abbiamo assistito soltanto a un tentativo - in gran parte riuscito - di omologazione, magari di diversi modelli, però comunque sempre posticci. In poche parole non c’è stato un tentativo evolutivo: noi cercavamo strade, buona parte dei gruppi rock degli anni ’90 si sono limitati - e comunque o riconosco loro come un merito, alla fine - a cercare di fare dei dischi di buon rock, però senza distaccarsi dalla strada maestra...
È mancata la ricerca...
Penso di sì, anche se non lo dicono in molti... noi comunque ci sentivamo perennemente alla ricerca. Ancora oggi vivo l’arte essenzialmente come una forma di esplorazione, un modo di comunicare capace di esprimere il tempo in cui si vive. Anche un po’ profetico, se vuoi.
Come la scelta di Berlino?
Esatto. Era la voglia di definire una capitale ideale dell’Europa, che definisse il contrasto tra due culture, con un muro destinato a cadere.
E il Garbo di oggi, che rapporto ha con l’arte e con la ricerca?
C’è già una nuova direzione verso cui muoversi, e nei confronti della quale "Grandi giorni" è soltanto il primo passo. Sono molto eccitato, il mio prossimo album avrà un suono definitivamente più ‘avanti’, capace di mettere insieme un forte impatto e la mia originalità artistica.
Lavori tanto?
Continuamente. Penso, scrivo, registro, sperimento. In questi anni sono ancora più produttivo, in parte perché faccio meno fatica a creare le cose che mi interessano. È un rapporto di maggior confidenza che ho con me stesso, come se sapessi dove andarle a cercare. Comunque non mi fermo mai, penso non potrei mai smettere di scrivere.
Di quello che gira all’estero cosa ti piace ascoltare?
Mi piace molto quella zona claustrofobica della musica inglese in cui si sono rinchiusi Massive Attack, Tricky e altri. Mi sembra di gran lunga la cosa più interessante in circolazione. Il rock è sì evoluto, ma credo che sia una forma musicale sostanzialmente morta, gli stimoli originari si sono tramutati in qualcos’altro. Ma è proprio l’estetica degli anni ’90 ad aver livellato e omologato le cose....
In che senso?
Nel senso che oggi come oggi, in Italia, se fai una canzone in cui canti del bar, degli amici, della donna che ti ha lasciato e della ciucca che hai preso allora sei uno ‘vero’. Se scrivi qualcosa di più ricercato, sei uno ‘finto’, che ‘se la tira’. Se davanti al giornalista rutti e dici parolacce sei uno sincero, genuino, se dici "buongiorno, come stai?" sei uno formale. Ecco, questa è una cosa che non sopporto, questo non voler vedere le differenze tra le persone, tra gli approcci, questo voler considerare e tenere per buono un solo modo di essere. Da qui si arriva a considerare veri tutta una serie di ‘falsari’ che si comportano e scrivono canzoni da ‘spontanei’ soltanto perché sanno che paga in termini di immagine, e a considerare falsi tutti quelli che non rientrano in quel modo di essere, e che invece magari sono veramente così. Se faccio un video e mi vesto da prete, un prete un po’ truccato, chi mi incontra per strada mi dice ancora: «bello il video... certo, un po’ strano... ma sei davvero un prete?» Capisci? L’idea che l’arte sia anche rappresentazione, sia un modo anche metaforico per far vedere delle cose, per toccarne delle altre, è ancora molto poco considerato in Italia. All’estero non è così, in Germania non è così. Da noi la situazione è ancora la stessa di dieci anni fa, almeno nella gente comune, segno che degli input lanciati pochi hanno colpito il bersaglio.
È una questione di industria...
Certo, ma penso che quando Andy Warhol parlava di pop art intendesse qualcos’altro. Roba tipo i Velvet Underground, capace di intrigare e di far pensare. Oggi non c’è più nessuno che abbia voglia di pensare. La musica serve a catturare la tua attenzione e a non pensare, a tenere il tempo e canticchiare, e basta. Gli album non si ascoltano più, la musica esce fuori da qualsiasi radio, tv, ed è ormai un sottofondo costante, quasi senza un valore a se stante.
Com’è cambiato il tuo modo di approcciare la musica?
Sostanzialmente è rimasto lo stesso, solo che, come ti dicevo prima, mi sento più in confidenza con quello che faccio. Anche dal punto di vista vocale, la varietà dell’approccio che cerco di utilizzare mi permette di divertirmi e sentirmi a mio agio con diversi tipi di repertorio. Posso essere ‘sporco’ come in "Troppe cose" oppure maggiormente dandy come in "Tempo per noi". Interpreto i brani con l’approccio che mi viene più naturale, e ti confesso che spesso la prima registrazione è già buona per il disco....