I Delta V si raccontano, in nome degli anni '70...

Hanno trentasei anni Carlo Bertotti e Flavio Ferri, le due persone che stanno dietro alla sigla Delta V e che in quest’autunno 2001 continuano il proprio cammino discografico con “Monaco ‘74”, nuovo album realizzato insieme alla cantante americana Gi Kalweit. Il dato anagrafico è importante per diversi motivi. Ad esempio perché questo nuovo lavoro, che omaggia e ricorda gli anni Settanta sin dal titolo, può essere apprezzato da chiunque, ma forse capito sino in fondo soprattutto da chi ha la loro età ed era bambino in quegli anni. E poi perché in qualche modo segna la maturità del loro progetto,sempre sospeso tra sogno e pragmatismo.
Il vostro nuovo disco si intitola “Monaco ‘74”, un chiaro riferimento al calcio degli anni Settanta, ma non solo a quello. Come mai questo titolo?
Ferri: “Monaco ‘74” è un riferimento calcistico, ai mondiali del 1974 in Germania, che sono i primi che abbiamo visto, i primi in cui capivamo qualcosa. Ma il titolo è anche un modo di ricordare l’infanzia, l’adolescenza. Tramite quelle immagini in bianco e nero volevamo ricordare un po’ tutto: la musica, il modo di vestire, il modo di pensare, il modo di fare certe cose in maniera molto meno esasperata di quella di oggi. L’album in sé è molto più libero rispetto ai precedenti, è molto più vario, più stratificato. Ha dentro tantissime cose. Ci abbiamo lavorato tanto, e si sente.

Nel disco in effetti ci sono molte sonorità che arrivano dagli anni Settanta. Non avevate paura di eccedere in questi ripescaggi?
Ferri: Sì, c’è tutto quel mondo, ci sono i telefilm come “Attenti a quei due” con la musica di John Barry , c’è l’idea dell’orchestrazione sullo stile di “Studio Uno” o di altri spettacoli televisivi che avevano musica suonata dal vivo da un’orchestra. Cose che ci ricordiamo un po’ sfocate. Ma è tutto comunque filtrato attraverso quello che siamo oggi: non è il ripescare quella cosa e farne una trasposizione pari pari.

Questo è il vostro terzo disco ed è la terza cantante che cambiate. Come mai questa scelta insolita e ovviamente non casuale?
Bertotti: Parlare di casuale dopo tre album mi sembra quasi criminale. E’ invece un progetto molto lineare. Mi rendo conto che in Italia possa essere digerito a fatica, visto che non ci sono altri esempi specifici. Ma per quanto ci riguarda è la soluzione più funzionale e congeniale al nostro modo di intendere il progetto Delta V. Gi Kalweit è sicuramente la cantante migliore alla quale potessimo affidare i nostri testi e le nostre musiche per questo progetto. Sono molto contento che il nostro incontro sia andato a buon fine.

Gi, è piacevole ascoltare la tua voce che si confronta con la lingua italiana. Vengono fuori delle sfumature d’accento che danno colori particolari alle canzoni. Come vivi la collaborazione con i Delta V?
Gi: Mi fa piacere l’apprezzamento. Sono stata molto felicemente coinvolta nel progetto. Parlavo già un po’ l’italiano, ed è stato quindi molto naturale provare a cantare nella vostra lingua, anche se in questo disco ho avuto la possibilità anche di farlo in inglese. E poi lavorare con Carlo e Fabio è stata un’esperienza professionale molto piacevole.

Nella vostra proposta convivono la canzone e la ricerca sui suoni e sugli arrangiamenti. Qual è il peso delle due componenti?
Bertotti: Dipende molto dal progetto del momento. Ad esempio ‘Monaco ‘74’ è nato come conseguenza di ‘Spazio’, il nostro primo album, come se il successivo ‘Psychobeat’ non fosse mai esistito. In questo nuovo lavoro c’è un tema, un concept di base, mentre ‘Psychobeat’ era un insieme di singoli episodi. Chi conosce la storia dei Delta V, musicalmente parlando, sa quanto è importante per noi l’arrangiamento, come elemento di fondo e armonizzatore rispetto alla ricerca della forma canzone fine a se stessa. Sicuramente però non troviamo riduttivo essere definiti anche come autori di canzoni, perché crediamo che la canzone sia la maniera migliore per far arrivare alla gente quello che abbiamo in testa. Oggi proporre le suite di dieci minuti con assoli e orchestrazioni complicate non avrebbe nessun senso. Cerchiamo semplicemente di conferire un po’ di buon gusto a una proposta che vuole essere pop nel target, cioè in chi vuole raggiungere, ma mantenendo un nostro stile ben definibile.

