Alla vigilia della sua esibizione ad Umbria Jazz, si parla di estate, tour e dischi...

Sono passati undici anni dall’uscita del suo primo album, “All’una e trentacinque circa”, che aveva in copertina lui, Vinicio Capossela, con una faccia da bravo ragazzo, seduto al bordo di una strada notturna e s’immagina silenziosa. L’ora del titolo è ancora quella, più o meno, in cui sono ambientate una parte delle sue canzoni. Ma altri suoi brani ora hanno come fondale il sole, i pomeriggi, il chiasso.
Con il tempo il trentaseienne cantautore ha allargato i temi, musicali e letterari, tanto che ora ogni suo nuova uscita dal vivo o in studio è attesa con attenzione particolare, perché non si sa mai cosa succederà. In qualche modo è lui che garantisce quello che propone. E il suo pubblico lo segue nel suo girovagare, di lui si fida. Basti dire che, se il suo ultimo disco è arrivato alle 50.000 copie in poco tempo (vedi news), anche quelli precedenti continuano a vendere, posizionati tra le 30.000 e le 50.000 copie accumulate gradatamente negli anni. E questo è molto significativo. Per l’estate Capossela propone un tour all’aperto, e ovunque vada il pienone è assicurato. Una data particolarmente importante è quella di domani, 13 luglio, quando addirittura aprirà la nuova edizione di Umbria Jazz insieme al gruppo di Marc Ribot, geniale chitarrista americano, braccio destro di Tom Waits e spesso anche con Capossela.
Di questo e altro ha parlato il cantautore con Rockol, con quel suo tono, che è purtroppo impossibile riportare scrivendo, vispo e gentilmente ironico. Da artista vero, un po’ scapestrato, ma che in fondo ancora bravo ragazzo è rimasto. Ha anche quasi smesso di fumare, rivela.


Che canzoni farai a Umbria Jazz con Marc Ribot?
Faremo qualche pezzo sentimentale come ‘Con una rosa’ e sicuramente ‘Estate’ di Bruno Martino. Ma per quel che riguarda il repertorio è da vedere. La collaborazione non è prevista da nessun contratto. Si pensa che ci sia e che sarà piacevole. Ma non siamo obbligati. Comunque è l’ultima volta che suono d’estate (sorride n.d.r.). Se ne volete approfittare. Una volta ho aspettato due ore Joao Gilberto a Umbria Jazz. Dopo un’ora e mezza che la gente era seduta perfettamente, avendo pagando il biglietto regolarmente, lui ha mandato a dire che stava arrivando ma che non era lui che doveva andare alla musica ma la musica che doveva andare a lui. Io rispetto sempre molto le fissazioni degli altri. Sono le cose che ci rendono più specifici.

Qual è il tuo rapporto con Perugia e con Umbria Jazz?
Perugia è una città che è come una torta nuziale, si sale, si sale gli strati e poi gli sposi se ne sono già andati. La prima volta che ho suonato a Perugia l’ho fatto proprio sul punto più alto, in una sala del Quattrocento bellissima che si chiama sala dei Notai. E da allora per me Umbria Jazz è come una specie di peccato di gioventù. Contiene un po’ il cromosoma della gioventù. E’ come la Ceres, ti ricorda sempre i sedici anni.

Ti senti uno spirito libero?
Io credo che l’individualità sia la ricchezza principale dell’artista.

Ti senti libero anche in studio o sul palco ti senti più sciolto?
Anche la registrazione è una specie di invenzione. In realtà quel che finisce in un disco è ben poco di quello che è stato registrato. E’ un’opera di montaggio, di assemblaggio. Per uno scrittore di canzoni, e io mi ritengo più questo che altro, la registrazione comporta un confronto con molte persone, un lavoro molto più sociale e quindi conta la musica ma anche la capacità di ottenere delle cose dagli altri.

Com’ è il tuo rapporto con la band? Non deve essere facile per uno come te che cambia continuamente.
Bisogna abituarli ad inseguire. In questo disco e in questo tour per la prima volta non ho scritto molto degli arrangiamenti. E’ normale che ci sia una struttura e poi la si segua, ma una volta che non solo l’artista ma anche la banda ha padronanza del pezzo si può anche non guardare lo spartito. Si va e si ascolta quel che si sta facendo.

Hai fatto pochi anni fa un tour con brani di tango e di morna realizzati in italiano. Saranno i pezzi del prossimo disco?
Sarà un disco, ma non so se il prossimo.

E il prossimo?
Il prossimo potrebbe essere molto presto, oppure no.

Qual è il tuo rapporto con il jazz?
Io sono cresciuto ascoltando soprattutto quella musica, anzi all’inizio volevo essere un autore di ballad, quella era la mia aspirazione. Questo concetto ha preso un po’ di deviazioni con il tempo, ma nella sostanza sono sempre lì. La definizione più appropriata di jazz, secondo me, è ‘qualcosa che sta succedendo in quel preciso istante, in quel posto’. Ora spesso il jazz di cui si parla è qualcosa che è successo in un altro posto e in un altro tempo e che è diventato una specie di linguaggio. Però lo spirito iniziale è lì: il cercare di afferrare questo serpente elettrico che è un po’ la vita.
Devo però segnalare alla stampa che il mio festival jazz del cuore è stato quello fatto da un grande sognatore, Massimiliano Laurenti, che per anni si è sforzato di fare una rassegna molto particolare ad Urbino, che non era neanche concorrente di Umbria Jazz perché è stata fatta con altri mezzi. Era Urbino Jazz e quest’anno è la prima volta che non ci sarà più, perché come tutte le grandi imprese è fallito. Voglio però ricordare questa rassegna così immaginifica, dove nel ‘98 si riunivano personalità molto particolari, come un grande pianista mio amico purtroppo scomparso recentemente, Toni Castellano.

Sei uno dei candidati alla vittoria delle targhe Tenco di quest’autunno.
Accidenti. Vedremo.

Hai mai avuto timore di cambiare?
Si, ma in generale in tutti i momenti ci vuole coraggio quando dici “sono cambiato”, non si può essere uguali tutti i giorni.


(Francesco Casale)

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