Rich Robinson racconta il nuovo disco 'Lions'...

C’è grande attesa per il ritorno in Italia dei Black Crowes, che si preparano ad aprire i concerti del tour di Neil Young. L’occasione è data dall’uscita del sesto album “Lions”, primo lavoro targato V2 e con la produzione di Don Was. Chiusa l’avventura dell’anno scorso con Jimmy Page (che purtroppo dall’Italia non è passata a causa dei problemi di salute dell’ex-Zeppelin), i Corvi Neri si sono dunque chiusi in uno studio di registrazione realizzato nello spazio di un vecchio teatro yiddish newyorkese e hanno prodotto un disco che riprende, come sempre l’epica del rock anni ’70, del soul, dei caldi e penetranti riff del southern rock americano.
Il marchio di Don Was non snatura assolutamente l’essenza del gruppo, anzi la rafforza su 13 canzoni che parlano di bisogni, desideri e sopravvivenza dell’anima. Rich e Chris Robinson sono stati in Italia di recente, durante il lavoro di promozione europea, e in un albergo milanese si sono divisi le chiacchierate con i giornalisti. Rockol ha parlato con il chitarrista Rich, che si è mostrato molto tranquillo e disponibile.


Avete attraversato gli anni ’90, ovvero gli anni della ricerca, della tecnologia, dei rave party e dell’elettronica, con l’immediatezza del blues e la genuinità del buon vecchio rock anni ’70, della musica suonata con le mani e con il cuore. Eppure avete venduto i vostri 15 milioni di dischi, che non è una cifretta. Questo significa che c’è ancora molta gente che ama la musica vera?
Sostanzialmente non conosco il motivo del nostro successo. So solo che intorno al 1991/92 si è creata una certa linea di separazione rispetto alla musica. Noi siamo usciti allo scoperto insieme a gruppi come Winger o Poison, poi siamo stati in tour con gruppi come i Metallica e i Pantera, poi è venuto il momento del grunge… E allora, nonostante facessimo musica che aveva le stesse basi di questi colleghi, noi eravamo considerati un po’ retrò. Invece formazioni come i Soundgarden erano considerate moderne. In realtà attingevamo tutti alle stesse fonti. Poi sono arrivate tutte le altre forme come l’hip-hop, la techno, ecc. Nonostante tutto questo siamo riusciti a mantenere un’identità e del resto, se ci pensi, gente come i Rolling Stones o gli Aerosmith, che hanno un tipo di background simile al nostro, continuano a riempire le arene. Penso che sia un fatto emotivo, che la gente si ritrovi nella semplicità e nelle cose genuine che noi facciamo. E penso anche che noi in questi anni siamo progrediti musicalmente, e il progresso non si giudica dal fatto di avere una tecnologia abbastanza sviluppata da poter fare delle cose nuove, ma si sviluppa in base a quelle che sono le esperienze di vita, il modo di immettere la propria personalità nelle cose, i viaggi che si fanno, ecc. Tutti fattori che ti entrano dentro. Quando tu ascolti un artista, per esempio, come Joni Mitchell non puoi certo dire che abbia progredito molto sotto l’aspetto tecnologico, ma sotto il profilo artistico e umano sì, ed è quello che tu senti. Probabilmente questo è ciò che la gente vede in noi ed è la motivazione dei risultati che abbiamo finora ottenuto.

Avete registrato “Lions” in uno studio dell’East Side di New York realizzato nello spazio di un vecchio teatro, quindi con un’acustica interessante. Avete registrato in presa diretta?
Noi registriamo tutti i nostri dischi in presa diretta e molta gente ce ne chiede la ragione. Ci viene così! Su “Lions” tutti i brani sono usciti dalla prima o al massimo dalla seconda registrazione. Non ce n’è una terza.

