Dai trionfi del tour al no a Sanremo: Sugar Fornaciari si racconta...

Mette un po’ di soggezione la grande star che duetta con le grandi star, quello che a "Striscia la notizia" ha fatto la figura dello strafottente. Invece, chiede quasi timidamente a chi lo intervista: "Il disco ti è piaciuto?" Impossibile dirgli che "Bluesugar" è il suo disco più convincente. Ma è impossibile non ricordarsi che il vecchio Sugar in questi anni ha dato un bello scossone alla musica italiana e ha inciso almeno tre album di valore superiore: forse ci ha abituati troppo bene. Forse gli si può concedere una fase meno ispirata. Ma facciamo raccontare a lui "Bluesugar".

Sei passato dal "Funky gallo" all’asino di "Do the donkey".
«E’ un altro animale simpatico della mia fattoria... con un altro stile, un po’ meno scatenato e più lazy, stanco».

Come descriveresti il nuovo disco, nel suo complesso?
«E’ una dichiarazione d’amore all’Emilia. E’ l’unico posto che sento come casa. Mentre componevo mi sono ricordato di quando ho cominciato a strimpellare, a 11 anni, nella mia campagna. Mi sono tornati in mente sapori, odori, colori. Il comunismo, i comizi di cui sentivo parlare in famiglia. I gruppi come i Nomadi, l’Equipe 84, i Moody Blues e i Procol Harum. Era la musica "bianca" che sentivo insieme a Otis Redding e gli altri idoli del soul».

E quindi, la musica di questo disco...
«Penso che sia un disco più rarefatto, meno di impatto, ma più di ascolto. Più maturo rispetto agli altri. Credo che sia il disco più internazionale che ho mai fatto, anche se le radici sono sempre quelle, quelle della mia Lunisiana Soul. E’ il posto dove vivo, un crocevia tra Lunigiana e Louisiana. Ma per una scelta di tipo internazionale, ho deciso di mettere un "veloce" di meno. Ci sono più mezzi tempi».
...un "veloce"?
«Sì, i lenti e i veloci, come si diceva nelle vecchie balere. Io ho sempre avuto tre veloci, forse ne manca uno».

Perché per andare all’estero bisogna puntare sulla melodia...
«Per un pezzo ritmato in italiano ci vuole una certa forza nel gimmick, nel ritornello; concentrarsi su quello. Ho sempre usato degli slogan per mandare messaggi, ironizzare. Cantare "Per colpa di chi", qui da noi può funzionare, all’estero invece non possono cogliere il giochino».

Mai come in questi anni abbiamo avuto un tale successo degli italiani all’estero. Pensi che dipenda da questo?
«Italiani all’estero... E’ un’espressione che mi fa sempre pensare agli emigranti con le valigie di cartone... Magari le valigie sono firmate, adesso... Ma in molti paesi rimarremo sempre quelli con la coppola, pronti a intonare romanze... Gli inglesi sono quelli più snob. Andare lì è la sfida più grande. Comunque, è vero: noi abbiamo una tradizione melodica che a loro piace. Loro invece hanno il rock e il blues. Io non penso che abbia senso rubare in casa d’altri per poi offrire loro quello che hanno già. Per questo ho sempre fatto un discorso di commistione tra radici soul che sentivo affini, e la melodia italiana che è il nostro tesoro, e all’estero è tenuta, giustamente, in grande considerazione. Non è un caso se il bel canto, i Bocelli, sono così apprezzati all’estero. Ecco perché non farei mai rock’n’roll. Gli anglosassoni lo faranno sempre meglio. Mentre invece se noi gli portiamo certi ingredienti che a inglesi e americani mancano, immediatamente c’è un responso all’estero».

Beh, immediatamente magari no...
«A me è andata bene. "Il volo" ha funzionato anche in Inghilterra. Quello è un mercato più difficile, mentre su quello spagnolo si può contare più facilmente».

Mentre tu guardi all’estero, molti tuoi colleghi hanno passato il 1998 a polemizzare su chi ha più successo in patria. E’ stata una stagione un po’ litigiosa, che tra l’altro ti ha visto chiamato in causa da Pino Daniele o Vasco Rossi...
«Io di solito evito di parlare dei colleghi a meno che non possa sottrarmi. Non me la faccio addosso. La polemica lascia il tempo che trova... Non mi sono mai preoccupato di chi riempie di più gli stadi. "Io vado meglio a Roma, io però ho riempito San Siro..." Non ho certe megalomanie un po’ provinciali, anche se rispetto i grandi risultati dei colleghi. Non mi interessa essere re a Roma, ma ambasciatore nel mondo intero. Un ambasciatore italiano ed emiliano».

Di nuovo l’Emilia... Come trovi la tua terra oggi?
«Non è molto cambiata. Sicuramente non nei paesini. E anche nelle grandi città, sopravvive l’anima ruspante dell’Emilia. Così molti dei testi sono a doppio senso: la donna di cui parlo, di cui mi dichiaro innamorato, ogni tanto è lei, l’Emilia».

