Abbiamo incontrato gli Africa Unite per affrontare con Madaski e Bunna un paio di argomenti da “veterani”: il ventennale della morte di Bob Marley e i vent’anni di carriera della reggae band di Pinerolo “20” è, non a caso, il titolo del nuovo album degli Africa Unite, interamente composto da canzoni di Marley completamente riarrangiate. Un tributo all’indiscusso re della musica che loro suonano realizzato però con un accurato lavoro di arrangiamento e quindi reso con uno stile personale. Un compleanno importante a coronare un cammino faticoso quanto entusiasmante sulla non facile strada del reggae italiano, movimento del quale oggi gli Africa Unite costituiscono la realtà più importante e rappresentativa.Con “20” avete realizzato un inevitabile atto d’amore nei confronti del Re del Reggae. Che cosa rappresenta, nella vostra vita artistica e umana, la figura di Bob Marley?
MADA: Rappresenta ed ha rappresentato moltissimo perché è con Marley che abbiamo cominciato a studiare il reggae. Ci siamo avvicinati alla sua musica circa 20 anni fa e infatti questo album ha un sapore di doppia celebrazione: non soltanto la morte di Marley ma anche i nostri 20 anni. E penso che per chiunque faccia reggae la figura di Marley sia imprescindibile perché lui ha creato questo suono, o comunque ha creato un modo di interpretarlo che fosse poi fruibile in tutto il mondo. Quindi il nostro vuole essere sicuramente un atto d’amore nei confronti del personaggio che più ha dato a questo tipo di musica, però vuole essere anche una rielaborazione completa del suono di Marley attraverso l’ottica e il suono degli Africa Unite.
Il fatto che quando moriva lui gli Africa Unite stessero nascendo pensi che possa avere un certo tipo di significato? Credi che una parte della sua eredità artistica sia stata in un certo senso raccolta anche da voi?
MADA: In un certo senso sì. Me lo auguro! Chiaramente si tratta di confronti fatti a distanza e con dei modi di interpretare la musica diversi, anche se è lo stesso tipo di musica, anche se noi abbiamo sempre applicato ai nostri testi il nostro modo di fare. Però la si può vedere in questo modo. Io penso che Bob Marley abbia lasciato in diversi paesi delle eredità di questo tipo, perché ha lasciato la cultura del reggae. E se questa cosa la vogliamo vedere come una specie di eredità penso che non l’abbiamo raccolta solo noi, ma tutti quelli che oggi continuano a portare avanti il suono in levare.
Certamente nessuno potrà mai prendere il posto di Marley, ma c’è, secondo te, qualcuno che in questo momento potrebbe essere considerato di particolare importanza nell’ambito del reggae giamaicano?
MADA: Non lo so. Sinceramente io sono molto più legato a figure del reggae inglese e comunque mi interessa poco il reggae giamaicano così come più in generale il reggae attuale. Le mie preferenze vanno sempre a lui e anche a certe cose con un’origine un po’ diversa, d’impostazione più ‘british’, come possono essere stati gli Steel Pulse o gli Aswad del passato. Questi sono anche coloro che più hanno influenzato il nostro suono, i due poli a cui ci si riferiva quando si è cominciato a ‘studiare’. Perché il reggae bisogna studiarlo, bisogna capirlo in quanto suona in un modo diverso. E allora noi abbiamo studiato molto sia Marley che, ancora di più, gli Steel Pulse.
Come avete scelto i brani inclusi in “20”?
MADA: I brani sono stati scelti attraverso due criteri fondamentali: abbiamo cercato canzoni in cui non ci fossero implicazioni mistico-filosofiche appartenenti a una cultura che non è la nostra e sulla quale non vogliamo quindi esprimerci, e che fossero per noi possibili da elaborare dando loro un suono e un’interpretazione particolari. Perché chiaramente quello che volevamo evitare (e speriamo di esserci riusciti) era fare semplicemente delle cover suonandole così come erano. Abbiamo naturalmente cercato di elaborarle, alcune in maniera più soft, altre in modo più pesante. Sostanzialmente ci siamo basati su un criterio di gusto e su uno più filosofico.
La sequenza delle canzoni è cronologica?
