Un artista in viaggio per cercare l’anima della musica...

Nitin Sawhney, nato in Gran Bretagna dopo che i suoi genitori vi emigrarono dall’India, studiò legge all’Università di Liverpool, quasi volesse prepararsi un futuro coscienzioso e comprendere i propri diritti. Da allora la voglia di trovare la vera essenza della sua arte e il kharma della vita, come quello dei paesi e delle persone che racconta nelle sue canzoni, lo hanno portato ad abbandonare Londra per un viaggio che, per circa due mesi, lo ha guidato attraverso la ricchezza e la povertà di un paese come il Brasile, visitando le sconfinate distese di terra rossa in Australia fino all’orizzonte sconfinato e selvaggio dell’Africa e agli aneddoti raccolti nella sensuale Bombay. Un percorso indispensabile per catturare la spiritualità delle cose in un disco e in un DVD che mescola antiche radici e tradizioni popolari con la cultura mondiale di inizio millennio.
“Prophesy”, quinto album di un artista poliedrico a tutti gli effetti, insegnante, scrittore, attore e musicista, non raccoglie né messaggi, né risposte. Cerca solamente, come racconta un serioso Nitin davanti ad un computer portatile per mostrare le fotografie del suo viaggio, “di catturare lo spirito dei luoghi visitati”…


Sei partito per un lungo viaggio per preparare questo disco. Dove sei stato?
Sono stato in Brasile, India, Sud Africa, Australia, America e Spagna per più di cinque settimane… ovviamente poi abbiamo anche registrato alcune cose a Londra. La registrazione del disco è invece durata quasi quattro mesi, anche se la programmazione e tutte le idee dietro a questo lavoro hanno richiesto un anno prima di essere raccolte e organizzate in modo compiuto. E’ stato un viaggio incredibile perché il concetto di base era quello di connettere idee e immagini in modo bilanciato, per fuggire dalla freddezza propinataci dalla tecnologia e sperimentare qualcosa di vero e ricco di emozione. Abbiamo lavorato con persone diversissime, come l’orchestra sinfonica brasiliana. Ogni singola persona ha contribuito a qualcosa di diverso. Abbiamo viaggiato in sole quattro persone, io, un fotografo che lavora per “The Observer” a Londra e due cameraman. Tutte le foto e i filmati saranno inclusi in un DVD che uscirà con il disco.

Come hai maturato l’idea di lasciare Londra e “concepire” un disco in viaggio?
Perché mi sentivo imprigionato. Continuavo a pensare ai computer, ad Internet, alla televisione, ai cellulari… tutte cose che ci fanno credere di essere collegati con il mondo, ma in realtà ci isolano. Volevo allontanarmi da tutto questo, che è una sorta di realtà virtuale, ed entrare nel mondo reale, guardando le cose dalla giusta prospettiva e in modo bilanciato. Continuiamo a sentire che cosa succede ad est del globo terrestre, e come si sviluppa quella parte. Stiamo diventando ossessionati dalla tecnologia e dalla sete di progresso. Io ho pensato anche alla spiritualità, come elemento fondamentale. E’ per questo che nel mio viaggio ho voluto incontrare i nativi americani, gli aborigeni o Nelson Mandela. A loro modo sono più evoluti di ciò che noi chiamiamo all’avanguardia. Se penso a George Bush o ai ragazzi negli Stati Uniti che si sparano l’uno contro l’altro, non mi sento molto a mio agio con quella definizione di “avanguardia”. Questo disco riguarda il “chiedere e farsi delle domande”. Non dà risposte ma semplicemente proporre un modo alternativo per rapportarsi alle cose.

In anni recenti gruppi come Rage Against The Machine o Asian Dub Foundation hanno avuto un buon successo grazie alla loro musica politicamente impegnata. Forse perché la voglia di riscatto è arrivata a contaminare tutti i campi di espressione come arte, musica e letteratura. E’ anche questo l’intento del tuo disco?
In realtà i miei dischi hanno una visione più sottile e meno estremista; parlano dell’umanità. Il mondo e la società sono molto politicizzati. Io ho sempre cercato di allontanarmi dalla politica nuda e cruda e conoscere meglio le esperienze “umane” viste da una prospettiva umana. Questo disco non è politico, è un disco “umano”. Per esempio: io posso dire che le bombe atomiche sono stupide, perché uccidono molta gente, e questo diventa una presa di posizione politica. A volte dici cose che ti sembrano logiche e umane ma che inevitabilmente vengono considerate come affermazioni di natura politica. Nell’album ho evitato persino di cadere in queste piccole trappole. Tutto quello che suggerisco all’ascoltatore è di “guardarsi in giro per capire che cosa sta succedendo”.

