Le montagne, un nuovo disco, un amico scomparso. I Mercury Rev raccontano 'All is dream'...

Da Buffalo i Mercury Rev raggiungono la metropoli Milano, dove Rockol li ha intervistati, direttamente sulla terrazza coperta di glicine fiorita di un hotel del centro.
In un’atmosfera rilassata, sorseggiando succhi di frutta fresca, abbiamo parlato con Jonathan Donahue, il cantante del gruppo, vestito – per l’occasione – da vera rockstar: mani coperte di vistosi anelli lavorati, amuleti appesi al collo, calzoni aderenti e una camicia di seta a strisce colorate alla Monkees. Jonathan non si toglie neppure per un attimo gli occhiali scuri stile Easy Rider e scherza con la sua voce profonda: una vera sorpresa, se si pensa al suo cantato acuto e leggero. “All is dream”, il quinto album del gruppo, chiude forse un capitolo della carriera dei Mercury Rev; il disco è stato infatti realizzato poco dopo la morte del produttore e amico Jack Nitzsche, che li ha accompagnati dagli inizi fino ad oggi. Ma Jonathan non se ne cura troppo, forse infastidito dalle numerose domande a proposito, o – chissà – soltanto geloso dei suoi ricordi. In fondo, Jack era un amico; un compagno di viaggio dei Mercury Rev.


Voi venite da un luogo molto isolato lontano dalla città e avete scelto un nome particolare che ha avuto diverse interpretazioni ma mai una vera risposta…
I Mercury Rev sono nati e cresciuti tra le montagne, a circa due ore a nord di New York. Viviamo ancora tutti lì. Il nostro nome è aperto a significati vari. Significa tutto e nulla. Per noi ha un significato particolare, ma non ci piace spingere la gente a pensare questa o quella cosa.

Nelle vostre canzoni descrivete degli scenari davvero personali. Parlate di serate trascorse sotto il porticato di una casa, del cielo visto tra le montagne, dai ranch; cose che per noi sono piuttosto difficili da immaginare. Quanto è importante per voi il luogo in cui scrivete?
In qualsiasi luogo una persona si senta a casa ha delle sensazioni che poi si riflettono in qualche modo nella sua musica, nella sua arte o nei suoi dipinti. E’ un luogo in cui mi sento al sicuro. Le persone che amo, i miei affetti vivono tutti lì. E’ un posto fatto di silenzio lontano dalle distrazioni delle grandi città, lontano dall’industria musicale. Lì tra i monti riesco a trovare il tempo e lo spazio per pensare alla musica che voglio fare.

Hai detto che Jack Nitzsche, scomparso di recente, è stato molto importante nella carriera dei Mercury Rev. Che tipo di persona era?
E’ stato importante in certe fasi del nostro percorso musicale. Certamente è stato un’ispirazione, per motivi molto differenti l’uno dall’altro – anche se non costantemente – all’interno della nostra carriera. Sembrava avere un’immaginazione pura, ed era capace di lavorare alla stessa maniera in ambiti molto distanti tra di loro, dal puro rock ‘n’ roll dei Rolling Stones alle colonne sonore dell’”Esorcista” o di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, fino alla musica degli anni ’60 di Phil Spector. Era in grado di cambiare come un camaleonte, a suo piacimento. E’ qualcosa che personalmente ho sempre trovato ispiratore.

Jack è morto poco prima che realizzaste “All is dream”, il vostro quinto album. Quanto pensi che il suo lavoro precedente abbia influenzato il vostro sound attuale?
Credo che abbia influenzato il nostro disco più nell’espressione, che non nel modo in cui abbiamo poi effettivamente arrangiato gli archi. Jack mi ha reso cosciente e mi ha fatto rivalutare le cose che facevo e tuttora faccio. E’ sempre stato un fan del “minimale”. Se mi ritrovavo a sovraccaricare o rendere troppo barocco un lavoro, lui era lì, come il tasto di un registratore, pronto a cancellare tutto o rendere stringata la mia musica.