MADA: Sì è cronologica, tranne che per ‘War’ messa alla fine perché stilisticamente poteva trovare posto solo lì. Siamo partiti da “Judge not”, primo singolo di Robert Nesta Marley.
E i brani sono stati tutti riarrangiati.
MADA: Sì, sono stati completamente riarrangiati. Diciamo che di Marley sono rimaste alcune melodie e i testi. Per il resto ci siamo presi la libertà di realizzare un adattamento molto libero, perché penso che alla fine, comunque, doveva risultare evidente il lavoro degli Africa.
Nell’anno del vostro 20° compleanno state facendo dei bilanci? Cosa sono oggi gli Africa Unite?
BUNNA: Gli Africa Unite sono un gruppo che, nonostante l’età ventennale di cui sono peraltro felici, hanno ancora uno spirito che li aiuta ad andare avanti. Nel senso che quando saliamo su un palco abbiamo voglia di suonare e ci divertiamo molto. Questa è secondo noi condizione fondamentale per un gruppo: quando sali su un palco perché devi farlo non sta in piedi il fatto che tu cerchi di far finta di divertirti. Il palco non ti permette di fingere. Fortunatamente l’entusiasmo a noi non è mai venuto meno e già questo è un ottimo risultato. Un bilancio di quanto fatto e ottenuto fino ad ora ci lascia pienamente soddisfatti, anche se non abbiamo mai avuto degli exploit eclatanti di successo o di vendite. Gli Africa Unite hanno sempre fatto un passo alla volta, un work in progress, un’evoluzione anno dopo anno, disco dopo disco, tour dopo tour. Il che ci ha portati ad aggiungere sempre nuovi progetti. Quindi direi che il bilancio è senz’altro positivo.
Vent’anni non sono pochi; ti permettono di essere considerato testimone di un periodo. In questo lasso di tempo come è cambiata la scena musicale alternativa italiana?
BUNNA: Fondamentalmente io penso che sia ancora difficile parlare di scena alternativa; i gruppi che nascono adesso il più delle volte finalizzano la loro creazione a un risultato che è quello di avere le canzoni passate nei network radiofonici e i loro video su quelli televisivi. Quindi le dinamiche sono un po’ cambiate rispetto a quando abbiamo cominciato noi. Noi abbiamo iniziato con una promozione pressoché nulla, ci siamo autopromozionati suonando in tutte le situazioni con degli sbattimenti esagerati. Insomma, abbiamo fatto la gavetta. Per me è sempre importante crescere sul palco, a confronto con il pubblico, perché questo è ciò che a lungo termine ti da una certa credibilità, e penso che gli Africa se la siano conquistata. E’ invece una cosa che forse manca ai nuovi gruppi: ormai si passa dal non essere nessuno al Festivalbar piuttosto che a MTV o altro. Questo è il motivo per cui i nuovi gruppi sono molto fragili, durano poco. Oggi vige la filosofia dell’usa e getta, i progetti hanno perso un po’ di spessore. Questo senza generalizzare.
Io infatti come scena alternativa intendo proprio quella formata da gruppi come voi che hanno una gavetta e anche qualcosa da dire, pur essendo fuori dal grosso circuito radiotelevisivo.
BUNNA: Ci sono diversi gruppi della nostra epoca che stanno portando avanti tuttora il loro discorso nella nostra stessa dimensione: i Casino Royale, che in questo periodo sono in stand by, i Mau Mau, Persiana Jones, e molti altri, anche più giovani. Come ti ho detto non sono generalizzabili le considerazioni che facevamo prima, ma quel modo di intendere la musica è ormai consueto. Il marketing viene ormai quasi sempre prima del discorso musicale.
Che rapporto mantenete con la tecnologia?
BUNNA: Con la tecnologia abbiamo un buon rapporto: la utilizziamo per fare i dischi anche se suoniamo della musica più ‘tradizionale’. Usiamo computer, effetti e campionatori perché rendono sicuramente la vita più facile e il lavoro più veloce. Ce ne serviamo in base ai nostri criteri.
Il progetto dedicato a Bob Marley vedrà anche una trasposizione dal vivo, con dei concerti-tributo?
Certamente. Con il tour di quest’anno (una quarantina di date) porteremo in giro fondamentalmente questo tributo, naturalmente con l’aggiunta di un po’ di materiale nostro.
(Diego Ancordi)