L'ex voce degli Skunk Anansie è tornata: nuovo look e nuova musica, cantata però con la forza di sempre...

“Mi piace la moda ma la cosa più importante per me è potermi vestire come c**** voglio”: questa – letteralmente - è Skin. Una che ha lasciato la band di cui era anima e forse anche cervello “non per un motivo particolare, ma per fare finalmente qualcosa da sola”. Una che dopo anni di grandi lotte, e di gran fortuna, con gli Skunk Anansie non ha alcuna intenzione di smettere di far sentire la sua voce: ma magari vuole usarla in modo diverso – come avrete modo di capire se ascoltate “Fleshwounds”, il suo primo album solista. Una che si è costruita la faccia, l’immagine - e un po’ anche la carriera - su una testa calva e luccicante (“mi dava un’aria guerriera”) e che poi, all’improvviso, ha scelto di farsi ricrescere i capelli: il che le dà un’aria più morbida, ma non certo remissiva.

Skin, perché un cambio di vita così radicale?
Ero stanca, anzi: esausta della vita che facevo. Essere negli Skunk Anansie è stata un’esperienza fantastica, ma non avevamo un minuto di tempo per noi. Il gruppo ti assorbe e non ti fa pensare ad altro. Io a un certo punto ho capito che volevo migliorare la mia scrittura, diventare più articolata nel linguaggio musicale, condurre un’esistenza meno convulsa - meno folle.

Ora ci riesci?
(Sorride) Ora è tutto l’opposto di prima. Ora sono il dittatore: decido io, in autonomia. So che detta così questa frase suona molto poco di sinistra, ma cerca di capirmi.

Che differenza c’è tra l’esperienza in un gruppo e quella da solista?
Ci sono aspetti positivi e negativi sia nell’una che nell’altra. Se sei solista la cosa più difficile è che non puoi dare la colpa agli altri per i tuoi errori. Le responsabilità ricadono tutte sulle tue spalle. Però fino ad ora sono felice della mia scelta. È una nuova vita, un nuovo viaggio, un nuovo modo di fare musica.

In che modo la tua musica è nuova?
Gli Skunk Anansie non dicevano altro che “Fuck you”, “Fuck your brother”, “Fuck the cat”. Io cerco di essere più chiara e diretta. Questo non vuol dire che non canterò mai più “Fuck you”, ma cercherò di spiegare perché lo faccio. Dal punto di vista dei testi vorrei essere compresa da tutti, d’ora in poi. A questo nuovo album corrisponde anche una nuova consapevolezza. Un momento vero di crescita.

Ti sentivi “piccola”, prima?
Tutti noi soffrivamo di quella che comunemente è nota come “Sindrome di Peter Pan”. Ci cullavamo in una comoda infanzia prolungata. Quando sei un musicista rock, farlo è molto facile. Alcuni restano bambini fino a cinquant’anni e oltre. Io ho sentito che era venuto il momento di smetterla. Anche per questo me ne sono andata: volevo cambiare e crescere. All’inizio ero molto spaventata. Poi ho cominciato a pensare: ho dei talenti, e questo è indubbio. Devo solo trovare il modo di usarli al meglio.

Nessuna acrimonia, niente astio tra te e gli altri ex Skunk Anansie?
Ma no, pensa che Mark e Cass sono venuti a vedermi alla mia prima data come solista, a Londra. Alla fine eravamo tutti commossi e un po’ scossi, anche perché dal vivo io rifaccio qualche vecchio pezzo degli Skunk. Non posso suonare solo le canzoni del mio nuovo album: la gente non le conosce ancora, e si annoierebbe. A “Follow me down”, per esempio, non potrei rinunciare.

Perché hai cambiato look? Stai bene così, ma vederti con i capelli è una sorpresa.
(Ride) Sai come fanno gli uomini quando lasciano una ragazza? Di solito smettono di radersi. A me è capitata una cosa analoga: due anni fa avevo una relazione, che poi è finita. Ho smesso di tagliarmi i capelli e ho scoperto che mi piacevo. Ho anche scoperto che in quel modo potevo “nascondermi”, ed ero meno riconoscibile: potevo andare a fare shopping senza che nessuno mi fermasse per la strada. Prima mi vedevano di spalle e dicevano: “Guarda, c’è una tipa nera con la testa calva. Dev’essere Skin”. Finalmente hanno smesso.

Nel tuo album parli molto delle relazioni tra persone.
Penso che sia l’argomento più interessante su cui riflettere e di cui parlare. Non mi riferisco solo alle relazioni d’amore: dico in generale. Paradossalmente l’argomento che “si sente meno” qui dentro è la politica: buffo che sia capitato proprio a me, che sono politica in qualunque cosa faccio.

A cosa ti stai dedicando ultimamente?
Lavoro con un’organizzazione che si chiama FGM (Female Genital Mutilation), contro l’infibulazione e altre torture inflitte alle donne. C’è talmente tanto da fare! I problemi sono dappertutto. Cerco sempre di parlarne nelle mie canzoni: per comporre “Fleshwounds” mi sono prosciugata.

In che senso?
Ho riempito di canzoni cinque cd. Poi li ho dati ai miei produttori e ho detto: “Aiutatemi a scegliere”. Alla fine le migliori erano le prime che avevo scritto: avevano più energia, più forza al loro interno. Ed erano anche le più complesse. Se c’è una cosa che non mi piace è l’eccessiva semplificazione – dei testi, dei concetti – che contraddistingue in genere i brani musicali. Non credo che tu sia autorizzato a scrivere c****te per il solo fatto di essere una rockstar.

Quale compromesso non accetteresti mai in nome del successo?
Non rinuncerò mai a cantare con l’anima. Me lo diceva sempre la mia maestra: “Ricordati che la voce è connessa allo spirito e al cuore. Non cantare mai senza cuore”. È quello che cerco di fare.

(Paola Maraone)

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