Altro che 'Brit pop': ecco una della band storiche della scena inglese...

Parlare con Ian McCulloch significa parlare con qualcuno che il rock pop britannico l’ha visto nascere. Qualcuno già titolare di una band di culto (assieme a Will Sergeant) come gli Echo and the Bunnymen quando gli Oasis andavano ancora alle elementari. La storia di questo gruppo – amato dalle personalità più influenti dell’indie rock di fine millennio, da Kurt Cobain a Stephen Malkums – è fatta di scioglimenti temporanei e cambi di line up, dovuti (in parti più o meno grandi) alla poca costanza delle sue “menti”.
Ian, oggi, è un elegante signore inglese: lo incontriamo una mattina – in una hall di un albergo milanese – mentre sorseggia compostamente un té, ammettendo (con un aplomb che solo i britannici riescono a sfoderare) di aver esagerato, poche ore prima, con la birra... Ma oggi è un altro giorno: lo è per gli Echo, tornati – con “Flowers” – sulla scena dopo una pausa durata 4 anni. E lo è anche per Ian, più attivo e in forma che mai, che a quarant’anni suonati non solo si permette di far rinascere dalle ceneri la sua band di sempre, ma ha trovato anche il tempo – e l’energia – di scrivere e incidere un disco solista per l’etichetta scozzese Jeepster, azienda familiare degli alfieri “gentili” Belle & Sebastian.


Puoi parlarci del progetto che sta dietro al tuo ultimo album con Echo and the Bunnymen ?
I nostri ultimi dischi erano acustici, misurati, c’era una particolare concezione alla base dalla quale abbiamo voluto emanciparci. Con “Flowers”, per quanto mi riguarda, ho imbracciato la chitarra e mi sono abbandonato all’istinto.... Mi sono permesso di fare cose che in passato non mi sarei concesso. Inoltre, il modo in cui ho scritto i pezzi per questo ultimo disco si avvicina molto al modo in cui scrivevo nei primi album di Echo and the Bunnymen: ricordate “Crocodiles” ? Il processo è il medesimo... Un’altra cosa che mi ha molto influenzato, per la stesura dei nuovi brani, è stato l’utilizzo delle drum machines....

In che modo le batterie elettroniche ti hanno aiutato ?
E’ il modo di sentire il tempo scandito in maniera diversa che mi ha influenzato: se hai in mente un giro di accordi o una melodia e il batterista suona un ritmo lento, la canzone di conseguenza nascerà lenta. La drum machine invece di costringe a tenere un ritmo sostenuto. E' un ottimo modo di comporre canzoni, e penso sia stato questo a fare la differenza, a rendere “Flowers” più solare.

Possiamo dire quindi che l’elettronica è entrata nell’universo di Echo and the Bunnymen ?
No, non esattamente. Questo aspetto riguarda solo la parte compositiva. E’ solo una questione di ritmo. Il nostro suond non è cambiato, in questo senso. La drum machine sta a metà strada tra il loop e la batteria acustica, è un ibrido che ci ha permesso di trovare nuove soluzioni come songwriter.

Da dove viene la positività che caratterizza questo nuovo album ?
Difficile dirlo, non so quanto la musica sia in grado di riflettere lo stato mentale di un musicista... Posso però dire che gli ultimi due anni sono stati anni positivi, e questo potrebbe aver influito sulle atmosfere di “Flowers”.

A che punto della carriera degli Echo and the Bunnymen si colloca questo nuovo album ?
Quando sei in una band e scrivi canzoni non ti poni questo genere di domande, perché ogni album rappresenta sia una chiusura di un ciclo, sia un nuovo inizio. E’ solo un nuovo album. Certo, noi siamo sulla piazza da più di vent’anni, e questo vorrà pur dire qualcosa: ma è molto difficile analizzare una situazione che stai vivendo dall’interno da così tanto tempo.

