“What you see is what you get”, dicono gli americani. Quel che vedi è quel che è. Chrissie Hynde è sempre stata così: pane al pane, poco propensa a fronzoli, moine o sorrisini di circostanza. Una cowgirl in blue jeans (come nella copertina del nuovo album) che sa anche essere brusca, e aggressiva, quando si tratta di affermare il proprio punto di vista (ne sanno qualcosa quelli della ditta di abbigliamento Gap, vittime di una ben nota azione di commando in negozio da parte della bellicosa leader dei Pretenders, pasionaria della causa animalista). Oggi la musica – o meglio, quel che le sta intorno – non è più al centro dei suoi interessi. Le piace ancora stare su un palco, ma promuovere un disco (“Loose screw”, da poco uscito in Europa) non sembra proprio metterla nella migliore disposizione d’animo. Nell’elegante suite di un hotel milanese in cui ci riceve dopo una giornata intera di interviste, snocciola risposte secche, affrettate, anche evasive. Confermando la sua fama di donna tosta e dura che da oltre vent’anni naviga i mari tempestosi della vita on the road: una delle prime star di sesso femminile a permettersi di far le cose a modo suo in un mondo tradizionalmente “macho” e sessista com’è quello del rock (di lì, forse, i suoi matrimoni brevi e travagliati con i colleghi Ray Davies e Jim Kerr). Oggi, ci racconta, ha altre cose per la testa. Guarda con disincanto e ostentato disinteresse al ruolo, ormai di seconda fila, che l’industria musicale le ha riservato. E si illumina solo nel ricordo di Joe Strummer, il caro amico scomparso a dicembre…Il nuovo disco privilegia spesso suoni e ritmi giamaicani: com’era logico pensare, quando si è saputo che sarebbe stato Jonathan Quarmby a produrlo…
Ascolto il reggae da quando mi sono trasferita in Inghilterra negli anni ’70. Il mio amore per la musica giamaicana è stato un punto di partenza, questa volta: volevo un album che avesse più “groove”.
Si parte con qualche pezzo decisamente rock (l’iniziale “Lie to me”, “Fools must die”), per poi dare spazio alle ballate e a suoni più soffici. E’ stato intenzionale, questo cambio di atmosfera man mano che il disco procede nel suo percorso?
L’unica intenzione era di far capire all’ascoltatore che quella che sta ascoltando è una rock band.
“Loose screw” segna anche l’inizio di una vera e propria collaborazione a quattro mani, sul piano della scrittura, con il tuo chitarrista Adam Seymour.
Ci conosciamo bene, ormai, e Adam sa come motivarmi. Di solito sono io a scrivere la linea melodica, le parole e gli accordi base del pezzo: lui magari ci aggiunge un ritmo di batteria elettronica o qualcos’altro. Poi capita di collaborare anche con qualcun altro: “Saving grace” e “Nothing breaks like a heart” le ho scritte con Tom Kelly e Billy Steinberg, che in quest’ultima ha anche contribuito alla stesura del testo. Con Jarvis Cocker, invece, non ci siamo incontrati: “Walk like a panther” è la cover di un pezzo registrato qualche anno fa da un gruppo inglese, gli All Seeing I. Poi c’è la canzone di Charles Trenet, “I wish you love”, che abbiamo voluto inserire come bonus track nell’edizione europea del disco.
E’ un pezzo strano: comincia come una rilettura tradizionale, e poi subisce un’evoluzione sperimentale alla Portishead…
Lo abbiamo fatto per una colonna sonora, “Eye of the beholder”, che contiene anche un pezzo dei Massive Attack. Io non avevo mai sentito prima la canzone di Trenet, e penso che abbiamo fatto un buon lavoro.
Perché una canzone tradotta in spagnolo, “Complicada”? C’è dell’autobiografia?
E’ stato il mio ex marito, Lucho Brieva, uno scultore colombiano, a suggerirmi di cantarla in spagnolo. Era convinto che avrebbe funzionato, e anch’io l’ho trovata un’idea divertente. Alla traduzione ha provveduto lui in coppia con Phil Manzanera, che è suo vicino di casa. E’ autobiografica? Un po’, come tutte le canzoni, del resto.
Affiorano diversi prototipi maschili negativi, nel disco: il bugiardo, il gigolò, il casinista in amore…
Sono metafore, principalmente.
Sembrerebbe anche che un paio di canzoni affrontino il tema amoroso dal punto di vista di una donna matura coinvolta in una relazione con un compagno più giovane…
Ah si? E’ la prima volta che lo sento dire. Ma gli uomini giovani mi piacciono, certo!
Questo è il tuo primo disco da “indipendente”, dopo vent’anni e più con la Warner. Cosa è successo?
