Incontro con il cantautore di Wolverhampton per la presentazione del suo nuovo album, 'Spoonface'.

Ben Christopher sembra l’incarnazione della sua musica, esile e dolce. Giunto in Italia per presentare la sua seconda fatica, “Spoonface”, il giovane musicista ci ha raccontato cosa l’ha spinto a scrivere queste nuove canzoni.

Come è stata la genesi di “Spoonface”? Le canzoni di “My beautiful demon” erano state scritte nell’arco di diversi anni prima del tuo esordio. Questa volta come ti sei comportato?
I brani di “Spoonface” sono stati scritti tutti nella mia camera da letto in circa tre mesi. In realtà, avevo già speso quasi un anno a scrivere canzoni, principalmente “canzoni d’amore”, ma le odiavo tutte, davvero tutte. Ero furioso e pensavo di smettere, ma una mattina ho deciso di riprendere una delle canzoni già scritte, “The opium willows”, e da lì ho ricominciato a lavorare. Successivamente sono entrato in studio per assemblare il tutto.

La tua voce sembra in qualche modo cambiata, maturata. E’ stata una tua scelta o un’evoluzione naturale?
Penso semplicemente che in “My beautiful demon” la mia voce non sia stata usata nel giusto modo. In realtà, non mi sono mai sentito a mio agio con il mio cantato e cerco continuamente di modificarlo. Quando ho scritto “Hodded kiss”, per esempio, mi sono reso conto che il mio stile non si adattava al blues e mi sono sforzato di impostare la mia voce in modo da renderla più profonda possibile.

In “Spoonface” ritroviamo un sound più scarno e diretto rispetto al tuo lavoro precedente. Perché?
Le pressioni per questo album erano molte, e anche le mie aspettative lo erano. Ho lavorato affinché gli elementi principali della mia musica, quello elettronico e quello acustico, interagissero al meglio tra di loro. Il risultato di tutto questo mio impegno ha dato all’album una veste più asciutta e ne sono molto contento.

Cosa significa “spoonface”, (cioè faccia a cucchiaio)?
Spoonface è il modo in cui noi ci vediamo, che è nettamente differente da come siamo visti dagli altri. Dopo l’uscita di “My beautiful demon” rimasi totalmente scioccato, quasi schiacciato dal volume di interesse che aveva scatenato quel disco. Ero imbarazzato ed impaurito, non potevo letteralmente crederci. “Spoonface”, in qualche modo, riguarda me, sono io che mi guardo riflesso in un cucchiaio e mi chiedo: “Sono davvero io quello che tutti lodano?”. Solo più tardi mi sono reso conto dell’opportunità che avevo avuto. Penso sia una cosa che succede un po’ a tutti i giovani artisti che vengono travolti dal successo.

Il brano che dà il titolo all’album è molto diverso da ciò che hai scritto finora. Nel testo racconti immagini molto strane, quasi surreali. Cosa volevi comunicare esattamente?
Il brano parla principalmente della razza umana, del male che siamo capaci di generare e del modo in cui possiamo rendere la nostra vita migliore. Credo che l’uomo abbia creato delle cose molto malvagie, ma che allo stesso tempo abbia la capacità di capire i propri errori. La parte del testo in cui racconto di vedermi disteso nel letto riguarda proprio la qualità umana di riuscire a guardarsi indietro per evolversi; infatti, subito dopo ammetto di aver cambiato il mio pensiero. Quando invece canto “spoonface Jesus spitting rhythms”, simboleggio le diverse ere, musicali e non, della storia.
Mi sembra che questo argomento venga trattato anche nel video di “Leaving my sorrow behind” in cui si deduce che “ti dividi in molte parti” per poi ricostruire un nuovo Ben Christophers.
Sì, esatto.

Cosa rappresenta il disegno in copertina?
Il piccolo ragazzo sulla sedia, che porge una parte di se stesso, parla un po’ di me, della mia arte. Trovo quest’immagine molto dolce, semplice ed emozionante.

In “Losing myself” parli di “alberi che ondeggiano nel rumore rosa sopra la collina”: hai un modo di esprimerti che si avvicina molto alla poesia...
E’ importantissimo per me essere lirico ed espressivo. Nel momento in cui ho deciso di descrivere il suono che fanno gli alberi che ondeggiano, il termine che mi è sembrato più adatto è stato “rumore rosa”. Nessun’altra immagine poteva essere più precisa.

Ora suoni dal vivo con una band, mentre inizialmente suonavi da solo con una macchina per gli effetti.
Suono ancora da solo. Mi esibisco solo occasionalmente con la band.

Qualche anno fa, in Italia, hai suonato nei Festival di Rockaforte e di Monza: pensi che la tua musica così intimista sia adatta a dei concerti di massa?
Quando sono andato al Monza Rock Festival ero abbastanza impaurito, non ero mai stato in un palco così grande. Verrebbe da pensare che a certi festival ci dovrebbero essere solo rock band, ma io non lo ero e non mi preoccupavo per questo, perché trovo che la mia musica si adatti sia ai grandi spazi sia a quelli piccoli. Rockaforte, inoltre, era uno splendido posto dove suonare.

Quando tornerai a suonare in Italia?
Penso in novembre.


(Giuseppe Fabris)

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