Sia tu che Dave (n.d.r. Fridmann, il bassista del gruppo) avete fatto parte dei Flaming Lips molto tempo fa. Quanto vi è rimasto oggi di quell’esperienza?
Non so se si possa parlare di una ripercussione sui Mercury Rev, se non altro per il fatto che tra me e Dave c’è una lunga e duratura amicizia. Siamo semplicemente due buoni amici appassionati della musica che suonano. Entrambi abbiamo provato a creare la nostra personale prospettiva sulla musica.

Ci sono delle distorsioni particolari alle chitarre, oltre alla predominanza di un’orchestra, nel vostro disco. Come è avvenuto l’arrangiamento dei brani?
Ci sono chitarre e archi, ma ogni strumento è differente da gestire, specialmente nel caso di un violino o di un oboe. Con la chitarra è difficile capire come riuscire a creare dei suoni poderosi senza scivolare nella banalità, saltando sopra il distorsore. Ci vuole tempo e pratica. L’idea per questo disco era già totalmente nella mia testa, aveva già preso una forma consistente, prima di arrivare allo studio di registrazione. Ma alla fine non risulta mai come l’avevi in mente, perché tutto viene rivisto e manovrato verso percorsi e direzioni diversi. Ma nella mia testa avevo immaginato di andare in una certa direzione. Non succede mai. Molto spesso il risultato è ancora più bello di quanto io abbia mai pensato. Ma non siamo una “jam band”. Non ci sediamo per delle ore a giocare con le chitarre. A volte prendiamo una chitarra o ci sediamo al piano tranquillamente, allora può capitare che salti fuori qualcosa… ma non è mai un processo che usiamo per comporre. E’ semplicemente qualcosa che ogni tanto ci troviamo a fare.

Dunque non la chiameresti sperimentazione?
No, la sperimentazione avviene durante il processo di registrazione, non in quello di immaginazione. Lasciamo scorrere la musica fuori da noi, e sono le canzoni stesse a dirci di che cosa hanno bisogno. Ascoltiamo molto attentamente le canzoni e il modo in cui ogni pezzo esprime se stesso e ritorna poi a noi. A volte capita che ci sia bisogno di aggiungere qualcos’altro, allora dobbiamo cercare nella nostra immaginazione per trovare quel qualcosa.

Il vostro disco è una raccolta di sonorità che, come direbbe qualcuno, “non vanno più di moda”, eppure non suonano datate o retrò. Forse perché riuscite a mescolare nuovo e vecchio in modo tale da non scadere in sonorità vecchie. E’ importante per voi la tecnologia di cui oggigiorno disponiamo?
E’ parte del processo di registrazione; non ci preoccupiamo troppo della tecnologia, almeno per me è così. Non mi interessa più quale tipo di microfono usiamo, o la chitarra o il piano… Preferisco semplicemente pensare che la mia musica si costruisca in modo naturale e consequenziale.

E come credi che il suono dei Mercury Rev sia cambiato con il tempo?
E’ cambiato quanto noi siamo cambiati come persone. Tentiamo sempre di cambiare, di mutare e reinventare la nostra prospettiva verso quelle credenze che abbiamo accumulato o consolidato quando eravamo più giovani, rivalutando la nostra percezione della musica nella sua totalità.

Mi sembra che abbiate una visione molto personale e intima della vostra musica. Che cosa pensi allora di quei giornalisti che si riferiscono a voi come “influenzati da questo o da quell’altro”?
Non ho problemi a riguardo. Siamo esseri umani, assorbiamo tutto ciò che ci sta intorno. Sarebbe ugualmente giusto dire che siamo stati influenzati dai Velvet Underground piuttosto che da Beethoven. Cole Porter, Gershwin o gli orsi e i coyote che vivono dietro casa mia; gente che incontro per strada. Tutte queste sono influenze. Non credo si possa fare una classifica delle influenze; trovi semplicemente certe persone o luoghi che ti portano ispirazione.

Recentemente hai ascoltato qualcosa che ti è piaciuto?
Molte cose, ma non mi piace far nomi. Sono solo preferenze personali.

