Fuori dalle logiche del grande business e dei grandi numeri (a maggior ragione dopo la traumatica separazione dalla major Universal). Fuori dai confini sempre più angusti dei suoni alla moda, con quella spiccata predilezione per valzer lenti e ipnotici che evocano silenzi, meditazioni e grandi spazi, innervati nel nuovo album da torride jam chitarristiche e pillole di psichedelia anni ’60. Poco inclini alle contaminazioni stilistiche ad ogni costo e ai cambi di rotta che segnalano più spesso disorientamento che genuino desiderio di innovazione, tacciati dai detrattori di monodimensionalità e incapacità di evolversi, i Cowboy Junkies proseguono cocciutamente per il loro sentiero, come tanti altri musicisti coerenti e innamorati del loro mestiere che media e industria musicale hanno ricacciato ai margini del “sistema” e nelle notizie a fondo pagina dopo avergli concesso il canonico quarto d’ora di celebrità. Poco male, per gente geneticamente portata, come loro, a lavorare e suonare nella penombra. Dichiarano di essere scampati per poco alla crisi più profonda della loro carriera, i fratelli Michael e Margo Timmins, da sempre portavoce ufficiali (loro malgrado, forse) del quartetto canadese. Raccontano di esserne venuti fuori nell’unico modo che conoscono: facendo un’altra volta le valigie, salendo su un bus e girando l’America in lungo e in largo a diffondere la loro musica sussurrata e gentile (a testimoniarlo c’è un live venduto via Internet sul sito del gruppo, www.cowboyjunkies.com, dove è rintracciabile anche una deliziosa antologia di inediti e rarità assortite). In Italia per promuovere il nuovo disco “Open” (in uscita il 14 maggio su etichetta S4/Cooking Vinyl), raccontano di gioie e paure legate alla maturità e all’invecchiamento (i temi portanti del disco), di canzoni e autori amati, dell’essere musicisti poco inclini al compromesso in epoca di strategie corporative e tecnologie digitali. Con quel quieto ardore e quel rigore ostinato che li tiene a galla, malgrado tutto, da oltre quindici anni. Nel nuovo disco, soprattutto nella prima parte, c’è spazio per lunghe jam chitarristiche. E’ una scelta suggerita dal fatto che questo approccio musicale è di nuovo popolare in America o è piuttosto il risultato del vostro metodo di lavoro, che vi ha portato a provare dal vivo le nuove canzoni prima di inciderle?
Michael: In effetti questo è un disco che è nato suonando dal vivo, passando direttamente dal palco allo studio per registrare quasi in presa diretta. Facevamo un paio di concerti, e il giorno dopo ci fermavamo in sala di incisione. E’ da un paio d’anni, ormai, che sul palco ci piace dare sfogo all’improvvisazione chitarristica, e il nuovo album riflette questo atteggiamento. Non si può neppure dire che sia una novità per noi: già ai tempi di “Trinity session” o di “Caution horses”, soprattutto dal vivo, improvvisavamo molto, sviluppando l’interplay chitarristico. Ci è sempre piaciuto dilatare le canzoni nella dimensione concertistica. Questa però è la prima volta, da molto tempo a questa parte, che decidiamo di farlo anche in studio.
Negli ultimi dischi, con l’eccezione di “Blue guitar”, avevate scelto un approccio più conciso, più stringato…
Michael: Esatto, “Blue guitar” è l’esempio perfetto di quel tipo di canzone.
Come pensate reagiranno i vostri fan della prima ora?
Michael: Non ne ho idea. Abbiamo un pubblico che ci ascolta dai tempi del primo album, “Whites off earth now”, ma ne abbiamo anche un altro che ha cominciato a seguirci da metà strada, a partire da “Pale sun, crescent moon” o da “Lay it down”. Si tratta di due tipi di pubblico differenti, che hanno aspettative diverse. Comunque, molti dei nostri fan americani hanno già avuto modo di ascoltare le nuove canzoni dal vivo e la risposta è stata molto incoraggiante.
Riascoltando il vostro disco precedente “Miles from our home” con il senno di poi, che giudizio date della produzione di John Leckie, di quel suono marcatamente “britannico” che lo contraddistingueva?
Michael: Amo le sonorità di quel disco, molto distanti dai nostri canoni abituali. In quel caso volevamo un disco molto “prodotto”, stratificato, che richiamasse atmosfere Brit Pop. Per questo eravamo ricorsi a John Leckie, l’artefice di alcuni dei migliori dischi di quel genere. “Miles from our home” ha un suono molto “cool”, mi piace.
Margo: Quello è stato un periodo molto controverso per noi. Il tour successivo è stato fantastico, un sacco di gente è venuta a vederci. Ma in seguito alla fusione tra PolyGram e Universal la nostra situazione dal punto di vista discografico è precipitata, tutto è stato sul punto di dissolversi. E’ stato un periodo di grande rabbia, di tristezza e frustrazione. Non siamo mai arrivati così vicini al punto di rottura. Il tour, in un certo senso, ci ha salvati.
Avete mai pensato di “aggiornare” il vostro suono ricorrendo, per esempio, a una combinazione di musica acustica e campionamenti, come fanno oggi numerosi vostri colleghi?
