Parlano i figliocci dei Fugazi, i nuovi alfieri del punk...

Il punk baciato da grandi fortune commerciali negli ultimi anni è stato soprattutto quello che più ha flirtato con il pop. Non è però una tendenza univoca, dato che esiste anche chi non insegue a tutti i costi il ritornello orecchiabile, ma parte dal punk per andare alla ricerca di forme più elaborate. I Fugazi di Ian MacKaye sono degli assoluti maestri in materia, e gli Hot Water Music si muovono in una direzione simile. Il merito va soprattutto alle voci e alle chitarre di Chuck Ragan e Chris Wollard, che hanno imparato per bene la lezione di MacKaye e Guy Picciotto, senza diventare però delle copie carbone. A parlare del gruppo e dell'ultimo album "A flight and a crash" è il bassista Jason Black, simpatico anche se poco incline a lasciarsi andare a lunghe chiacchiere.

L’ultimo album “A flight and a crash” è uscito con la Epitaph. E’ arrivato il momento di pensare in grande per gli Hot Water Music?
In effetti siamo tutti piuttosto eccitati per l’uscita dell’album e per il fatto di essere con un’etichetta importante, è un passo avanti per noi. Comunque, si tratta pur sempre di una indie, anche se non è piccola.

Il vostro album non è esattamente in linea con lo stile di molte produzioni Epitaph. Vi crea problemi il fatto di essere un gruppo “strano”?
Sì, penso che gli Hot Water Music non siano un tipico gruppo della Epitaph, ci allontaniamo un po’ dal loro suono abituale, ma non ci sentiamo affatto esclusi o emarginati per questo. Anzi, il fatto che non lavorino con altre band simili a noi può anche essere un vantaggio, siamo più visibili.

Alla fine, siete soddisfatti della realizzazione di "A flight and a crash"?
Molto. Abbiamo speso parecchio tempo sull’album, e abbiamo avuto la possibilità di lavorare sui suoni con una maggiore attenzione rispetto a quanto abbiamo fatto in passato, e ci sembra che siano nettamente migliorati.

Il punk adesso ha diverse facce, anche se non tutte sono un buon mezzo per arrivare a un pubblico vasto. Come vedi tu la scena, ammesso che voi sentiate di farne parte?
Noi siamo assolutamente un prodotto della scena punk. Siamo nati e cresciuti lì in mezzo, e continuiamo a sentirci parte di essa. In questi anni sono usciti un sacco di gruppi, e questo in qualche modo favorisce le categorizzazioni. Dare una certa etichetta a un gruppo può aiutare la gente ad avere un’idea di come suona. L’aspetto negativo è che possono nascere divisioni, ma alla fine penso che la scena sia abbastanza unita. C’è solidarietà fra molti gruppi, anche quando sono diversi.

Le chitarre sono l’elemento più in vista nel vostro suono. L’impressione è che le vostre canzoni si sviluppino attorno alle parti di Chuck Ragan e Chris Wollard. E' così?
Non necessariamente, non c’è uno schema fisso. E’ vero che le parti di chitarra sono fondamentali nel risultato finale, ma non sempre partiamo da lì. Scriviamo le canzoni tutti insieme, e quindi il punto di partenza può essere uno qualunque, anche un riff di basso o un’idea per un pattern ritmico.

Veniamo ai testi. Spesso il punk è un mezzo per affrontare argomenti sociali o politici, ma voi sembrate piuttosto distanti da tutto questo.
Sì, le nostre canzoni parlano di esperienze personali. L’idea è quella di raccontare situazioni che abbiamo vissuto in modo che la gente che ci ascolta possa anche relazionare le proprie vicende con quello che raccontiamo. Non siamo mai stati interessati alla politica, almeno come fonte per trovare argomenti su cui comporre. Non perché non ci interessino questioni politiche o sociali, ma semplicemente perché non siamo a nostro agio quando dobbiamo comprimere certi temi in una canzone.

Qualche anno fa avete avuto un periodo di crisi, in cui sembrava che vi doveste sciogliere, ma è durato poco e avete ripreso. Cosa era successo?
La questione fondamentale è che eravamo rimasti per troppo tempo in tour e non ne potevamo più, quindi avevamo deciso di separarci. Eravamo d’accordo che avremmo fatto qualche concerto per chiudere, ma, durante le prove ci siamo divertiti, avevamo ancora voglia di continuare. Si trattava solo di un periodo di stanchezza.

Ascoltando “A flight and a crash”, il primo nome che vengono in mente sono i Fugazi. Vi hanno influenzato in qualche modo?
Sono un grande gruppo e ci piace molto la loro musica. Direi che è quasi inevitabile che qualcosa sia rimasto nel modo in cui suoniamo.

I Fugazi hanno indicato una strada molto precisa anche dal punto di vista della produzione, facendo praticamente tutto da soli. Voi invece avete deciso di lavorare a contatto con un’etichetta discografica abbastanza grossa. Qual è il vostro punto di vista sulle autoproduzioni?
Ci piace molto l’attitudine dei Fugazi. Sono stati aiutati dal fatto di essere riusciti a vendere molto, il che ha permesso loro di fondare un'etichetta, mantenersi completamente autosufficienti e inoltre produrre altri gruppi. Noi non disponiamo dei mezzi finanziari necessari per autoprodurci, quindi la Epitaph è stata una buona scelta. Avendone la possibilità, credo che a chiunque piacerebbe riuscire a fare come i Fugazi. Se dovessimo raccogliere abbastanza soldi…

L’espressione punk rock è stata usata così tanto da avere assunto significati molto diversi. Qual è la vostra definizione di punk, se ne avete una?
Punk dovrebbe significare tutto quello che uno vuole che significhi. In ogni caso, è qualcosa che ha a che fare con l’individualità di ognuno. A volte, diventa un cliché facile da usare ed è facile anche venire fraintesi. D’altra parte, non credo che possa esserci una definizione univoca.

Quali saranno le vostre prossime mosse?
Dopo essere stati in giro per l’Europa per un po’ di tempo, saremo in tour negli Stati Uniti fino a fine settembre.

Non c’è il rischio che diventi una routine, il classico schema “disco poi tour”?
Assolutamente sì. Dato che ci è già capitato di stancarci per questo meccanismo e abbiamo rischiato di smettere, stiamo molto attenti a fare in modo che non diventi troppo noioso.

(Paolo Giovanazzi)

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