Durante la vostra lunga carriera, come si è evoluto il vostro approccio alla musica?
Si sono evolute tante cose, ma penso che l’approccio sia rimasto lo stesso. Per quanto mi riguarda, vivo il mio approccio alle sette note come un lungo viaggio, non solo da musicista ma anche da semplice appassionato. Il mio viaggio è cominciato con “Ziggy stardust”: è da lì che vengo, non dal mio primo album realizzato come musicista.

Parlami dei nuovi membri di Echo and the Bunnymen
Sono persone piuttosto estranee al nostro ambiente: non suonavano in band sotto contratto, in precedenza, non sono dei session man (e questa, a parer mio, è la loro qualità più importante, quella che me li fa apprezzare di più), non hanno mai avuto esperienze serie in studio di registrazione. Sono semplicemente persone con le quali mi trovo bene, e con le quali mi piace lavorare.

Cos’hai da dire a proposito del tuo progetto solista per la Jeepster Records ?
Quando ho iniziato a scrivere per il mio album solista ero molto impegnato coi Bunnymen, e mi sentivo dire da più parti: ‘Sei matto, adesso che con la band le cose vanno così bene ?’. Sarà comunque un bellissimo disco, davvero. L’ho fatto con lo spirito giusto, avevo le idee chiare in mente. Hai presente “Trasformer” di Lou Reed ? Ecco, voglio che questo nuovo disco sia per me la stessa cosa, che rappresenti una tappa del genere nel mio percorso artistico. Penso che sia il miglior disco che abbia mai realizzato.

Cosa pensi dell’attuale revival della new wave?
Non è così divertente, almeno per quanto mi riguarda. Quando abbiamo iniziato nel 1978 le band di allora potevano essere considerate una naturale evoluzione del discorso portato avanti da gente come Lou Reed e Iggy Pop. Poi è arrivato il punk, e sappiamo tutti come le cose sono andate a finire...

E qual’è la tua opinione a proposito dell’attuale scena pop inglese ?
Mi piacciono gli Starsailor, tra le “nuove leve”, anche se non penso che si possa più parlare di ‘scena’. Forse ai tempi, quando c’eravamo noi, i Joy Division, e tante altre band che pur conservando una propria individualità operavano nello stesso contesto, si poteva parlare di ‘scena’. Oggi sembra invece tutto molto confuso, e la situazione è aggravata da certa stampa, che non perde l’occasione per pubblicare veri e propri spropositi. Lo so che le testate giornalistiche musicali inglesi godono di grande prestigio a livello internazionale, e anch’io sono cresciuto considerando il New Musical Express come una sorta di bibbia: poi, con l’età, ho dovuto ricredermi. Oggi, quando apro i giornali penso: ‘Cosa c’è che non va ? Cos’è che non capisco ?’ E’ come se mi fossi perso qualcosa, che non mi permetta di capire quello che c’è scritto... Ci sono delle band, penso a formazioni neo punk, che mi fanno ridere: sono ventenni che si vestono e cercano di assomigliare ai punk, ma senza nessuna credibilità o senza alcun spirito autentico. Ci sono dietro multinazionali a fenomeni del genere...

Cosa pensi della rete, in generale, e della diffusione di musica sul web ? E’ vero che metterai su internet un mini lp ?
No, assolutamente. Credo nelle potenzialità di internet, e nelle possibilità che ci offre per comunicare, ma tutti gli sproloqui che solitamente si tengono sull’argomento non mi interessano. E, soprattutto, non credo che la diffusione di musica in rete ci danneggi finanziariamente. Davvero non capisco la posizione di band come i Metallica relativamente al caso Napster: hanno già così tanti soldi, che non vedo perché debbano venire a piangere povertà cercando in tutti i modi di tagliare le gambe al file sharing. Sapere che qualcuno, da qualche parte nel mondo, si stia prendendo la briga di cercare una tua canzone in rete per scaricarla è già una grandissima soddifazione: e i Metallica non vengano a dirmi che tutti questo li ridurrà sul lastrico...

(Davide Poliani)

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