Che cosa succede quando due grandi della musica si incontrano? Nel caso di Gilberto Gil e Milton Nascimento, ne nasce un disco, “Gil & Milton” che racconta la storia di 35 anni di carriera dei due, tra influenze rock, pop e una grande voglia di mantenere vive le radici della musica indigena.Una collaborazione, quella tra il padre del tropicalismo e il vincitore del Grammy della musica latina come miglior album con “Crooner” (1999), che nasce in primo luogo da un’amicizia e dalla voglia di sperimentare insieme.Due artisti che nel loro percorso hanno seguito strade diverse, ma che sono pur sempre figli della Bossanova . Come hanno raccontato a Rockol.…
Come sono nati la vostra collaborazione ed il disco “Gil&Milton”?
Milton: Gil è stato uno dei primi musicisti della mia generazione che ho incontrato, molti anni fa. Ci siamo conosciuti a casa di Elis Regina, un’altra famosa cantante brasiliana, che aveva invitato Gil per selezionare alcune mie canzoni che poi Regina interpretò facendole diventare dei grandi successi; ha rappresentato un passaggio importante della mia vita. Dopo abbiamo preso strade diverse: io ho lavorato con molte persone in tutto il mondo e poi così, naturalmente, mi sono trovato a lavorare anche con lui.
Gil: E’ un lavoro nato da uno spirito di amicizia, siamo due colleghi che fanno qualcosa insieme confrontando i proprio lavori.
Negli ultimi 5/6 anni ci siamo pian piano avvicinati in un modo che poteva sembrare impossibile 35 anni fa, quando abbiamo cominciato; da questo è nata quell’amicizia, nel vero senso della parola, che è lo spirito portante dell’album e del tour: lo spirito di due musicisti con 35 anni di carriera alle spalla che vengono dallo stesso paese, un paese che a sua volta vanta una forte cultura a cui cercano di dare qualcosa di fresco, di giovane.
Mi piace collaborare con altri colleghi perché tutti ne usciamo arricchiti e poi... è una cosa piacevole dividere le responsabilità in due. Dà un po’ di respiro e fa sentire meno il peso di quello che si sta facendo.
Nel vostro album sono presenti anche due canzoni di musicisti molto rappresentativi del panorama musicale europeo e latino: “Something” di George Harrison e “Yo vengo a ofrecer mi corazon” di Fito Paez. Secondo quale criterio avete scelto e inserito nell’album questi brani?
Milton: Ci sembrava importante inserire una canzone dei Beatles e ho suggerito questa che avevo, tra l’altro già cantata. A Gil piacevano tutte e quindi la scelta è stata semplice.
Gil: Per quanto riguarda invece“Yo vengo a ofrecer mi corazon” di Fito Paez, la scelta nasce dall’amicizia che lega Milton a Fito: si sono incontrati molti anni fa a Buenos Aires durante la registrazione di una programma televisivo. Aveva sentito molti suoi lavori e così gli ha dato una cassetta con due canzoni che gli sono piaciute molto, in particolare questa che abbiamo così deciso di inserire nell’album.
Siete due musicisti molto diversi, anche nel modo di intendere la musica brasiliana, come vi siete trovati a lavorare insieme?
Milton: E’ vero, veniamo da parti diverse del Brasile: le influenze che abbiamo ricevuto sono diverse, ma questo ha fatto sì che lavorare insieme sia stato molto divertente e interessante. Mettere insieme la nostra musica è stato molto stimolane e poi Gil è una persona simpaticissima, veramente piacevole con cui è impossibile non andare d’accordo.
Entrambi però avevate in comune l’impegno nella difesa dei diritti civili: Milton attraverso un’azione improntata su manifestazioni e comizi, Gil ha scritto invece diverse canzoni sul tema. E’ ancora vivo questo spirito e questa voglia di lottare in voi?
Milton: Certo. Ho aiutato delle persone e ogni volta che c’è bisogno ho l’abitudine di uscire allo scoperto e parlarne. Una delle ultime campagne a cui ho partecipato è quella a favore degli abitanti dell’Amazzonia: ho lavorato per cercare di preservare la foresta.
Gil: Le canzoni di cui parli sono del primo periodo della mia carriera. Io divido il mio lavoro in 4/5 periodi: quello iniziale, quando ero all’università, ero inconsapevole di quelle che erano le reali difficoltà economiche e sociali del Brasile e lo riflettevo nella mia musica. Dopo è venuto il tropicalismo, con cui mi sono aperto alla musica esterna, ai movimenti hippy. Sono stato in Germania e in Inghilterra: è stato un periodo entusiasmante in cui ho cominciato a suonare la chitarra con grandi musicisti facendo diventare il rock un referente importante per me, la mia musica è diventata un po’ più pop.
Poi ho avuto il periodo reggae, che è stata l’ultima grande e importante influenza per me.
Le canzoni di protesta fanno parte dei brani creati all’inizio; ma anche oggi, se una tematica sociale mi colpisce particolarmente, non escludo di trattarla in una canzone.
Gil, com’è nata la necessità e la voglia di attingere alla musica di altri paesi e di unirla a quella brasiliana, già molto ricca e con una grande tradizione alle spalle?
Gil: Ho sentito questa necessità naturalmente: la generazione di 30 anni fa, è stata molto esposta ai cambiamenti, a influenze esterne in tutte le arti, dal cinema, alla letteratura e non ultima la musica. Era l’inizio di quella che noi oggi chiamiamo globalizzazione culturale.
Il Brasile ne è stato parte perché è un grande paese con molte culture: europei, colonizzatori, giapponesi si trovano a vivere insieme ogni giorno. Per molti decenni è stato esposto all’influenza americana. E’ stato naturale, quindi, che la mia generazione abbia cercato di mettere insieme la cultura indigena con quella straniera.
E questa è la strada che hanno seguito i giovani artisti di oggi, anche se sembra ci sia un certo ritorno alle origini. Che cosa pensate dell’attuale panorama della musica brasiliana?
Gil: E’ vero, stanno seguendo anche loro questa tendenza, anche se al contempo stanno cercando di recuperare la caratteristiche locali ricercandone gli ingredienti, i ritmi tradizionali.
In realtà stanno seguendo il processo che è partito con me e Caetano Veloso, che a nostra volta ci siamo fatti ispirare e influenzare dalla Bossanova. Siamo tutti figli della Bossanova.
(Erika Ferrati)