La pirotecnica Geri Halliwell passa in Italia per incontrare anche Rockol. Senza, naturalmente, risparmiarsi...

“Scuuusateee! Sono cooosì dispiaciuta! Ma l’aereo è atterrato molto in ritardo e sul tragitto per arrivare all’hotel abbiamo trovato un grosso incidente!”. E’ la voce roca e sguaiata dell’ex-Ginger Spice Geri Halliwell a squarciare il silenzio creatosi attorno al piccolo tavolo ovale dalla stanza 207 dell’Hotel Principe di Savoia a Milano, dove una manciata di giornalisti la stava aspettando incuriosita dopo circa un’ora di attesa, sorseggiando acqua minerale dalle due bottiglie torreggianti a centrotavola. L’aura misteriosa nata intorno alla figura della “nuova” Geri, apparsa nel suo video “It’s raining men” decisamente dimagrita e tonificata, è rivelata all’improvviso. La minuta cantante ci parla in piedi sulla soglia della porta che accede alla saletta, quasi titubante ad accomodarsi, mentre sfoggia un vestitino maculato che le lascia scoperte braccia e gambe, mostrando un’incredibile abbronzatura e due bei bicipiti. “Ci-a-ò!”. Apostrofa così i presenti la ventottenne Geri che, dopo le calcolate scuse, dondolando su pericolosi tacchi, si avvicina inquisitoria come un tenente con i suoi sottoposti. “Tu, tu come ti chiami? E tu? Ahhh, ma noi ci siamo già visti. Che cosa fate, per chi scrivete? Capisco. Bene”. Geri è una valanga di parole, una tormenta di entusiasmo che ti avvolge strappandoti quasi l’aria necessaria per sopravvivere. E, non contenta, si incolla ad ognuno, salutando ammiccante tutti e baciando me con uno schiocco di labbra. “Ciao, Valeria!”. Il suo indice è come la bacchetta di una maestrina pronto a coglierti in fallo, e mentre i suoi occhi chiari cercano di scoprire se sei buona o cattiva, ti riempie di complimenti adulatori. “Quella. Quella collana è… Bluemarine, non è vero? No!? Davvero, sembra Bluemarine… e comunque ti sta molto bene, su quella maglietta. Molto bella. Veramente”. Geri sarebbe quasi incredibile, se non esistesse; certo non quanto le sue due assistenti che circondano il tavolo, telecamera hi-tech alla mano, roteandoci intorno simili a bestie ingabbiate. La ex-cameriera, cubista, insegnante di aerobica, topless model, valletta per la versione turca di “OK, il prezzo è giusto”, è capace di farti mille domande e rispondersi da sola, quasi fosse un – furbissimo – Holden Caulfield al femminile. Viene quasi il sospetto che cerchi di accattivarsi non solo la simpatia, ma anche i favori dei sei presenti, con tutte quelle stralunate uscite. Ed è per questa sola ragione che, dopo sufficienti divagazioni piuttosto ambigue, Geri decide finalmente di spostare l’attenzione, dal caffè lunghissimo che ha reclamato a gran voce, su questioni più seriose come l’imminente pubblicazione del suo secondo album da solista “Scream if you wanna go faster” dopo la dipartita, il 31 maggio del 1998, dalle Spice Girls. Ma il tempo, oggi bello e radioso quasi quanto la biondissima capigliatura di Geri, sembra, al contrario, non essere tanto clemente all’interno dell’hotel. Bisogna infatti attendere ancora qualche secondo, prima di partire con le domande: nel caffè della ex-pin up a pagina tre del quotidiano inglese The Sun c’è molto latte, ma manca il dolcificante. E la vita, così dicono, è degna di essere vissuta solo se dolce…