Margo: Le nostre sono canzoni costruite sull’atmosfera, sul groove, sull’emozione: ed è un risultato che otteniamo meglio denudando il suono, senza ricorrere troppo alla tecnica.
Michael: Ogni tanto ne parliamo, ma ogni volta che provo a mettere in pratica l’idea finisco per annoiarmi. I suoni campionati, soprattutto quelli di batteria, alla fine risultano tutti uguali. In un certo senso, siamo tornati ad essere una band basata sul suono delle chitarre, ed è alla chitarra che nascono le canzoni. Del resto, abbiamo esempi illustri a cui rifarci, Neil Young su tutti: lui ha esercitato una forte influenza sul nostro stile.
Margo: Per un certo periodo abbiamo avuto con noi Ken Myhr, che ha suonato in dischi come “Black eyed man” e “Pale sun”. Lui è un grande chitarrista, dall’approccio tecnicamente più evoluto di quello di Michael. E quelli sono dischi molto chitarristici.
All’inizio della title track del nuovo disco sembra di sentire la Allman Brothers Band. Altrove, si percepiscono influenze di folk-rock britannico…
Michael: E’ vero, ho descritto “I’m open” allo stesso modo: lì ci sono due chitarre che dialogano tra loro. Quanto al folk-rock, è un’influenza che, in qualche modo, abbiamo sempre avuto.
Avete mantenuto la stessa identica formazione fin dagli inizi di carriera. Tu, Michael, sei l’autore delle canzoni, mentre Margo canta e fronteggia la band sul palco. Qual è il contributo di Alan Anton e di vostro fratello Peter? Sono soddisfatti del loro ruolo nella band? Non manifestano mai qualche forma di gelosia nei vostri confronti?
Margo: Noi quattro, tutti insieme, formiamo la band. Cowboy Junkies è un suono, il prodotto di noi quattro che interagiamo e suoniamo insieme. Certo, l’attenzione dei media è puntata principalmente su Michael, che è il songwriter, e su di me, perché canto e sono una donna. Ma per noi, come band, il contributo di ognuno è ugualmente importante: sono convinta che se Peter o Alan se ne andassero ciò che rende unici e riconoscibili i Cowboy Junkies scomparirebbe per sempre. Quanto all’attenzione dei media, loro sono felici che il peso ricada tutto sulle nostre spalle!
Michael: E infatti in questo momento se ne stanno tranquilli a casa…
Margo: Non ci sono forti conflitti di ego nel nostro gruppo. Anche agli inizi, quando eravamo più giovani e intransigenti, non ci siamo mai preoccupati di queste cose. Fare da portavoce è sempre stato compito mio, sfortunatamente…
“Open” parla del tema dell’invecchiamento. La considerate un’esperienza deprimente o in grado di arricchire un individuo?
Margo: Si diventa persone diverse, si vivono esperienze molto differenti. Ad essere onesta, se mi apparisse davanti un genio e mi offrisse la possibilità di tornare ad avere vent’anni (Margo ne ha oggi quaranta, ndr), risponderei che mi piacerebbe avere a disposizione il tempo di una ventenne ma con la consapevolezza di cui dispongo oggi. Non vorrei tornare indietro ed essere com’ero allora. Mi divertivo, certo, ma credo anche di avere sprecato un sacco di tempo…Troppa ignoranza delle cose, troppa mancanza di fiducia in se stessi…Oggi so cos’è importante per me. Mi sento più forte e fiduciosa nei miei mezzi, ora che ho quarant’anni. Quello che mi preoccupa è avere meno tempo da vivere.
Quali artisti, a vostro giudizio, hanno saputo invecchiare con dignità?
Michael: Neil Young è un esempio, e così anche Leonard Cohen, Elvis Costello, Emmylou Harris, Lou Reed. Ho molto rispetto per i R.E.M., indipendentemente dal giudizio che dò di volta in volta dei loro dischi. Non adottano travestimenti come gli U2, non devono fingere di essere perpetuamente giovani come i Rolling Stones. Certo, dipende anche dallo stile di musica: Cohen e Lou Reed hanno la fortuna di poter suonare la musica che hanno sempre fatto, Pete Townshend non può continuare a sfasciare chitarre sul palco.
A proposito di invecchiamento: è un problema che riguarda anche la musica rock?
Michael: I mezzi di comunicazione tendono a concentrare di volta in volta l’attenzione su certi generi di musica; poi perdono interesse, magari per riscoprirli nuovamente a dieci anni di distanza. Non è la musica che scompare da un momento all’altro, sono piuttosto i riflettori dei media che di volta in volta illuminano un punto diverso. Pionieri come Lou Reed e Neil Young, che fin dai primissimi tempi ha incorporato elementi di folk-rock nel suo stile, in un certo senso invecchiano con la loro musica, ma la arricchiscono con nuove prospettive. Se il rock era un tempo la musica dei giovani, oggi non lo è più obbligatoriamente. Molte giovani band si ispirano al suono degli anni Settanta. Il rock si evolve come ogni forma di musica, è ancora giovane ma comincia ad avere alle spalle una storia con diversi capitoli a cui è possibile fare riferimento: non deve trattarsi necessariamente di Elvis Presley, puoi fermarti ai ’70 e utilizzare i King Crimson come radice. Il suo vantaggio è quello di avere molteplici radici, è questo che gli dà l’opportunità di continuare ad evolversi. Non è una forma codificata come il jazz, che deve fare i conti con una tradizione forte, da cui non ci si può discostare più di tanto a costo di saltare lo steccato: come accadde negli anni ’70 con Miles Davis, quando ascoltando i suoi dischi la gente si chiedeva se quello fosse ancora jazz. Al contrario, nessuno può dire con certezza cosa è rock e cosa non lo è. E ci sono diversi livelli in cui puoi sopravvivere in questa industria.
