Nasce Timoria Open Art, l'ennesima svolta artistica di un gruppo sempre fuori dalla mischia.

Omar Pedrini sta ai Timoria come Pete Townshend agli Who. Non succede spesso, in Italia, che un gruppo non venga identificato con il frontman. Nel caso dei Timoria, poi, quello con il frontman è stato un rapporto molto difficile. Il nuovo album "1999" è il compimento di una svolta in questo senso - ma anche un nuovo punto di partenza per quello che non è più soltanto un gruppo, ma un progetto artistico che guarda in più direzioni.

Perché il titolo "1999"? Sai che ne è già uscito uno, dei Cassius?
«Sapevamo che la data era affascinante e poteva spronare in tale senso. Ma per noi il significato era anche quello di un nuovo inizio, che volevamo cristallizzare nel tempo. E’ evidente che c’è stato un cambiamento, per cui questo titolo serviva per fissare la svolta. Il concetto più importante è che ormai siamo un progetto, una équipe di lavoro: i "Timoria Open Art", di cui questo disco è figlio. Un progetto ampio, aperto a collaborazioni di ogni tipo. Più denaro avremo e più ne investiremo in questo senso. Abbiamo aperto una struttura a Lodolandia e una a Brescia che sono strutture di contaminazione totale perché abbracciamo musicisti, poeti, fotografi, moda... »

Moda?
«Sì, abbiamo con noi Fabrizio Ferri, che è un fotografo importantissimo. E questo permette una grande circolazione di idee diverse: mentre le modelle sfilano per le foto, c’è chi dipinge e chi suona... Abbiamo un sito internet che ha vinto un premio l’anno scorso, ed è il nostro contatto diretto con chi vuole avvicinarsi a noi. Il tutto risulta una specie di piccola factory wahroliana. Io e Lodola abbiamo fortemente voluto questa struttura, questa evoluzione. Che poi era un’ambizione già presente agli inizi: il titolo del nostro primo disco era "Colori che esplodono"».

Hai parlato di cambiamento. Ma prima, allora, come eravate?
«"Prima" eravamo uno dei primi gruppi a spaziare oltre i confini musicali, con la voglia di esplorare non solo nella musica ma anche nell’arte. Molti critici ci dicevano: il vostro guaio è quello di non fare un "genere". Oggi siamo a un "Progetto Timoria" che è esclusivamente nostro, non più riconducibile a una "corrente"».

E dal punto di vista musicale?
«C’è stato l’arrivo di Pippo, percussionista romagnol-napoletano che caratterizza il nostro suono e di un cantante e musicista, Sasha, che canta il 70 per cento delle canzoni del disco. Un cambiamento vocale non trascurabile».

Già... Sai già qual è la prossima domanda, vero?

«Sono pronto... Il cambiamento di cantante è stato causato dal deterioramento di un rapporto umano. Non è stata una scelta tecnica o artistica. I suoi rapporti erano logori con ognuno di noi. Quando quattro persone provano questa cosa non si può più tenere insieme il giocattolo. E di conseguenza si è presentato anche il problema artistico. Da un lato, noi quattro ci siamo ritrovati con una nuova voglia di andare avanti, una grossa scossa emotiva, positiva. Certo, c’è stato anche il panico di comporre per un’altra voce, altri registri. Ma abbiamo deciso di non avere un altro "fenomeno" con scarse qualità umane. Allora abbiamo cercato un ragazzo con cui stare bene in tour. Abbiamo provato nomi anche abbastanza conosciuti, poi abbiamo deciso per Sasha, che era un nostro roadie. Ci piaceva tantissimo l’ex cantante dei Karma, un grande talento. Ma una sera siamo usciti e abbiamo scoperto che lui era astemio. Noi abbiamo choccato lui e lui ha choccato noi... Abbiamo capito che non avremmo legato completamente, e allora abbiamo ripiegato su Sasha con cui c’era già un ottimo rapporto. E ha una bella voce, molto blues. E così, quando ci siamo ritrovati in studio, abbiamo provato lo stesso entusiasmo e le stesse paure di un gruppo agli inizi».

Nei testi del disco ci sono molti accenni "geografici": parlate della Romagna, una canzone è su Genova... Ma di voi si parla sempre come del "gruppo di Brescia". Non ti è mai capitato di pensare che se non foste stati di Brescia...
«Sì, lo so. Non ti nascondo che ho pensato spesso al fatto che i critici a volte si lamentano che la musica italiana è provinciale - ma spesso sono loro a guardare solo in certe zone, a dare risalto a certe realtà più che ad altre. Per tanto tempo siamo stati tagliati fuori. Solo quando siamo venuti a Milano abbiamo avuto attenzione. E’ inevitabile: qui ci sono i contatti con l’ambiente musicale, le grandi occasioni. Io, nel mio piccolo, ho aperto a Brescia uno studio e una piccola etichetta, e ora c’è qualche possibilità anche là».

Tra l’altro, parlando di Brescia, in questi giorni a Milano si punta il dito contro gli extracomunitari, che nella provincia di Brescia sono tantissimi. Ma non mi pare che ci siano stati particolari problemi.
«Qualcuno in passato, ma ora sono bene integrati. L’industria aveva bisogno di manodopera. Gli italiani non vogliono più lavorare nelle acciaierie bresciane. E non si può negare che abbiamo giri spaventosi di prostituzione e immigrazione clandestina. Ma miracolosamente Brescia rimane un posto dove puoi girare tranquillamente di notte. E intorno a Brescia c’è una vita notturna incredibile, tutte le discoteche. Si sa, i bresciani sono pazzi».

