A nove anni da “The future”, Leonard Cohen torna sulle scene con un nuovo album lapidariamente intitolato “Ten new songs”. Nonostante la nota avversione del personaggio per la routine del music-biz, il cantautore canadese è arrivato in Italia per incontrare i giornalisti. Accolto con il rispetto dovuto a una leggenda vivente della canzone d’autore, Cohen ha fatto sfoggio di garbo e cortesia, declamando anche alcuni versi che potrebbero finire nella sua prossima raccolta di poesie (“The old are kind/ but the young are hot/ love may be blind/ but desire is not”). E ha raccontato di quello che gli è accaduto in questi anni, dagli studi zen alla stesura delle nuove canzoni, concedendosi anche un pizzico di autoironia. Qualcuno riesce a immaginarselo mentre fa il cuoco per un venerabile saggio giapponese novantenne? Come mai hai deciso di dedicarti esclusivamente allo zen per cinque anni?
Dopo il mio ultimo tour nel 1993, mi stavo avvicinando ai 60 anni e il mio vecchio insegnante di zen, che conosco da trent’anni, ne stava per compiere 90. Così, ho pensato che fosse il momento giusto per intensificare i miei studi con lui. Sono andato a Mount Baldy, dove ha fondato una sorta di monastero e ho cominciato a vivere la vita dei monaci. Il posto è a circa due ore da Los Angeles. L’inverno è piuttosto freddo, per buona parte della stagione bisogna spalare la neve. Per la maggior parte di quei giorni, ho cucinato per il mio maestro. Non sono un cuoco, ma al mio insegnante piace quello che gli preparo: piatti giapponesi, perché quella è la cucina a cui è abituato.
Quando hai terminato l’esperienza?
In effetti non è terminata, faccio ancora parte della comunità. Il mio insegnante adesso ha 94 anni, è in ottima salute e lo vedo tutte le volte che passa da Los Angeles. Chissà, un giorno potrei tornare lassù. Sono sceso dalla montagna quando il periodo mi sembrava concluso. Poco dopo essere tornato a Los Angeles, ho incontrato Sharon Robinson in un grande magazzino. Avevamo scritto diverse canzoni prima ed era nostra intenzione continuare a scrivere insieme. Le canzoni cominciavano ad arrivare. Ho collaborato con Leanne Ungar sui vecchi nastri live di “Field Commander Cohen” per farne un album: Leanne ha lavorato molti mesi per trasferirli in digitale, nel piccolo studio che c’è nel garage della mia casa. Ci siamo ritrovati tutti e tre e sono nate diverse canzoni. Non eravamo sicuri che ne sarebbe uscito un album, ma dopo due o tre brani è diventato chiaro che la collaborazione dava buoni risultati. Le giornate erano simili a quelle trascorse in monastero, non c’era una grande differenza: dovevo svegliarmi presto per registrare le parti vocali, prima che gli uccelli cominciassero a cinguettare, il cane di mia figlia ad abbaiare e riprendessero i rumori del traffico. Mi alzavo presto, mia figlia veniva a bere il caffè con me prima di andare al lavoro. Preparavo un piccolo pranzo per Leanne e Sharon prima che arrivassero, verso mezzogiorno. Poi si lavorava per tutto il pomeriggio, io preparavo la cena e alla sera continuavamo a lavorare. Il giorno dopo si riprendeva. Non era molto diverso dalla vita in montagna.
Come mai i nastri del '79 sono stati pubblicati solo ora?
All’inizio la Columbia voleva pubblicarli fra '79 e '80 ma le vendite di “Recent songs” sono state così buone che hanno deciso che un album dal vivo con le stesse canzoni sarebbe stato un disastro. Poi i nastri si sono persi in qualche angolo. Più o meno sapevo dove fossero e nella mia testa c’era il ricordo di un bel tour e di una band straordinaria. Ho sempre avuto l’intenzione di farli ricomparire. Ho proposto l’idea alla Sony ed è stata accolta con entusiasmo. Quando ho presentato il nuovo album, i discografici volevano lasciare perdere ancora le registrazioni dal vivo, ma sono riuscito a spuntarla e il live è uscito.
In “Ten new songs” ci sono diversi riferimenti a sigarette e alcool. Come mai?
Ci sono sempre stati nei miei lavori. Comunque, ora bevo solo professionalmente. In montagna ho smesso di fumare ma non potevo smettere di con gli alcoolici: il mio insegnante è un buon bevitore e insiste perché io studi l’arte di bere con lui. Ho cercato di convertirlo al vino rosso, ma continua a preferire il saké. In comune abbiamo la preferenza per lo scotch e il cognac.