Ci sono state accuse di freddezza nei confronti della vostra proposta musicale. Come le avete vissute e in che modo hanno influito su questo disco, che ha suoni molto veri?
Ferri: Il nostro primo disco era inondato di sonorità elettroniche. Era fondato sull’uso del campionatore, di strumenti midi, di bassi synth, e questo portava ad una pulizia formale, che magari, è vero, poteva essere scambiata per freddezza. Però trovo che all’interno di quel progetto il suono fosse quello giusto. Questo nuovo album è molto diverso perché sono stati usati quasi esclusivamente strumenti acustici….
Bertotti: Senza però aver la mania del vintage. Il disco deve interpretare quello che hai in testa. Se lo fai con un campionatore o un’orchestra non cambia: l’importante è che dia la dimensione di quello che vuoi, senza aver la paranoia di dover usare un Hammond vero piuttosto che un preset. Su questo ci sono davvero dei limiti in Italia. Il discorso della freddezza lo accetto nel momento in cui, come diceva Flavio, c’è un processo creativo che nasce sui campionatori o sui sintetizzatori. Credo però che in realtà in quel primo disco la funzione delle canzoni sdoganasse ampiamente il concetto di freddo, che comunque non considero una critica. In questo disco non c’è più la persona con cui avevamo collaborato negli altri dischi, Roberto Vernetti, e si sente. Lui ha una sua sonorità precisa, basta andare a sentire le produzioni che ha fatto per altri. Ognuno ha un suo cliché. Lui ha un determinato stile, noi un altro. Questo è un disco molto sporco, molto caldo.

Quanto c’è di pragmatismo e quanto c’è di sogno nei Delta V ?
Bertotti: Quanto c’è di pragmatismo e quanto c’è di sogno in un uomo di 36 anni, sposato, con un figlio di quattro, con tutte le esperienze che può aver maturato a quest’età. Potremmo rivolgere questa domanda a chiunque abbiai miei anni. E’ bello continuare a fare un lavoro che ci piace fare. Ma abbiamo avuto immense difficoltà nel proseguirlo, perché non abbiamo avuto santi protettori quando abbiamo firmato il primo contratto con la BMG. Se siamo arrivati al terzo disco, con le falcidie di gruppi che c’è stata, possiamo ringraziare i sacrifici che abbiamo fatto. Il pragmatismo credo sia una nota essenziale oggi. Da non confondere con la paraculaggine. Ce n’è bisogno, per poter realizzare un sogno.

Ci sono giornalisti che definiscono spesso i dischi come quelli della maturità. Oggi l’adolescenza si è spostata più in là, ma a 36 anni indubbiamente è finita. “Monaco ‘74” potrebbe essere il disco della maturità per i Delta V?
Bertotti: L’ho già sentito dire da altri che per primi hanno ascoltato il disco. Sicuramente è un album che, da giornalista, non definirei di transizione, come quelli dove le vie di mezzo si sprecano. Qui si va dritto al nocciolo della questione. Siamo consapevoli di aver fatto qualcosa che non è assolutamente semplice da definire. Trovo che se avessimo seguito logiche commerciali o di marketing avremmo ottenuto tutto tranne che un album così concepito. Siamo tornati indietro, al nostro istinto, per un progetto che era chiaro sin dall’inizio. Io lo giudico un album di grande maturità nel senso che, lavorandoci, c’era la consapevolezza di creare qualcosa che ci piaceva, ma traducendola in maniera pratica. Mi rendo conto che un disco così, con oltre settanta minuti di musica e tantissime canzoni, ha bisogno, per essere ascoltato da più persone possibili, di due o tre appigli che gli diano modo di aver aperture presso i media, aperture che non sono altro che i singoli. E questi sono stati realizzati con buon gusto, con coerenza, in maniera sobria.

(Francesco Casale)

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