Andy Mackay racconta il ritorno sulle scene del gruppo...

Sembrava improbabile rivedere in circolazione i Roxy Music, date la consolidata carriera solista del cantante e leader Bryan Ferry e le altre occupazioni sia del chitarrista Phil Manzanera sia del sassofonista Andy Mackay. Inoltre, troppi anni sono passati dai trionfi di “Avalon”, best-seller del 1982, e la scena musicale è cambiata parecchio. A voler essere perfidi, si potrebbe aggiungere anche l’età che avanza, un ostacolo non da poco quando si deve tenere alta una notoria immagine da dandy del rock. Invece, Roxy Music ritornano in azione con un tour mondiale. Operazione nostalgia? In parte sì, visto che è in circolazione anche l’antologia “The best of Roxy Music”, ma non c’è dubbio che le intuizioni dei Roxy siano ancora attuali e continuino a fare scuola. E poi, loro continuano a divertirsi parecchio, come ci ha raccontato un rilassato e disponibile Andy Mackay.

Anche in passato i Roxy Music si sono concessi delle pause per poi tornare sulle scene. Cosa vi ha spinto oggi a rimettere insieme il gruppo?
Dal 1972 al 1983 siamo stati attivi quasi senza soste, fatta eccezione per uno stop di un anno. Adesso però è passato molto tempo dall’ultimo tour. Avevamo già discusso della possibilità di riprendere i concerti ma non c’è mai stato un periodo in cui io, Phil e Bryan fossimo tutti liberi da altri impegni e avessimo voglia di farlo. Lo scorso anno siamo tornati sull’argomento e ci sembrava il momento buono: abbiamo rimesso insieme il gruppo e ci hanno offerto un tour ben organizzato di 50 date in tutto il mondo.

Come sta andando e che tipo di pubblico viene a vedervi? C’è gente giovane o prevalgono i vecchi fans?
Finora siamo stati accolti in modo fantastico. Il pubblico è incredibile, soprattutto in Europa, ma anche in Australia è stato magnifico. E la differenza di età fra gente che viene ai concerti è stata una sorpresa: c’è chi ci conosce da un sacco di tempo, altri che ci hanno scoperto con “Love is the drug” o “Jealous guy” e ci sono giovani che non erano nemmeno nati quando abbiamo registrato “Avalon”.

Dal punk in poi, i Roxy Music hanno ispirato diversi altri musicisti. Vedi tracce del vostro stile anche nella scena di oggi?
Direi di sì: molti membri di band importanti dichiarano di essere stati influenzati dai Roxy e personalmente mi fa molto piacere. I Radiohead e Moby si sono rifatti ai suoni dei Roxy… Moby è anche venuto a uno dei nostri concerti negli Usa.

Quali sono stati i momenti più importanti nella carriera del gruppo, secondo te?
Il primo album e il primo singolo sono stati molto importanti. Rappresentano il classico istante in cui i sogni diventano realtà: quando “Virginia Plain” è diventata una hit, si è trattato di un episodio davvero cruciale. Anche il successo di “Avalon” è stato un altro picco: è il nostro album più venduto in America. Nell’elenco ci metterei anche alcuni concerti di questo tour: abbiamo suonato per tre sere a Wembley, a Londra ed è stato fantastico, la gente ha risposto benissimo. Dal punto di vista della resa musicale, la formazione attuale è probabilmente la migliore che abbiamo mai avuto: ci sono dieci musicisti e la tecnologia di oggi ci permette di avere sul palco tutti i suoni che in passato potevamo creare solo in studio. In più c’è l’imprevedibilità del concerto.

Quali pezzi suonate in questo tour?
Suoniamo per un’ora e tre quarti, più o meno, e ci sono molti dei nostri singoli, ma non tutti. Canzoni come “Love is the drug” o “Virginia Plain” non possono mancare, perché tutti vogliono ascoltarli. Poi, ci sono circa una quindicina di pezzi che coprono tutto l’arco della nostra carriera.

Ci sono ragazze sul palco oltre ai musicisti?
Sì, ci sono. Molti pagano il biglietto solo per vederle.

Dunque vi mantenete fedeli al tradizionale glamour dei Roxy. Ma si tratta solo di un’immagine o avete davvero vissuto fra modelle e feste da jet-set?
In una certa misura vivevamo in quel modo, ma non si trattava di un’occupazione a tempo pieno: prima di tutto siamo sempre stati musicisti. Comunque, anche adesso ci interessano la moda e lo stile.