Come mai hai scelto la canzone “It’s raining men” delle Weather Girls come cover e primo singolo estratto dal tuo album?
E’ la prima cover che io abbia mai deciso di cantare. Ho sempre amato scrivere le mie canzoni, perché mi piace e mi fa sentire orgogliosa. Fin dagli esordi con le Spice Girls volevo partecipare in modo attivo alla composizione delle musiche. Mi sento a mio agio nel ruolo di compositrice pop, perché so che sono in grado di farlo. Così già allora mi sentivo in grado di realizzare un disco completamente da sola. “It’s raining men”, è stata lei stessa a scegliere me. E’ strano, perché di solito voglio avere controllo sulle cose e pianificare ogni singolo evento, ma in questo caso è successo qualcosa di davvero inaspettato. Ed è stata una grande lezione per me. Volevo far parte del film di Bridget Jones in qualche modo… e questa opportunità mi arrivò circa un anno fa, quando lo confidai a qualcuno. Casualmente, circa un mese dopo, il regista del film mi chiese se avessi voluto partecipare alla realizzazione della colonna sonora con “It’s raining men”. Io amo i libri di Bridget Jones, li ho letti entrambi. Mi sono subito identificata con il personaggio della storia. L’ho fatto solo per divertimento e sempre per divertimento ho passato un anno e mezzo a realizzare il mio disco, un lavoro che ha prodotto più di trenta canzoni. Ho preso le migliori selezionandole attentamente, poi ho pensato al video e a tutto il resto. Poco dopo ho registrato “It’s raining men” perché la trovavo molto divertente e ho pensato che come singolo sarebbe stata fantastica. Ero talmente impegnata a decidere che ad un certo punto mi sono detta: ‘Perché non scegliere d’istinto, solo per divertimento?’. Ho avuto tre settimane di tempo per pensare al video. Mi ricordo che passavo le domeniche pomeriggio insieme a delle amiche e chiedevo loro che cosa mai avessi potuto fare per renderlo all’altezza del film. In uno di quei giorni passati a chiacchierare per caso vidi ‘Fame’ in TV. Pensai subito fosse carina l’idea di riprodurre il feeling di quei tempi; mi ha stuzzicato anche l’idea di diventare il personaggio principale del video e imparare ad essere una vera ballerina professionista. Così ho contattato un ballerino italiano che potesse insegnarmi il ballo… ed è stato fantastico.

Avevi già sentito la versione originale delle Weather Girls prima di riproporla?
Sì, conoscevo la canzone. E’ una di quelle canzoni che conosci… e basta. E ti piace. Ho anche visto un pezzo del video, ma non tutto per intero.

E’ stato più difficoltoso comporre questo album o il tuo disco d’esordio?
Le motivazioni sono state diverse. Quando ho composto il primo album, devo essere sincera, ho sfruttato molto il successo che avevo ottenuto precedentemente. Quando fai parte di un gruppo come le Spice Girls, sei semplicemente una di loro. Nessuno in realtà può sapere come ti comporti quando sei chiusa in una stanza, nessuno sa quanto tu possa partecipare o contribuire al lavoro complessivo del gruppo. Quando ho abbandonato le Spice Girls la necessità principale è stata proprio quella di dover provare, sia a me stessa che agli altri, di essere in grado di lavorare da sola. Pensai ‘vi farò vedere che posso diventare una cantante solista’. Amo scrivere musica pop, così ho affrettato, per così dire, le cose. Mi ricordo che George, George Michael, mi disse: ‘Smettila di correre!’. Ma io sono di natura molto impaziente e gli risposi che non intendevo farlo… Così scrissi13 canzoni, ne preparai 10 e procedetti con il mio cammino. A quel tempo, ripensandoci, credo di aver fatto la scelta giusta, perché lo sentivo. Questa volta però mi sono detta ‘Geri, guarda, hai avuto un grande successo con un disco che era praticamente un piatto cucinato male, quasi fosse della pasta non perfettamente al dente e alla gente è piaciuto comunque’. Quindi ho pensato quale reazione potesse avere il pubblico nei confronti di un disco realizzato da qualcuno davvero concentrato. Con questa mentalità sono andata in studio più che mai fiduciosa, collaborando con altre persone e scrivendo i pezzi come non mi era mai successo. Ho lavorato con un produttore americano, Rick Nowels, che ha collaborato con Madonna e Cindy Lauper e che per lei ha scritto “True colors”. Quando gli ho mostrato le mie quello che sapevo fare è esploso in un ‘oh, mio Dio, ma sei proprio brava!’. Per me avere tanta approvazione da una persona così autorevole è stato molto importante e mi ha aiutata a raccogliere ancora più confidenza nelle mie potenzialità. Ho lavorato anche con il produttore di Annie Lennox, scrivendo i testi e le melodie. Sul disco c’è una canzone che si chiama “Calling” di cui sono particolarmente fiera… l’ho fatta ascoltare anche a George (Michael, n.d.r.) che è davvero uno critico, e mi disse che gli piaceva davvero… così quando gli sentii dire quelle cose pensai che se lo diceva, era la verità!’.

