Da anni i Walkabouts occupano un posto speciale nel cuore di tutti gli amanti di un certo rock “impegnato” e lontano dalle mode più effimere: ne sia testimone l’ammirazione nutrita dalla band di Chris e Carla da parte di personaggi come Ken Stringfellow (Posies) e Peter Buck (R.E.M.). Dopo essere passati attraverso il fenomeno del grunge, che ha investito come un’ondata il panorama sotterraneo e indipendente americano, il “gruppo statunitense più amato dagli europei” (curiosamente i Walkabouts hanno raggiunto la fama prima nel vecchio continente che non in patria) è ripartito dalle origini della canzone d’autore, confezionando due album (“Satisfied Mind” prima e “Train leaves at eight” dopo) nei quali hanno espresso tutto il loro amore per il miglior songwriting anglofono e non. Oggi la band di Chris e Carla si sta preparando a pubblicare un nuovo disco, intitolato “Endend up a stranger”, che non mancherà di stupire anche i fan più preparati di questo inossidabile gruppo. Ecco cosa ci hanno raccontato....Da dove viene il titolo che avete dato al vostro nuovo album, “Ended up a stranger”?
Viene dalla canzone eponima che è stata inserita nel disco, la traccia finale del nostro nuovo album. Per quanto riguarda il significato sottostante a questa espressione, pensiamo possa venire interpretato almeno in un paio di modi. Il testo del brano parla di un ragazzo, che vive in una città che non sente sua, e che conduce un’esistenza da disadattato, girando da solo, di notte, con un microfono, e registrando i suoni che riesce a catturare per poi tenerli come una sorta di documento. Poi c’è un significato più generale, che concerne tutti i cambiamenti nelle nostre vite che si sono verificati in questi ultimi anni, come Internet, la new economy e lo sviluppo dei nuovi media. Molte persone ne sono rimaste spiazzate. Può essere interpretato anche come una biografia della nostra band, in sintesi: quando abbiamo iniziato a suonare, 15 anni fa, molte cose erano diverse, nel bene e nel male. E’ un po’ come sentirsi estranei alla propria storia. Volevamo, nello scegliere il titolo da dare al disco, qualcosa che racchiudesse al meglio tutti i sentimenti che ci hanno portato a scrivere questo album.
Perché avete detto che questo disco è una “collezione di canzoni”, e non un concept album?
“Ended up a strager” è stato concepito in un modo che non è esattamente quello col quale si concepiscono i dischi che potremmo definire “concept album”. Per questo nuovo lavoro in studio abbiamo dovuto fare una selezione dei brani: tutte le canzoni sono legate l’una all’altra, ma non c’è un filo conduttore che tenga insieme tutti i pezzi per formare una storia. Abbiamo registrato un disco, nel 1997, chiamato “Nighttown”, il cui spirito era diverso da questo: quello era un concept album, perché ogni canzone rappresentava un episodio della storia principale, coi suoi personaggi e col suo intreccio. Anche stilisticamente, questo album non è uniforme: ci sono aperture elettroniche e richiami alla musica europe. Le canzoni si “muovono” per conto proprio, conservando una loro personalità.
“Ended up a stranger” è molto intenso, ma anche molto duro: secondo voi, di questo vostro nuovo episodio discografico, è più importante il lato evocativo o il lato più energico e rumoroso?
Penso che il lato più energico delle canzoni sia da mettere in primo piano. Anche quantitativamente, penso che le canzoni veloci rappresentino questo disco di più che non i brani più lenti. Sicuramente, il lato malinconico di alcuni pezzi non va trascurato. Bisogna però pensare che non sempre l’aspetto musicale delle canzoni rispecchia appieno il contenuto delle stesse. Anche le canzoni lente, verso la fine, non è che esplodano, ma hanno delle aperture musicali che le trasformano. E’ comunque il lato energico di “Ended up a stranger” quello che ci appassiona di più.
Vi siete trovati bene con Phill Brown, il vostro produttore?
Lavorare con lui è stato un piacere. Non avevamo idea di quello che avrebbe fatto, anche se il suo lungo curriculum ci ha convinto da subito. Non è il tipo di persona che giudica quello che fai mentre sei all’opera, cosa che invece fanno molti produttori. Non aveva ricette preconfezionate per realizzare un disco. Se volevi provare qualcosa di inconsueto, con lui eri libero di farlo. Proviene, professionalmente, da tempi in cui si producevano album che oggi sono considerati storici: non è il classico produttore che ti viene appioppato da una casa discografica per controllare che tutto venga fatto bene.
Cosa sentite di avere raggiunto, con questo album, nella vostra carriera?
Difficile dirlo, anche se, a posteriori, è sempre possibile definire un disco come “di transizione” o “di maturità”. Penso che sia ancora presto per azzardare un qualsiasi tipo di ipotesi. Mi piace pensare a questo album, però come ad una porta che si apre sul nostro futuro. Anzi: a molte porte che si aprono. E’ così ricco di stili e di influenze, “Ended up a stranger”, che è davvero difficile da caratterizzare in maniera così precisa.
Potete dirci qualcosa sul vostro progetto collaterale chiamato Chris & Carla?
E’ un “side project” che decolla, più che altro, quando la band si prende un periodo di riposo e noi non abbiamo voglia di riposarci. E’ un’entità che in qualche modo si riflette sui Walkabouts, perché tutto quello che sperimentiamo come Chris & Carla va poi a fare parte del nostro bagaglio di esperienze, anche se lo consideriamo un qualcosa di “esterno”, perché comunque scriviamo del materiale che poi viene pubblicato sotto questo nome. Possiamo anche fare dei tour in paesi che solitamente non visitiamo, perché organizzare tour per due persone è decisamente più facile, o fare da “spalla” ad altre band…
Cosa separa questo disco da “Train leaves at eight”, un’altra “collezione di canzoni”?
E’ stata un’operazione più specifica, quella fatta con “Train leaves at eight”: il fatto di scegliere solo canzoni di cantautori europei ci ha forse condizionato maggiormente. Siamo una band americana e confrontarci con una realtà diversa dalla nostra è stato molto interessante. Comunque, “Train leaves at eight” condivide con “Ended up a stranger” il fatto di muoversi di posto in posto, di esplorare sempre nuovi orizzonti.
Come mai vi siete interessati al songwriting europeo?
Nel 1993 abbiamo registrato un album di cover, “Satisfied Mind”, che interessava solo gli autori anglofoni, cioè americani, inglesi e australiani. Ci è piaciuto, cosi, abbiamo deciso di rifarlo, cercando però un nuovo modo di raccontare le storie, un nuovo approccio alla canzone. E’ stato interessante vedere come i nostri fan abituali non riconoscessero i brani. Siamo stati molto tempo in Europa, ed abbiamo avuto modo di raccogliere il materiale e documentarci…
A proposito delle vostre permanenze europee: cosa pensate del fatto di essere diventati famosi prima nel vecchio continente che negli Stati Uniti?
Quando siamo arrivati in Europa, all’inizio degli anni novanta, le cose erano più facili: il pubblico era più attento, più ricettivo che a casa nostra, e questo ha creato un rapporto molto intenso tra noi e l’Europa. E’ probabile che, culturalmente, gli amanti di musica europei hanno fatto meno fatica ad accettarci rispetto a quelli americani…
(Davide Poliani)