E’ successo semplicemente che non vendevamo più abbastanza dischi, e per questo ci hanno scaricati. Ora siamo con un’altra etichetta, ma per me non fa differenza perché il business non mi interessa. E’ stata la mia manager a trovare una nuova sistemazione: ma per come la vedo io non cambia nulla.
Sembra di capire, anche da recenti interviste, che tu oggi abbia altre priorità, accanto alla musica…
Naturalmente. Abbiamo cinque sensi e dobbiamo cercare di usarli tutti. Di cosa mi interesso oggi? Della vita, prima di tutto. E mi interrogo su quel che c’è dopo la morte, sul mio rapporto con Dio. Ma anche da questo punto di vista nulla è cambiato: il mio atteggiamento è rimasto quello degli anni ’80, non sono una di quelle persone che hanno subìto grandi trasformazioni nel tempo. E non sono una privilegiata. Ho avuto i miei alti e bassi e le mie tragedie come tutti. Solo che non voglio farne grandi questioni: a volte quelle esperienze affiorano nelle canzoni, forse, ma è chi ascolta a doverle riconoscerle.
Norah Jones, Avril Lavigne…Sembra che la new wave femminile stia facendo sconquassi, di questi tempi. Tempo fa hai scritto una canzone, “Pop star”, non proprio tenera sull’argomento….
In realtà non intendevo prendermela con nessuna nuova diva in particolare, è stato il regista del videoclip che ha spinto la gente ad interpretarla in quel modo. La canzone parlava di tutt’altro: del mio ex boyfriend che mi lascia per andare con una più giovane. Non ho opinioni particolari, a proposito dei nomi che mi hai citato: ho visto Lucinda Williams dal vivo la settimana scorsa, e l’ho trovata fantastica. Indipendentemente dal fatto che sia una donna.
Torniamo un attimo alla tua famosa azione di sabotaggio nei confronti della Gap, quando facesti irruzione in un negozio di New York per distruggere alcuni capi in pelle. Quella ditta aveva fatto richiesta di una tua canzone da utilizzare per uno spot pubblicitario, e tu avevi rifiutato.
L’episodio della Gap non ha nulla a che vedere con il mio atteggiamento nei confronti della pubblicità. La nuova musica dei Pretenders passa molto difficilmente in radio ho cominciato a dire di sì all’uso negli spot, perché questo significa andare in televisione e farsi ascoltare dalla gente. Un tempo non avrei mai autorizzato l’uso della mia musica in pubblicità, perché il giudizio che ne do è negativo, ma oggi che conquistare un airplay è diventato così difficile le cose sono cambiate. Ho detto molte volte di no, in passato, e continuo a rifiutare quando penso che l’idea che sta dietro un prodotto da commercializzare sia troppo sputtanata.
Pochi musicisti sono aperti come te alla collaborazione con altri artisti…
E’ vero, ho appena inciso un duetto con Russel Crowe per il suo nuovo album. Ho cantato anche con Alessandro Safina: lo considero un grande artista, una delle migliori voci mai uscite dall’Italia.
I Pretenders faranno presto uscire anche un DVD...
Hanno registrato un nostro show in America. Il pubblico non compra i nostri dischi, e la casa discografica è alla disperata ricerca di prodotto da mettere in circolazione.
Vuoi dire che non ti aspetti nulla da questo album?
Niente di particolare, no. Se il pubblico lo comprerà mi farà piacere, naturalmente, perché penso che ne resterà soddisfatto. Non lo avrei fatto uscire, se non avessi pensato che fosse buono. Ma non me la sento di biasimare chi deciderà di scaricarselo da Internet o di farsene una copia, se non ha le quindici sterline richieste per comprarselo. Vendere un po’ di dischi però è importante, perché ci serve per finanziare il tour. Altrimenti non potremmo permetterci di suonare dal vivo. Mi piace scrivere canzoni e registrare in studio, ma è suonare dal vivo il vero divertimento. E’ quello il cuore del mio lavoro, tutto il resto è in funzione dello stare sul palco.
So che hai presenziato al funerale del tuo amico Joe Strummer…
Quando sono arrivata sul posto ho visto tutti quei camion dei vigili del fuoco…. Joe aveva appena tenuto un concerto di beneficenza per loro, e i pompieri erano tutti lì. E’ stata una cosa toccante e poetica. Qualcuno ha letto frammenti delle sue liriche: versi bellissimi, Joe stava scrivendo alcune delle sue cose migliori di sempre. E stava anche vivendo un periodo di grande serenità, in famiglia e sul lavoro. Sono molto contenta di averlo conosciuto, di essere stata una sua amica.
(Alfredo Marziano)