Ma il fatto di registrarli in questo tipo di struttura, comunque, ha dato dei suoni particolarmente caldi che esaltano le vostre caratteristiche. C’è un bellissimo riverbero naturale, soprattutto sulla batteria.
Sì, è una nostra caratteristica di sempre anche quella di registrare in posti dove possiamo farlo in presa diretta. E’ stato così anche per gli altri dischi, sebbene con modalità diverse. Il secondo album è stato registrato praticamente in sette giorni in un posto simile. Lo stesso è successo per “Amorica”, dove però siamo stati ossessionati dai suoni e dalle atmosfere e quindi il lavoro di sette giorni è stato allungato di un anno. Per preparare “Three snakes and one charm” siamo andati in una casa di mia proprietà e ci siamo chiusi lì dentro a lavorare, e così per “By your side”. Questa volta, però, il processo è stato un po’ diverso perché io per diletto mi ero comprato un Pro Tools e quando ci siamo insediati nello studio-teatro avevamo già mezzo disco pronto. Poi abbiamo continuato a lavorarlo lì dentro, dove abbiamo scritto anche alcune canzoni come “Ozone mama” e “Lay it all on me”. Tutto questo processo è poi stato legato al fatto di entrare in questo posto e captare delle sensazioni molto forti perché si tratta di un posto costruito appositamente per farci musica e sia i suoni che le atmosfere sono stati amplificati da questo.

Come vi siete trovati a lavorare con il nuovo produttore Don Was?
Don è un musicista-produttore e questo lo mette in una posizione privilegiata perché è in grado di capire quali sono le esigenze dei musicisti, ma soprattutto permette ai gruppi di esprimersi, cosa che non sempre succede. Quando eravamo alla Columbia cercavano sempre di controllare quello che facevamo, perché se un gruppo vende diventa una macchina da soldi. Certamente ci interessa guadagnare, ma la cosa più importante per noi è fare musica. Quindi, al momento in cui entriamo in studio per creare un prodotto con un produttore imposto dalla casa discografica che non capisce cosa sta succedendo è un dramma. Invece, entrare in studio con Don è piacevole: lui capisce le sensazioni, le cose che stanno per aria, e le mette insieme senza necessariamente stamparci sopra il suo timbro; lascia che le cose vadano come devono andare però deve interpretare quello che sente e quello che vede. Questo è ciò che ha fatto e il risultato è stato positivo.

State per intraprendere un nuovo tour con un’altra leggenda del rock, Neil Young. Come è nata questo evento? Nel 1998, quando aprivate i concerti degli Aerosmith, qualche canzone insieme a Steve Tyler & C. l’avevi suonata. Succederà anche con Neil?
Siamo molto eccitati dall’accordo raggiunto per questa tournée. Non conosciamo molto bene Neil, almeno non come gli Aerosmith, per cui non sappiamo ancora se questa collaborazione si trasformerà in un’occasione per fare qualche jam. Però non vediamo l’ora di partire e speriamo che sia una buona esperienza.

L’ultima volta che ho assistito a una vostra esibizione è stato ai Magazzini Generali di Milano, durante un piccolo tour nei club, dove vi siete mostrati davvero in grande forma (e dall’ascolto di “Lions” mi sembra che lo siate ancora). Nei prossimi concerti avrete lo stesso tipo di set con tanto di coriste?
Fondamentalmente non sarà un concerto molto diverso dai precedenti. Ci porteremo le coriste perché ormai fanno parte del nostro suono, anche se su “Lions” siamo stati più noi a fare le parti di cori. Cercheremo di non mantenere la stessa scaletta per tutte le serate. Suoneremo tutto il nuovo disco perché ci piace, ne siamo entusiasti. Ma prima di questo ne abbiamo fatti altri sei e dobbiamo comunque creare un equilibrio. Sarà quindi probabile che, se qualcuno avrà la possibilità di vederci più di una volta a distanza di una decina di giorni, assisterà a due concerti fondamentalmente diversi e questo ci sarà d’aiuto per crearci nuove energie e non annoiarci.



(Diego Ancordi)

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