Te lo chiedo perché mi sembra di capire che non ti piacciono paragoni, ma ascoltando la tua musica e facendo il mio lavoro ho cercato in qualche modo di trovare delle similitudini con materiale già esistente…
No, non è che non mi piace questo; semplicemente preferisco lasciare questo compito al giornalista o al critico. Cosa che credo sia un lavoro valido. E’ importante per le persone che magari non hanno potuto ascoltare il nostro gruppo o altri di vedere scritti dei riferimenti. Per esempio cose tipo “se ti piace questo gruppo predecessore ti potranno piacere anche i Mercury Rev o viceversa”. Queste sono tutte cose utili.

Hai detto che non ti piace fare nomi, però, al contrario, molti altri gruppi hanno menzionato i Mercury Rev come fonte di ispirazione. Cosa provi a riguardo?
Certamente è incoraggiante che la gente ascolti la nostra musica, ma non mi carico di certo questa cosa sulle spalle per poi sventolarla come fosse una bandiera. E’ tutto quello che ho da dire a riguardo.

Un critico ha appunto definito la vostra musica come la "più incantata colonna sonora della Walt Disney suonata attraverso un aspirapolvere". Avete mai pensato di scrivere una colonna sonora?
Certo, ci sono stati diversi episodi in cui ci è stato offerto di realizzare una colonna sonora, ma generalmente non abbiamo tempo di farne, perché già il fatto di scrivere i nostri dischi è molto impegnativo. Non abbiamo ancora trovato il tempo, ma ho sempre preferito quella “colonna sonora virtuale” che l’ascoltatore si crea nella mente piuttosto che qualsiasi cosa Hollywood potrebbe produrre. Questo è il modo in cui io ascolto la musica quando per esempio voglio ascoltare “Houses of the holy” dei Led Zeppelin. Non ho bisogno di guardare un film che riguarda quel disco perché il film è nella mia testa. Ed è infinitamente più variopinto e brillante di ciò che Hollywood fa. Mi piace che l’ascoltatore possa interpretare la musica o il testo nel modo che preferisce, magari trovando alcune esperienze personali in essa. Mi sembrerebbe contorto e costretto dire all’ascoltatore cosa pensare o visualizzare mentre ascolta la mia musica. Sarebbe una tragedia immensa.

La vostra musica sembra piuttosto complessa da portare sul palco. Come suonerete dal vivo?
Suoneremo in Italia ad ottobre. Certamente alcune canzoni saranno diverse dal vivo rispetto alla versione in studio. Non siamo un gruppo che ricrea il suono che ha il CD in concerto. Preferiamo suonare davvero dal vivo. Ci saranno alcuni “bellissimi” incidenti. Cercherò di raggiungere tutte le note alte. Ce la farò? Certamente, no. Ma ci proverò. E forse se mi vedrai di nuovo la sera successiva, riproverò nuovamente ad azzeccare le note alte, più che potrò. Ma questo è l’aspetto del concerto dal vivo che mi piace; la qualità umana della gente che suona. Come ascoltatore di altri musicisti, non vorrei mai ritrovarmi a pagare venti dollari per andare in un’enorme, buio e squallido club per sentire il CD suonato a centinaia di persone che parlano e vomitano. Così vado a un concerto per vedere gli esseri umani che hanno creato un disco suonarlo, interagendo l’uno con l’altro. Questo è molto costruttivo per me piuttosto che ascoltare musica uguale a quella incisa sull’album.

I vostri dischi ricreano un’atmosfera intima, quasi sommessa. Ti trovi a tuo agio a riproporre certe sensazioni su un palco?
In certe situazioni, perché nei nostri dischi ci sono delle atmosfere molto intime tra noi e gli ascoltatori. Questo può essere difficile quando suoni davanti a 20.000 persone in un grande festival, durante un pomeriggio con un sole caldissimo, mentre c’è il vento e l’acustica è pessima. Facciamo il meglio che possiamo e in generale i nostri fan di solito capiscono quando ci troviamo in una situazione difficoltosa. Ma affrontiamo ogni singolo concerto come se fosse quello più importante.

(Valeria Rusconi)

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