Il lungo silenzio, la voglia di tornare alla musica, il nuovo disco 'Scaramante' nell'intervista di Rockol

A sei anni dall’ultimo disco, dopo un tour con il suo padre, dopo la scomparsa di quest’ultimo e dopo il tempo necessario per elaborare il lutto, dopo la nascita della sua quarta figlia, Cristiano de André torna alla musica. E’ appena uscito “Scaramante”, il nuovo lavoro che segue “Sul confine” (1995). Un viaggio tra critica sociale e autobiografia, tradizione cantautorale, accenni pop e citazioni etniche. Ecco il racconto di un musicista che non più semplicemente “il figlio di Fabrizio”, ma una realtà della musica italiana.

Dal tuo ultimo disco a quello appena uscito sono passati sei anni, segnati da molti eventi, alcuni dei quali noti a tutti. Come e quando ti è tornata la voglia di fare musica?
Dal 1996 al 1998 sono stato in tournée con mio padre, poi è successo quello che è successo. Dopo la sua morte, mi era passata la voglia di fare musica, non ho toccato uno strumento per un anno e mezzo. Mi sono occupato dell’azienda di famiglia in Sardegna per un po’ di tempo, è nata mia figlia. Queste emozioni così diverse si sono accumulate, è stato come un serbatoio che si è riempito e che ho dovuto svuotare. Dopo un anno e mezzo ho avuto il bisogno di buttare fuori tutto ed è nato “Scaramante”. Questi pezzi sono stati scritti di getto, come se fosse un bisogno fisiologico.

Ci spieghi il significato della parola che dà il titolo al disco?
“Scaramante” è un neologismo che deriva dalla scaramanzia. Non è un album concept, ma alcuni pezzi sono legati dal richiamo alla scaramanzia, appunto.
Al giorno d’oggi si sono persi molti punti di riferimento nella società. Oggi è difficile credere alla politica e alla religione: la prima è un accaparramento del potere, uno scaldare le poltrone più che fare il bene dell’Italia. La seconda, invece, è un’altra forma di potere. Resta difficile anche per chi era bigotto esserlo ancora, e forse questa è una fortuna. Ma dall’altra parte, mancano dei riferimenti e bisogna trovarne di nuovi. Che appunto si cercano nella scaramanzia, in oggetti: è più facile abbracciare un fustino di un detersivo, un telefonino o un optional che non credere in qualcosa. “Scaramante” è però anche la scaramanzia rivolta alla speranza che le cose cambino: una nuova rinascita ed una presa di coscienza. Non possiamo sperperare migliaia di miliardi in cazzatine, senza pensare agli altri e senza pensare che prima o poi qualcuno non s’incazzi…. Nella copertina c’è un germoglio in una terra desolata: è la scaramanzia che questo germoglio ce la faccia.
Tutto questo sembra un discorso pesante, ma “Scaramante” è un disco, in cui è presenta anche dell’ironia…

Tematicamente, il disco sempre diviso tra due anime: canzoni di forte critica sociale come “Lady barcollando”, “Quaranta carte”, “Sapevo il credo” e canzoni molto personali come “Fragile scusa”, “Il silenzio e la luce”…
E’ vero: da una parte questo disco è autobiografico, dall’altra cerco di raccontare quello che non mi piace di ciò che mi circonda. “Lady barcollando” è il simbolo di quello che dicevo prima: la nostra società è il contrario della nostre origini filosofiche avevano immaginato: il trionfo dell’essere sull’avere.
Dall’altro lato, però, sono presenti anche canzoni autobiografiche, di presa di coscienza del mio passato o racconti di gente che ha preso strade sbagliate e dà le colpe all’esterno anche quando colpe non ce n’erano.
Credo che sia anche arrivato il momento di oltrepassare questi questi masochismi della canzone d’autore, per i quali bisognava per forza soffrire, parlare di cose dolorose, avere la bottiglia di vino ed essere alcolizzati. Credo che Jovanotti, con il suo “Penso positivo”, abbia portato la canzone verso una strada più solare, parlando del sociale con un linguaggio diverso. Credo anche che alle persone che hanno dei problemi, sentire parlare in modo positivo faccia meglio che ascoltare il proprio problema amplificato.

Anche musicalmente il disco sembra diviso tra diverse anime: una forte base cantautorale, accenni pop e influenze etniche. Queste ultime due sono delle novità per la tua musica…
Ormai il pop lo mastichiamo parecchio, lo ascoltano molto le mie figlie… In realtà, non ho mai avuto uno stile ben preciso. Facendo il musicista ho sempre amato molte cose tra loro diverse, i Rolling Stones ma anche i Beatles, Lou Reed ma anche Bowie, il jazz rock, i Jefferson Airplane e la musica d’avanguardia… In questo momento ascolto la musica pop come quella di Madonna, ma anche Bjork, Peter Gabriel. Questo album, quindi. racchiude i miei amori passati, quelli presenti e spero anche quelli futuri, come la world music. La contaminazione con ciò che ci sta intorno non può che far bene alla musica. Ho quasi quarant’anni: questo disco è un miscuglio di tutte queste cose che, e facendo i conti, sono passate nella mia vita.

In “Santa Ana” canti in genovese, il dialetto della tua città di origine…
E’ una dedica a mio padre, così come “Il silenzio e la luce”, che chiude il disco.

A proposito di origini: facendo il mestiere che fai, quanto ti onora e quanto ti pesa oggi il tuo cognome?
Tutte e due: mi ha sempre onorato e mi è sempre pesato. Quando mio padre era in vita, il confronto era inevitabile. I figli d’arte in Italia sono sempre stati visti un po’ come dei coccoloni. Io credo comunque di aver fatto parecchia gavetta, suonando feste di piazza e cose simili. Sicuramente sono stato fortunato ad essere già nell’ambiente, ma con il passare degli anni mi sono anche creato il mio piccolo atollo, le mie sicurezze.
E’ sempre stato difficile scrivere: avendo un padre così, ogni volta che buttavo giù un verso, mi sentivo già retorico e banale, perché lui era geniale in ogni cosa che faceva. Ho fatto fatica ad accettarmi, ad ammettere di esistere come artista. Poi le cose pian piano hanno preso il loro posto e oggi cerco di farmi accettare per quello che sono.

Nel 1997, un tuo brano è stato campionato da David Byrne in “Fuzzy freaky”, una canzone di “Feelings” . Ti ha onorato essere ripreso da un artista di quel calibro, che oltretutto era un appassionato dichiarato della musica di tuo padre?
Mi era arrivata una lettera della WEA, che al tempo era la casa discografica di entrambi, in cui mi si chiedeva “un certo David Byrne” vorrebbe usare un campionamento ritmico preso da una tua canzone. Cosa dici, gli diciamo di si?”. Io ho fatto due giravolte dalla felicità... Avrà detto: “quella famiglia mi ha sempre dato molto”…

Progetti di portare il disco in tour?
Si, al più presto, anche perché ci sono parecchie richieste; dall’inizio dell’anno prossimo dovrei partire.

(Gianni Sibilla)

Per vedere quest'intervista in video, vai a quest'indirizzo: http://streaming.rockol.it

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