Tornando al disco, mi è parso che il "Timoria sound" si sia molto trasformato in senso melodico.
«Ci abbiamo ragionato tanto. Abbiamo scelto 12 pezzi tra tantissimi che avevamo composto. Con la nuova formazione, avevamo paura dei fucili spianati... ma volevamo fare anche una cosa che ci piacesse, e non dare l’impressione di ottemperare a obblighi contrattuali. Volevamo esprimere una rinascita, una nuova energia. E mai come in passato testi e musiche sono collegate. Prendi "Deserto": è metà hard rock, nella parte della disperazione dell’uomo che vaga nel deserto. Ma poi il protagonista incontra un angelo. E lì ho deciso di rischiare, mettendo una parte molto più dolce, orchestra e voce. Poteva essere troppo in contrasto con quell’altra, e in effetti lo è. Ma lo è anche il testo. Un altro cambiamento importante, è che ora siamo un gruppo, e non solo un interprete con una band. Il che significa anche cose più semplici, senza certi colpi di teatro che potevo permettermi prima, anche grazie alla voce di Renga. Prima la melodia poteva creare meraviglia, magari anche a costo di cadere nel barocco. Ora ho voluto scrivere pezzi che anche il vicino di casa possa suonare. Arrivare a questa semplicità per me è stato difficile».

E "Il maestro?"
«E’ il nostro tastierista, il Maestro Ghedi: il rapper del gruppo. Nelle notti milanesi è ricercatissimo, animale folle, con la gente che lo acclama quando fa le sue "conferenze"».

Un altro maestro, Aldo Busi.
«Se vogliamo fa parte del "Progetto Timoria" che ti dicevo prima. Lo conosco, siamo concittadini, e il suo manager che è un nostro fan ci ha proposto questi testi, che lui ha composto quando a Sanremo è rimasto colpito dalla piattezza dei testi delle canzoni. Fu l’anno che Mike Bongiorno gli diede dello sporcaccione. Ho altri tre brani scritti da lui pronti; ma "L’amore è un drago dormiente" l’ho voluta incidere subito perché è la migliore, una delle più belle canzoni d’amore mai scritte».

Lui è una sorta di rockstar. Pensate di ospitarlo in un concerto?
«Guarda, in questo momento è un po’ in crisi, in un suo momento creativo particolare. Sono mesi che non riesco a contattarlo. Mi piacerebbe averlo sul palco».

Ora c’è Sanremo. Voi ci siete stati.
«Sì, nel ’91. Abbiamo ottenuto il premio della critica per i giovani. Lo hanno istituito appositamente per il nostro pezzo "L’uomo che ride", e la cosa è uno dei nostri piccoli "trofei". Poi non siamo più tornati perché se non avessimo vinto qualcosa sarebbe stato un passo indietro... No, scherzavo: mi piacerebbe tornarci. Sono amico di Fabio Fazio e so che ama la musica. E la mia paura è che non riesca a fare quello che vorrebbe. Spero che non venga cannibalizzato dalla macchina-Sanremo. Sai, in fondo, se ci pensi, Pippo Baudo è stato il meno peggio. Negli ultimi anni, più che delle vallette non si è parlato».

Parlando del ’91, pensavo a quando siete venuti fuori. Un gruppo nuovo viene sempre investito della capacità di "parlare per la propria generazione". Dopo dieci anni, per chi si parla?
«Io in effetti frequento molta gente, e quindi anche ragazzi più giovani di me. Certo ho trent’anni e non scrivo più pensando ai ventenni. Ma sono stato un ventenne. Anche se oggi è tutto molto più frammentario. Parlando solo di musica, oggi c’è molta più scelta. Chi ascoltava rock italiano dieci anni fa ascoltava Litfiba, Timoria, Denovo, Diaframma o CCCP. E basta. Noi eravamo i più piccoli. Oggi si può scegliere tra più di 50 band, con le proprie sfumature. Lo stesso discorso lo puoi fare per un sacco di altri campi nei quali la costante rimane questa abbondanza di scelte. E forse la scelta è troppa, e non sempre i ragazzi riescono a orientarsi e si perdono, diventano vittime della mancanza di riferimenti. Del resto io sono più dubbioso e confuso di loro. E quindi per tornare a quanto mi chiedevi, il fatto che al nostro fan club scrivano un sacco di minorenni mi fa pensare che si possano identificare in quello che dico. E io dico cose delle quali rispondo. Di cose che non conosco, non parlo».

Tu hai avuto una visione del futuro, in "Speedball"...
«Sì, è stato il disco più difficile che abbiamo fatto. Miracolosamente abbiamo ottenuto un disco d’oro e non so come abbiamo fatto. Era un disco che parlava dei sostituti delle droghe, ero rimasto molto colpito dal film "Il tagliaerbe". La dipendenza psicologica dalla realtà virtuale, le droghe chimiche... Io che sono un vecchio hippy metto in guardia i ragazzini e faccio un po’ il papà quando mi offrono la "cala" dopo il concerto. Ho provato gli effetti di queste sostanze e sono devastanti, ho immediatamente capito il pericolo che si nasconde un cambiamento di personalità incredibile e ti distruggono le cellule cerebrali. Così io dico, a rischio di risultare noioso: "Ragazzi, io mi sono fatto le canne per una vita, non è un bacchettone che vi parla: queste cose fanno male, scappate". Li metto in guardia dall’eroina e da queste droghe chimiche che sono ancora peggio: in poco tempo si diventa dei burattini, e questo è probabilmente quello che qualcuno vuole».

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