A proposito di doppi sensi... Tu ne hai sempre fatto uso, ma mi pare che anche Panella non abbia scherzato nei testi delle canzoni.
«Beh, io penso che lui sia sempre stato così; magari con Battisti non tirava fuori questa parte della sua personalità, diciamo... ludica».

Tra l’altro, il disco ha molti punti di contatto con le canzoni di Battisti, al di là di Panella. Ad esempio, canti: "Cammino e penso a te"; "Credo eccetera di amarti" oppure "Mi ritorni in mente"?
«Ragazzi, voi siete fissati... Se vuoi esprimere quel concetto, puoi dire "Mi ricordo di te" oppure "Mi ritorni in mente". Battisti ha cantato "Emozioni", e allora basta, noi non possiamo più usare la parola "Emozioni"?»
Vero, ma non intendevo portare il discorso sulla questione che ben sai, quella di Michele Pecora, perché mi pare che tu abbia espresso il tuo punto di vista in tante altre interviste...
«Esatto. Ripeto: la musica è diversa da quella di Michele; il testo poi è di Panella, che sicuramente non conosce quella canzone, perché non credo che ascolti quel genere di musica».

Le polemiche sulle somiglianze che tutti hanno individuato tra le tue canzoni e quelle di altri non ti hanno fatto pensare?
«No, non me ne sono preoccupato perché non ci sono i presupposti. Se andiamo a vedere quanti pezzi somigliano ad altri, gli Stones non avrebbero mai fatto dischi. Le note sono sette, e la musica si nutre di musica».

D’accordo, torniamo a Panella. Come ti sei trovato con lui? Dicono che abbia un brutto carattere.
«In realtà non ci siamo mai incontrati se non per telefono e posta elettronica. Ho visto sui giornali una sua foto, ma mi sembra un po’ troppo giovanile, probabilmente ne ha fatta circolare una di parecchi anni fa...E lui non mi ha voluto dire quanti anni ha».

Volevo chiederti di un’altra coppia di nomi illustri con cui hai lavorato: Miles Copeland e Henry Padovani, che fanno parte del tuo staff internazionale.
«Sì, sono il primo chitarrista dei Police, e il fratello di Stewart Copeland. Li ho conosciuti tempo fa, ed è un team con cui mi trovo bene. Professionisti che conoscono bene l’ambiente e sanno quel che devono fare».

Ti è sempre piaciuto fartela con i pesi massimi... I tuoi collaboratori hanno sempre un nome illustre.
«Se sento che in un brano ci sta bene un suono di Clapton, cerco di avere l’originale. Non ho mai avuto problemi a farlo, nessuna libidine del duetto: non molta gente se lo ricorda, ma già nei primi anni ’80 io lavoravo con Narada Michael Walden in "Rispetto". Ed era una cosa naturale. Io poi sono cresciuto ascoltando i vecchi dischi soul e rhythm’n’blues, e c’erano tutti gli artisti della Stax che le facevano, ‘ste benedette collaborazioni. Io non ho paura delle contaminazioni, specie con i musicisti di cui sono un fan. Sono modi di stare insieme e di imparare. Io in Italia l’ho sempre fatto; ora lo hanno capito in tanti».

C’è qualcuno che manca e che vorresti, nella tua galleria?
«Ripeto, non è questione di avere dei trofei. Però credo talmente tanto nella forza di queste cose che vorrei fare un disco di duetti. Sono dieci anni che ne parlo e cerco di convincere la gente, e credo che nel prossimo futuro vedrà finalmente la luce».

Dimmi di un altro duetto: tua figlia canta in un pezzo. Come è successo?
«Non l’ho fatto per nepotismo. Del resto, mi sono guardato bene dal forzarle a questo tipo di carriera. Credo che abbiano un certo talento, preso da mia moglie, una particolare fantasia e sensibilità. E finalmente sono passate dall’ascoltare Michael Jackson a Doors e Jimi Hendrix. Ogni tanto vengo convocato al piano: "Babbo, senti questa..." Per farla breve, mi trovavo con Rustici a incidere "Karma, stai kalma" e abbiamo pensato che serviva una voce acerba. E poi, pensandoci, si inseriva bene nel discorso del karma».

Cosa pensi dei ragazzi della sua generazione?
«Penso che siano un po’ persi, poverini, che abbiano un po’ meno ideali. Del resto, intorno c’è tanta merda da far pallottole, come si dice dalle mie parti. Li trovo sensibili e persi».

Tanti hanno fatto il tuo nome per Sanremo.
«Ma perché sarei dovuto tornare? Mi sembra che la nuova formula non sia molto bella per chi gareggia, credo che gestirla sia difficilissimo. Quest’anno c’è Fazio e un po’ di curiosità per la novità, ma in futuro? Poi a Sanremo ci sono già stato, e sono arrivato in fondo con "Donne". Che poi, mi sembra che alla gente sia piaciuta...».

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