Uscirà una nuova raccolta di poesie?
Ho molte pagine da parte. Molte sono solo scherzi sulla vita religiosa, che è essa stessa una specie di scherzo. Perché non esiste una cosa come la “vita religiosa”. La vita è una e la stiamo vivendo tutti.
Molti dei tuoi fans hanno trovato nelle tue canzoni parole importanti per le loro vite. E’ difficile credere che tu abbia bisogno a tua volta di una guida spirituale.
Penso che il tipo di training che ricevo generosamente dal mio maestro sia essenzialmente la dissoluzione della ricerca di un significato. Alla fine, non si trova nessuna risposta, sono le domande a dissolversi.
Quanto della tua esperienza religiosa è finita nelle canzoni?
Quando sono salito a Mount Baldy non cercavo una nuova religione, mi andava bene quella ebraica, ha soddisfatto tutti i miei appetiti religiosi. Non ho mai avuto il desiderio di convertirmi a un’altra fede. Lo zen non è una religione, è uno studio delle meccaniche, del clima, del tempo delle attività umane.
Come hai accolto la decisione di tuo figlio Adam, quando ha intrapreso la carriera di musicista?
Ero allarmato quando è diventato un cantante, ma lui ha un grande talento. Sono andato in diversi club di Los Angeles dove presentava le sue nuove canzoni ed erano molto belle. Quindi, anche se ero preoccupato all’inizio, non posso che constatare la sua bravura e il valore di ciò che fa. Ed è bello per padre e figlio avere questo lavoro in comune. Mi sono seduto nel backstage insieme a lui dopo l’ultimo concerto che ho visto. Abbiamo fumato una sigaretta e bevuto un bicchiere di vino, ho visto il suo nervosismo e lui sa che io capisco cosa sta provando, c’è comprensione reciproca.
Senti delle responsabilità nei confronti di artisti più giovani che si ispirano a te e riprendono le tue canzoni?
No, sento semmai di avere dato un contributo. Mi piace molto la versione di “Hallelujah” fatta da Jeff Buckley e amo anche quella di Rufus Wainwright. Rufus sta con mia figlia quando è a Los Angeles, quindi lo vedo spesso. Conosco suo padre Loudon e conoscevo il padre di Jeff. E’ gratificante vedere che c’è del buono nelle nuove generazioni.
Ci sono progetti per un nuovo tour?
C’è quest’idea da qualche parte della mia mente, ma ora mi piacerebbe tornare al lavoro con Sharon e Leanne per un altro album.
Ma senti la mancanza dei concerti?
Mi piace fare tour, bere e cantare. A volte, dopo che ho bevuto un po’, penso: “Peccato che non ci sia un concerto”.
C’è una canzone che preferisci fra tutte quelle che hai scritto?
No. Penso che una delle migliori sia “If it be your will”.
Ascolti dischi di altri compositori?
Ho sempre ascoltato altri cantanti. Uno dei miei preferiti è George Jones, una delle voci migliori d’America. Mi interessa sempre quello che fanno i miei contemporanei, artisti come Joni Mitchell, Dylan, Judy Collins, Van Morrison. In generale, mi piacciono i cantanti. E’ interessante ascoltare un ventenne che parla degli amori che ha avuto e quelli che ha perso. Ma ascoltare gente di 65 anni che parla di queste cose è speciale per me. Mi ricordo di quando ho sentito Alberta Hunter, ha 80 anni. Non vedo l’ora di sentire le canzoni che scriverò a quell’età.
Cosa è cambiato in quest’album rispetto al precedente?
Tematicamente, “The future” era una sorta di manifesto geopolitico, pieno di predizioni che sfortunatamente si sono avverate. Quando è caduto il muro di Berlino, c’era una generale euforia, ma io avvertivo un senso di inquietudine, l’impressione che si avvicinasse un periodo di caos. Il nuovo disco non tratta di argomenti simili e tecnicamente è diverso perché nasce da una collaborazione. E’ la seconda volta che lavoro con qualcuno per un intero album. La prima è stata con Phil Spector, un’esperienza interessante anche se non ha avuto successo. Con Sharon è andata meglio: per la prima volta ho lasciato la musica e la produzione in mano ad altre persone di cui mi fido completamente. La collaborazione fra Sharon, Leanne e me è rilassata e intensa. Penso che l’album lo rifletta.
Perché hai scelto il titolo “Ten new songs”?
Mi sembra la descrizione più accurata.
(Paolo Giovanazzi)