Un grande disco, il nuovo dei La Crus. "Dietro la curva del cuore" (v. Recensioni Rockol) è una raccolta di canzoni d’amore ispirata e intensa, lontana dai soliti luoghi comuni che insidiano l’argomento e capace di mettere in luce il talento compositivo e poetico del terzetto milanese. Una dichiarazione di quanto la nuova musica italiana sia viva e matura, ormai, a discapito di chi continua a vedere nei nomi consolidati da hit parade l’unica fonte di guadagno sicuro. I La Crus e altri gruppi come loro (Zoo, Elettrojoyce, Marlene Kuntz, Afterhours, Madreblu, Estra) stanno pavimentando una nuova strada, che porta la musica italiana verso una direzione diversa da quella seguita finora, riportandola nel territorio dell’arte. Della genesi del nuovo album abbiamo parlato con i tre protagonisti, Mauro Ermanno Giovanardi, Cesare Malfatti e Alessandro Cremonesi.Allora, iniziamo subito con il presentarlo, questo album...
"Dietro la curva del cuore" è un album su cui c’è molta più melodia rispetto ai precedenti lavori. È stato un risultato voluto, nel senso che eravamo partiti con questa idea già all’inizio del lavoro. C’è un grande lavoro di composizione in senso classico, una ricerca relativa proprio alle soluzioni armoniche.
Una strada peraltro già iniziata con il vostro precedente lavoro...
Sì, anche in "Dentro me" c’era una canzone, "Come ogni volta", che avevamo arrangiato con l’orchestra e che aveva finito per diventare il singolo. Qui alla fine abbiamo lavorato ancora di più su quell’aspetto, prendendo quella canzone quasi come un punto d’arrivo che poteva essere sviluppato ancora.
Quanto è durato il lavoro all’album?
Pensavamo di lavorare meno, forse, comunque alla fine ci abbiamo messo un anno.
Quale è stato il metodo di lavoro che avete seguito?
Mah, più che parlare di un metodo si potrebbe dire cosa abbiamo fatto in concreto: fondamentalmente il nostro lavoro sulle composizioni è stato prendere la struttura di una composizione classica, la canzone, e svuotarla del ritmo e dell’arrangiamento. Ci siamo messi lì e abbiamo provato a scrivere canzoni in modo classico. Nei primi 3 giorni avevamo già tirato già 7 linee melodiche, poi c’è stato un grosso lavoro di arrangiamento, e la scrittura dei testi. I pezzi sono nati dalla ricerca di melodie e accordi che avessero il mood delle canzoni d’autore. A questo va aggiunto il lavoro con l’orchestra fatto in alcune canzoni.
Canzoni d’amore, quindi: perché?
In un certo senso è stata una sfida, la voglia di confrontarsi con la tradizione italiana più classica, con un territorio per noi nuovo e rischioso. C’era anche la voglia di confrontarsi con un tema più universale, che potesse arrivare a più persone. Eravamo un po’ stanchi anche di travestirci da ermetici, perché quella che all’inizio era una scelta artistica motivata rischiava di trasformarsi in una soluzione di comodo, secondo la quale meno gente capisce quello che canti e più sei bravo. E ti assicuro che è molto più difficile scrivere cose comprensibili. Eravamo preoccupati della scelta, però credevamo che l’amore fosse l’unico tema in grado di sposarsi con quello che volevamo fare a livello musicale. È stato comunque un cammino molto naturale.
Come avete lavorato ai suoni?
Ci sono molte cose suonate e altre campionate, anche se queste ultime provengono comunque da cose fatte suonare. Per esempio registravamo una chitarra e poi la campionavamo per gli usi che ci servivano. C’è anche un po’ di ricerca sulla rumorosità, come è tradizione per i dischi dei La Crus.
Da dove arriva il titolo dell’album?
Viene da una frase di Claudio Galuzzi, un nostro amico - adesso scomparso - che è stato anche il direttore di "Pulp", la rivista di libri. "Dietro la curva del cuore" è una sua frase, viene dalla poesia "Quando incontri la vita", che recitavamo nello scorso tour prima di "Come ogni volta"
All’album collaborano musicisti molto importanti della scena musicale italiana: penso a Cristina Donà, Manuel Agnelli, Roberto Vernetti, Fabio Barovero, Carmen Consoli...
Sì...sono tutti amici. Lavorare con gli amici è molto divertente, se si instaura il rapporto giusto, e con loro è stato così. I gruppi italiani oggi hanno molti musicisti bravissimi...
A questo proposito, sembra quasi che la musica italiana stia vivendo una fase di rinascita...
Sì, anche se non da oggi. Però è vero che a metà degli anni ’90 c’è stata una specie di svolta, per cui molti gruppi stanno facendo proprio in questo periodo il proprio disco più importante.
Per molti versi questo disco è più ‘rassicurante’ dei vostri precedenti due lavori...è un’operazione di marketing, in qualche modo? Ci dispiace dirlo, ma con i La Crus il marketing non esiste. Abbiamo scritto il nostro disco senza pensare a tutto questo, abbiamo registrato e missato alcune cose nello studio degli Young Gods, a Friburgo. Sono un gruppo che ammiriamo molto, e avevamo anche aperto un loro concerto.
Per il lavoro con l’orchestra vi siete appoggiati a Silvio D’Amico...
Sì, lui è un italo-brasiliano che vive a Roma, un bravissimo direttore con cui abbiamo realizzato arrangiamenti e orchestrazioni. I concerti con l’orchestra hanno già metà delle canzoni pronte, grazie al lavoro fatto con lui.
Quando partirà il tour e come sarà il set dal vivo?
A Marzo. Sul palco saremo in cinque, e il suono sarà molto più ruvido. Utilizzeremo molti campioni e un volume alquanto sostenuto: Cesare suonerà la chitarra - come un vero rocker! - e nelle date più importanti ci sarà l’orchestra. Faremo un primo giro di concerti nei club, e terremo gli spazi più grandi per le città più popolose o per occasioni tipo festival o rassegne.