Margo: Qualche giorno fa ricordavamo in un’intervista i tempi in cui abbiamo registrato “Trinity session”. Sono passati più di dieci anni, nel frattempo il nostro modo di esprimerci è cambiato, e cambierà ancora quando avremo cinquant’anni. Il rock è un modo di esprimersi ed è soggetto a una naturale evoluzione. Finché si tratta di una forma di espressione onesta non c’è nulla di sbagliato: qualcuno è in grado di capirla e di trarne giovamento. E anche se hai vent’anni e non comprendi immediatamente ciò che un musicista canta con la prospettiva di un quarantenne o di un sessantenne, la buona musica ha il potere di intrigarti , di costringerti ad ascoltare, a pensare, a mettere a confronto le tue esperienze.
Voi, come molti altri artisti della vostra generazione, avete preso le distanze, per volontà o necessità, dal sistema delle major discografiche. Come vi ponete di fronte a Internet e alle rivendicazioni di chi, come Courtney Love, invoca una ridefinizione dei rapporti tra artisti e case discografiche?
Michael: Internet rappresenta ancora una variabile sconosciuta, ed è per questo che le case discografiche lo temono: non ne hanno pieno controllo e non sono in grado di immaginarne l’evoluzione. Il fatto che un artista possa fare a meno dei loro uffici pubblicità e di marketing le manda in bestia. Credo che si troveranno in difficoltà nel futuro, e ad essere sincero me lo auguro anche…Gli stessi fan cominciano a rendersi conto che è possibile entrare in contatto con gli artisti senza pagare un tributo alle case discografiche, e cercano di aggirarle. Vendendo un paio di dischi attraverso il nostro sito Web ci siamo resi conto che si tratta di uno strumento formidabile per raggiungere il pubblico, ma per il momento solo un numero limitato di consumatori è pronto ad acquistare musica attraverso questi canali. Per questo abbiamo sentito l’esigenza di un nuovo contratto discografico (con Rounder negli Stati Uniti e Cooking Vinyl in Europa, ndr): Internet è adatto alla diffusione di piccoli progetti a tiratura limitata, ma nel caso di un album di canzoni inedite la diffusione ancora limitata non ti permette neppure di rientrare dalle spese di registrazione. Non per il momento, almeno.
A proposito: entrambi i dischi venduti sul sito menzionano la parola “waltz” nel titolo. Cosa rappresenta, per voi, il valzer?
Michael: Suoniamo pezzi in questa cadenza fin dai tempi di “Trinity session”, e a quell’epoca pochissime band lo facevano. Per noi si tratta quasi di un marchio di fabbrica, e fino a “Lay it down” ogni nostro album conteneva almeno un valzer. E’ un bellissimo ritmo, amiamo molto suonarlo.
Margo: Ed è perfetto per la mia voce, che si adatta al meglio ai tempi molto lenti. Mi viene facile cantare in quella cadenza. Un bel valzer ti spinge a cercarti un bel posto dove sederti ad ascoltare, oppure ti fa venir voglia di ballare…
Michael: Il disco di outtakes venduto attraverso il sito raccoglieva principalmente canzoni vecchio stile, tra cui molti valzer, mentre il disco dal vivo era basato principalmente sul tour che facemmo per promuovere quell’album: dunque, abbiamo sviluppato quello stesso tema lungo un intero anno di concerti.
Lou Reed, Springsteen, John Prine, Townes Van Zandt, i grandi bluesmen...Sembra che vi siate specializzati nell’arte della cover: cosa vi spinge a reinterpretare canzoni di altri autori?
Michael: Ci sono molti modi diversi di avvicinarsi a una canzone. Il punto di partenza, per noi, è che abbia un testo significativo, parole che ci colpiscono. Se poi si tratta di inserirla in un disco, deve trattarsi di un pezzo che abbia un senso nel contesto del nostro materiale originale, che abbia una qualche forma di legame con il resto del repertorio. E infine, anche se amiamo una canzone, rinunciamo a farla se ci rendiamo conto di non poterle aggiungere una prospettiva differente e originale. Abbiamo proposto in concerto qualche nuova cover di Townes Van Zandt, ora abbiamo iniziato a provare una versione di “Thunder road”.
Margo: E’ una canzone splendida. Ci stiamo lavorando, ma non ci sentiamo ancora pronti a proporla dal vivo. In futuro, chissà…
(Alfredo Marziano)