…ricordo però che nel tuo disco precedente, “Beyond skin”, il brano “Tide” era introdotto da un commento riguardante l’esperimento nucleare nell’isola di Mururoa, mentre ora in “Prophesy” parli della guerra in Bosnia. Come hai scelto questi argomenti?
Sono più interessato al “concetto” che sta dietro ad un particolare soggetto; e anche se è inevitabile che certi argomenti siano rappresentativi di un’epoca, per me hanno una valenza universale di ciò che è la pazzia umana. In “Breathing light” si sente il report di ciò che è successo in Bosnia, ma poi questo si fonde con la voce di Nelson Mandela che dice “siamo liberi di essere liberi”. Tutti abbiamo delle responsabilità. Si tende a guardare alle cose positive; nel mio viaggio ho potuto vedere popoli di altre culture con un senso di ottimismo e felicità fortissimo. Quello che ha reso il mondo ciò che è oggi è il nostro senso di insicurezza e di paranoia. E l’America ne è l’esempio primario. Viaggiare è stato un modo per allontanarmi da tutto questo.

Nel tuo disco ci sono stili, generi, idee e culture diversissime che, unite, si trasformano in un’unica omogenea opera. Credi che questa omogeneità possa essere una sorta di ponte di incontro tra queste culture?
E’ interessante perché nelle numerose interviste che ho tenuto mi piaceva fare l’analogia dell’impressione che il viso di qualcuno può dare: di recente mi hanno detto che la mia musica era una fusione di stili differenti. Risposi che ero semplicemente un musicista. In ritorno mi dissero che però io univo musica con culture molto diverse. L’unica cosa che mi venne in mente fu: “Perché mi dovete chiamare con un nome diverso da quello di musicista. Perché dovete complicare le cose?”. A questo proposito ho pensato ad un viso: io non vedo un viso come la fusione tra le orecchie, gli occhi, il naso e la bocca, dico semplicemente che quella è una faccia. La stessa cosa vale per la musica. La musica è un tutt’uno e non ha barriere.

Il disco è un progetto talmente vasto che quasi trascende la musica. Come sei arrivato a riunire tanti musicisti coinvolgendo centinaia di persone?
Siamo più di 200, forse addirittura 230-240 musicisti. Inoltre ho lavorato con l’Orchestra Sinfonica Brasiliana e alcune provenienti dall’India… e poi la English Chamber Orchestra, la London Community Gospel Choir e l’orchestra di 93 elementi di Madras, condotta da Chandru Shekar. Addirittura il coro di bambini di Soweto. Un sacco di musicisti pieni di talento. Persino Nelson Mandela ha contribuito all’album. L’intero progetto è nato come fosse un edificio, al quale dopo le fondamenta si sono aggiunti dei mattoni. Quei mattoni sono tutte le persone che ho incontrato nel mio lungo viaggio. Il problema è stato unire tutti questi elementi per trovare un bilanciamento e una logica: credo che i musicisti e ogni persona “normale” che ho coinvolto si sia trovata bene, e in modo naturale.

Tu sei un musicista, un produttore, un attore e ancora un remixer. Come ti trovi ad essere tanto impegnato su fronti diversi? Non hai mai pensato di focalizzare maggiormente l’attenzione su un solo aspetto di quelli sperimentati?
Quello che mi piace è l’idea di “espressione”. Qualsiasi cosa io senta al momento, mi ci butto. Non penso mai a quello che ho fatto prima, ma penso a dove sono e dove potrei andare; rifletto su cosa mi sta succedendo attorno e provo a rapportarmi a tutto ciò che sta accadendo in quel momento. Non cerco di focalizzarmi su nulla che non sia trovare la giusta prospettiva delle cose.

Il titolo del tuo disco può nascondere domande e risposte. E la copertina, ora che la vedo per la prima volta, rafforza questa sensazione…
Se guardi la copertina del disco, in cui sono raffigurato mentre cammino su un ponte che attraversa una valle innevata, riesci a dirmi se sto camminando lontano o verso di te? No. Quella che vedi è una montagna, una montagna che è considerata sacra. Si trova a Sacramento, negli Stati Uniti, e quando cammini in quella valle senti davvero una sensazione di spiritualità. Dicono che quel monte sia uno tra i sette luoghi nel mondo che emanano più spiritualità. La domanda che “Prophesy” vuole suggerire è dove sta il futuro di ognuno di noi… potrebbe essere verso la montagna, o lontano da essa. Questa era la domanda che facevo a me stesso mentre ero lì: “Sto camminando verso la spiritualità o verso il materialismo?”. Viviamo in un mondo molto materiale. La risposta non esiste. La risposta è “non lo so”. “Prophesy”, per un certo verso, riguarda ciò che ognuno di noi potrebbe interpretare. Volevo che il significato del disco fosse aperto all’ascoltatore, capace di decidere da solo. Non è un messaggio, solo un’espressione.

Ascoltando il disco si prova una sensazione straniante di spiritualità, come hai detto. Cos’è per te la spiritualità?
La spiritualità per me è allontanarsi dal potere e dalla corruzione. Politica e religione sono spesso questo. Tra le altre cose ai vertici della politica o nella religione ci sono pochissime donne al potere. Per me politica e religione non sono bilanciate, né per quanto riguarda il sesso degli appartenenti a queste categorie, né per la loro nazionalità. Lo yoga, la meditazione, queste sono cose spirituali. Questo significa non dire agli altri ciò che devono fare e viceversa. E’ un’esperienza molto personale che ti permette di sentirti “accordato” con te stesso e con ciò che ti circonda. Per esempio gli aborigeni sono persone molto spirituali; specialmente con la terra che li circonda… la spiritualità è vivere in perfetta armonia con ciò che ci circonda.