Sembra che George Michael sia il tuo consigliere…
Sì, mi rivolgo spesso a lui, anche se di recente non ho avuto molte occasioni di vederlo, perché anche lui attualmente è in studio. Però è il mio confidente, specialmente quando ho problemi affettivi. Lui è sincero, diretto e onesto. E’ come un fratello maggiore. Un altro nome che ha fatto parte della mia vita di recente, specialmente lo scorso anno, è quello di Robbie, Robbie Williams. Lui mi ha insegnato molto della musica e sono orgogliosa di questo… e devo anche ammettere di essere dispiaciuta di aver scoperto i Beatles solo ora! Mi sono ritrovata immersa nella loro musica. E’ stato un periodo così, di grandi scoperte. Quando ho incontrato George Harrison ho esclamato: ‘Oh, mio D-i-o!’. I miei gusti si sono ampliati moltissimo e ho aperto gli occhi. Ho ascoltato artisti come James Taylor e roba del genere… Mi sento quasi come quando ero un’adolescente. Avevo un sacco di ottimi esempi a cui guardare: allora c’era George Michael, Madonna, gli Wham!, gli ABBA… tutta quella musica pop incredibile. Poi finii nel ‘College della Pop Music’, le Spice Girls. Un periodo di studi effervescenti. Fu come studiare Tecnologia o Latino… una materia in cui hai bisogno di guardare al passato per progredire tu stesso. All’inizio mi piaceva musica molto leggera, poi a 17 anni iniziai ad appassionarmi alla cultura Rave. A quel tempo non hai voglia di ascoltare la musica dei tuoi genitori, è certamente l’ultima cosa che vuoi fare! Anche se mio padre, che purtroppo oggi non è più in vita, apparteneva ad una generazione molto lontana dalla mia visto che quando sono nata lui aveva già 50 anni, e il suo mondo musicale era come un filmino in bianco e nero. Il suo mondo era popolato dalle varie Judy Garland di turno, piuttosto che da una vera e propria scena musicale. Ma a me piace ogni tipo di musica. Fino a quando riesco a sentire che è onesta e valida nel suo genere, allora le presto attenzione.

Le cose migliori nel tuo nuovo album sembrano essere le ballate. Pensi di avere un futuro come compositrice di questo genere?
“Calling”! E’ quella che piace a George (Michael, n.d.r.)! Grazie! Che bello, avete gli stessi gusti… A volte è più semplice scrivere brani lenti quando ti senti malinconica e il tuo cuore è spezzato, ma di solito scrivo a seconda del mio umore generale; così se mi sento davvero bene, penso solo a seguire le sensazioni. Ho scritto una canzone mentre stavo andando in taxi… mi è anche capitato di farlo mentre correvo, quando mi veniva in mente un verso… Sono una grande romantica. “Calling” per me è come una preghiera per gli amanti. Hai presente quando pensi all’anima gemella? Quando guardi la luna e pensi che qualcuno, chissà dove, lontano da te, sta guardando la stessa luna e che quel qualcuno è il tuo perfetto compagno? La canzone parla di questo. L’altro giorno pensavo che ci si può rapportare ad una canzone in modi diversi. “Calling” potrebbe anche essere una canzone che parla della ricerca di Dio. Sono contenta che le canzoni lente siano riuscite bene, perché in quelle non puoi nascondere le tue doti vocali.

Pensi di fare un tour?
Vorrei tanto farlo! E’ una delle prime cose che vorrei fare! Prima però voglio vedere come andrà il disco. Mi piacerebbe suonare in grandi arene, come quelle dei gladiatori… Posti inconsueti, insomma.

(Valeria Rusconi)

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