Quindi fate ancora una scintillante vita da superstar.
A dire la verità, trascorriamo gran parte del tempo sul tour-bus e non è certo molto glamorous…

Bryan Ferry è sempre stato il punto focale dell’attenzione generale. Il fatto di essere il leader lo ha portato anche ad accentrare le decisioni all’interno del gruppo?
Non direi. Ognuno di noi ha una personalità musicale definita, e infatti tutti abbiamo fatto altre cose al di fuori dei Roxy: Bryan ha fatto ottimi dischi come solista e e ottenuto un grande successo, Phil ha lavorato a sua volta da solo e gode di una grande reputazione e anche i miei lavori sono stati ben accolti. Tutti ci rendiamo conto che i Roxy in qualche modo sono più grandi dei singoli individui che li compongono. Alla fine, la gente vuole vedere i Roxy Music e all’interno del gruppo ognuno ha un suo ruolo preciso.

Cosa pensi oggi dei tuoi lavori paralleli alla carriera dei Roxy, gli album “In search of Eddie Riff” e “Resolving contradictions” e le musiche dello show televisivo “Rock Follies”?
Mi piacciono ancora, penso che siano buoni. “Eddie Riff” è rimasto fuori catalogo per diverso tempo ma molta gente si ricorda ancora di quell’album. “Resolving contradictions” mi piace particolarmente e lo riascolto sempre volentieri. Quanto a “Rock follies”, è ancora oggetto di interesse e per diverso tempo abbiamo cercato di fare in modo che ricomparisse lo show televisivo, ma ci sono troppi problemi. Era una specie di predizione di quanto sarebbe successo in fatto di gruppi femminili (lo show è del 1976 e ha come protagonista una band composta da tre ragazzine, ndr). All’epoca, pensare di mettere insieme delle ragazze e farne delle star poteva sembrare strano, e invece eccoci qui, anni dopo con fenomeni come le Spice Girls.

Hai lavorato anche in Italia, con Enrico Ruggeri. Cosa ti ricordi dell’esperienza?
Mi sono divertito molto a lavorare con lui, è stato interessante. Proprio qualche giorno fa mi è capitato fra le mani il suo album frugando nella mia collezione di dischi. Abbiamo registrato a Milano e penso che avesse delle belle canzoni. Non ho idea di cosa stia facendo adesso…

E’ diventato un personaggio importante del pop italiano. Un altro progetto a cui hai collaborato è la colonna sonora di “Velvet Goldmine”. Cosa pensi dell’operazione?
La colonna sonora è molto interessante ma il film avrebbe potuto essere migliore, la trama a un certo punto si perde. La musica però è ottima e l’album della colonna sonora è molto bello, indipendentemente dal film. Peccato che la casa discografica non lo abbia promosso in modo adeguato. Per me è stata un’esperienza divertente: non suonavo canzoni dei Roxy da anni quando ho partecipato alle registrazioni. Riprendere cose del primo album era un po’ come trovarsi di fronte a un mio doppio, una specie di sosia. Una sensazione strana, ma l’esperienza mi è piaciuta.

Come ti è sembrata quella rappresentazione del glam-rock degli anni ‘70?
Dal mio punto di vista, mancava completamente il senso dell’umorismo del periodo, un aspetto che io invece ricordo molto bene. Con i Roxy ridevamo parecchio ma nel film non c’è quell’atmosfera di divertimento. Va anche detto però che è molto difficile fare film sul rock. “This is Spinal Tap” è l’unico esempio brillante del genere.

Ti sei trovato nella scena rock suonando il sassofono, uno strumento di secondo piano rispetto alla chitarra elettrica. Come sei riuscito a trovare un tuo spazio?
Ho cercato di renderlo uno strumento più attraente per la musica pop. Per qualche tempo è sembrato che potesse diventare più popolare, negli anni ‘70 c’erano diversi gruppi che usavano il sax. Adesso però le cose sono cambiate: i sassofonisti giovani sono in prevalenza jazzisti. Niente di male, dato che il sax ha una grande tradizione nel jazz, ma per me è un peccato che lo strumento non abbia sviluppato la sua importanza anche nel rock.

Quali sono i tuoi sassofonisti preferiti?
King Curtis era fantastico. Poi direi David Sanborn, che è probabilmente il migliore in assoluto. Ma ne ascolto tanti altri.

A molti piacerebbe rivedere ancora Brian Eno nei Roxy Music. E’ possibile?
Non in un tour come questo. A lui non piace fare concerti e inoltre potrebbe contribuire solo ai pezzi dei primi due album. Dal punto di vista personale comunque, non ci sono problemi fra noi.

La sua uscita dal gruppo è stata davvero dovuta allo scontro con Bryan Ferry, una personalità forte quanto la sua?
C’era anche questo elemento. Di sicuro, se Brian Eno fosse rimasto nel gruppo, avremmo preso una direzione diversa. Non so quale, ma i Roxy avrebbero avuto altre caratteristiche. Il punto fondamentale però è che Brian era interessato al lato concettuale della musica più che a essere un performer e quindi non amava stare in un gruppo che si esibiva regolarmente dal vivo. Comunque, la sua presenza ha segnato un periodo importante, molti altri musicisti si sono ispirati a quella fase dei Roxy Music.

(Paolo Giovanazzi)

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