Ho letto che quando eri uno studente in Inghilterra la tua vita non è stata semplice, come non è stato semplice vivere in ‘armonia’ con le persone che ti circondavano. Credi che oggigiorno le minoranze riescano ad integrarsi meglio e ad essere accettate positivamente in un paese straniero?
Ho appena visto in televisione, proprio questa mattina, una notizia riguardante 600 immigrati che tentavano di entrare in Italia… in Inghilterra, con Tony Blair al governo, hanno appena firmato un accordo per assicurare al paese che non verrà utilizzato alcun tema razziale per accaparrarsi più voti e vincere le elezioni. Ci sono però stati alcuni politici che si sono rifiutati di firmare quel documento… ed è davvero così. In politica si usano certi trucchi. La politica è razzista, usa l’insicurezza e le paranoie della gente. I politici hanno potere e ciò che intendono fare è semplicemente mantenere coloro che sono oppressi là dove sono. Questo è ciò che continuo a provare. La situazione non cambia e non cambierà fino a quando non riconosceremo che il mondo non significa necessariamente ‘gente che controlla altra gente’. Presto o tardi sento che le cose dovranno cambiare… fino a quando ci saranno persone come George Bush. Non abbiamo, a questo punto, più molte scelte. Dobbiamo iniziare fin da ora a pensare di diventare cittadini civili e vivere insieme pacificamente. Non vorrei suonare come un vecchio hippy paranoico, ma se pensiamo che la rivoluzione industriale è cominciata soltanto cento anni fa e in così poco tempo siamo riusciti a distruggere quasi totalmente il pianeta sul quale viviamo… Il mio disco comunque non parla di politica. Credo che l’arte debba rimanere arte ed espressione. Voglio semplicemente dire la mia ed esprimere le mie sensazioni ed emozioni.

…non pensi però che almeno in campo musicale l’unione e l’accettazione di culture differenti abbia fatto passi enormi? Bisogna ammettere che di recente in Europa è arrivata un’ondata di Asian rock che ha attratto pareri molto favorevoli un po’ ovunque…
Se devo essere onesto, anche se hai nominato artisti asiatici, non è detto che vista la mia provenienza io debba amare la musica indiana… Il concetto globale di nazionalità è un trucco. Noi forziamo la gente a rientrare in un genere o a parlare della propria nazionalità. Io sono asiatico, inglese, francese, africano… qualsiasi cosa. Non è importante. La cosa importante è l’individualità di ognuno di noi. Personalmente potrei avere molte cose in comune sia con un brasiliano o un messicano, piuttosto che con un mio vicino di casa. Ma la gente continuerà a “catalogare” me e il mio vicino ugualmente solo perché viviamo nello stesso paese. Quando ho composto “Beyond skin”, in un certo modo volevo dire che tutto ciò è irrilevante. Gli artisti appartenenti al gruppo che tu hai nominato sono bravi, ma non mi sento accomunato a loro particolarmente. Ci vuole ancora tempo prima che la gente riesca a superare il concetto di nazionalità… Quello che tutti dovremmo cercare di fare è difendere la nostra identità e la nostra cultura. Tutto sta nell’esprimere se stessi e rispettare gli altri, senza prima guardare alla loro provenienza, al colore della loro pelle o alla religione che predicano.

…ti ho fatto questa domanda perché di recente c’è stato un ritorno, da parte di molti artisti, alle origini della propria terra: ovunque, anche in Italia.
Per quanto mi riguarda non mi sono mai preoccupato di scoprire dove fossero le mie radici. La storia di mia madre e mio padre non è la mia storia. Loro sono cresciuti in India, io non posso far finta di essere cresciuto in India ed essere indiano. Quindi le mie radici non sono quelle. Per me le radici di ognuno sono dove uno vorrebbe averle. Per esempio, non potrei mai dire di avere qualcosa in comune con un Primo Ministro indiano che parla in favore degli esperimenti nucleari. Forse perché il mio principale pensiero non è scoprire il mio passato, ma capire dove sto andando e cosa sto facendo con la mia vita. E’ giusto che ci siano tradizioni e culture differenti tra le persone, ma non credo sia giusto focalizzare la propria attenzione su questo particolare.

Hai in programma di portare questo nuovo album in tour?
Si, abbiamo in programma molti concerti. In Italia dovremmo suonare a Roma e Milano in luglio. Suoneremo anche in Germania con Sting, in Francia, a Londra e, più avanti, in Giappone e negli Stati Uniti… un po’ ovunque insomma. I musicisti saranno tra le 8 e le 15 unità.

(Valeria Rusconi)

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