Il clandestino racconta il nuovo disco 'Proxima Estacion: Esperanza'...

Sono passati tre anni dal grande, quanto inaspettato successo di “Clandestino” e Manu Chao si ripresenta al suo pubblico con un nuovo singolo, “Me gustas tu” e un album dal titolo “Proxima Estacion: Esperanza” in uscita in questi giorni. Le 17 canzoni presenti hanno una forte tinta internazionale che si manifesta sia nella lingua che nelle sonorità: due canzoni sono in inglese, una in portoghese (la traduzione di “Bingo Bongo”), una in francese, una in arabo, nove in spagnolo e due in portunõl (la lingua parlata dei popoli di frontiera del sud america). Le musiche hanno il sapore latino con qualche accenno ai cori popolari algerini e ai ritmi reggae. Insomma il mondo, o meglio il mondo che Manu ama di più, racchiuso in un disco. E non a caso questo nasce dopo uno lungo viaggio che l’ha visto impegnato in concerti in quasi tutti i paesi del sud america, fonte da sempre per lui di ispirazione e riflessione, non solo artistica...
Manu Chao sarà nuovamente in Italia a fine mese per alcuni concerti, dopo essere passato nelle scorse settimane per incontrare gli studenti dell’Università Statale di Milano e presentare il nuovo disco (vedi news). Riportiamo sotto forma di intervista le domande e le risposte più interessanti di quell’incontro.


Nel nuovo disco si ritrovano degli aspetti reggae, alla Marley. La canzone “Mr Bobby” è proprio dedicata a lui: vuol dire che sei più ottimista rispetto ai tempi di “Clandestino”?
Forse sì, questo è il messaggio che volevo mandare. Ormai ci sono sempre meno motivi per essere ottimisti, ma ci sono comunque segnali di speranza.

Per questo il titolo “Prossima Estacion: Esperanza”? Ricorda un viaggio in treno, ma verso dove?
Secondo me, nonostante quanto crediamo che non ci sia mai speranza, c’è sempre una prossima stazione. E ognuno può decidere di scendere dove preferisce. Vorrei che l’ascolto del disco portasse la gente nei luoghi che sogna.

Come hai tradotto la tua esperienza sud americana in musica?
Ho girato tutta l’America Latina e per me è un posto unico: mi ha permesso di incontrare molte persone e di vedere una realtà che purtroppo sta solo peggiorando. Come dicevo, però, spesso capita di trovare piccole gocce di speranza, come nel caso di un gruppo di operai di Buenos Aires che, dopo il fallimento della fabbrica di alluminio in cui lavoravano, ha deciso di continuare a lavorare autoproducendosi. E ciò che è straordinario è il fatto che la sera la fabbrica è totalmente messa a disposizione dei giovani per l’organizzazione di eventi culturali e musicali. Questo è solo un esempio. Nella canzone “Eldorado” racconto un fatto molto più triste ossia la mattanza di 17 persone avvenute nel 1997 lungo alcune barricate in Bolivia.
Per il resto non saprei spiegare come produco la mia musica. Tutto è molto naturale.

Ma cosa cercavi esattamente nel tuo viaggio?
Non so bene cosa stavo cercando. Sono curioso di natura e non so esattamente né dove vado né cosa voglio...mi lascio trasportare.

Che rapporto c’è tra la tua musica e la politica? Il tuo personaggio infatti ha ormai una vera e propria identità, se non politica almeno ideologica. Come gestisci questa immagine?
Non ho neanche io ben chiaro che rapporto ci sia! Ad esempio “Clandestino” è un disco che è stato accolto in modo diverso nei diversi paesi. Per i tedeschi è un bel CD ‘pop-esotico’, per i sud americani un disco politico. Mi piace che le mie canzoni possano essere interpretate in modi diversi.
In realtà, tranne il singolo che dà il titolo all’ album, non credevo che fosse così politico.
Con il nuovo disco ho cercato di fare in modo di non parlare di politica. Non voglio che la ribellione diventi un arena di marketing: in troppi ormai la usano per vendere prodotti. Personalmente non mi sentirei a posto con me stesso guadagnando con le mie idee.
Faccio il possibile per tenere le due cose separate. Non so quanto ci riesco, ma ci provo.

Eppure nell’ultimo disco c’è una canzone, “Denia”, che sembra una vera e propria denuncia contro la situazione in Algeria. Continui a sostenere che il tuo nuovo lavoro non ha niente di politico?
“Denia” è una canzone...sì, è vero può essere definita di denuncia politica, ma in realtà volevo sottolineare la tristezza di una certa realtà.
E poi se vogliamo metterla così in ogni istante della nostra vita facciamo politica: ogni volta che scegliamo o che diciamo che cosa ci piace e che cosa no.

Com’è andata la collaborazione con Renaud Létang, co-produttore del disco? Benissimo, siamo molto in sintonia. Io sono solito lasciarmi andare e lui sa sempre riprendere le fila di tutto e riportarmi alla realtà. Io parto da una serie di elementi scollegati e lui sa darne una sequenza. Comunque non saprei fare un’analisi della genesi di questo disco. Io lavoro con la casualità e il bello del mio lavoro è che sto ancora imparando molte cose.

Sei ancora “Clandestino”? Certo, “Clandestino” è cresciuto e continua a crescere, ma l’unica differenza è che adesso ho una base a Barcellona, per appoggiare le valigie.


(Erika Ferrati)

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