Neil Hannon e soci sono rigenerati...

Dopo undici anni di gavetta nell’intricato sottobosco musicale britannico alla disperata ricerca di un durevole successo, Neil Hannon e compari, improvvisamente decidono di abbandonare una formula musicale troppo barocca e artificiosa per avviarsi verso sentieri meno contorti. Fu così che dopo collaborazioni prestigiose, tour estensivi e persino una partecipazione al disco tributo in memoria del vocalista anni ’20 Noel Coward a fianco di artisti come Elton John, Pet Shop Boys e Sting, i Divine Comedy approdarono al produttore dei Radiohead Nigel Godrich; che non solo stimava le doti compositive di Neil Hannon, ma aveva anche in mente un progetto ben preciso per il gruppo: stravolgere l’idea che la gente si era fatta di loro e cambiarne totalmente la musica. Per dare il giusto lustro a musicisti che – sebbene la scelta di un nome non proprio umile – meritano certamente più attenzione. Rockol ha incontrato i pacifici Neil Hannon e Rob Farrer per discutere meglio della musica della loro ultima fatica titolata “Regeneration”, di arte e persino di Dante Alighieri…

Potete spiegare cosa vi ha spinto a scegliere un nome tanto impegnativo per il gruppo?
Neil: Ricordo che in uno scaffale di casa mia avevo una copia della Divina Commedia di Dante Alighieri e mentre ne fissavo il titolo ho pensato, “quel nome andrà benone per il mio nuovo gruppo!”. Lo dissi in modo avventato. Poi lessi l’Inferno, la parte più eccitante della trilogia – perché tutti vengono bruciati e torturati – e capii che la scelta era davvero perfetta. La cosa buffa è che in Inghilterra tutti credono che la Divina Commedia di Dante sia l’Inferno, senza sapere invece che l’intera opera è fatta da Inferno, Purgatorio e Paradiso. Sono certo che voi in Italia questo lo sapete bene, perché probabilmente a scuola ve la insegnano fin da piccoli, un po’ come a noi i “Canterbury Tales” di Geoffrey Chaucer. Così credo che nella testa della gente il nome “Divine Comedy” non sia esattamente connesso con quello che invece voi italiani potreste avere in mente.

Avete dunque scelto il titolo “Regeneration” per questo disco perché, appunto, vi sentivate rinati, in qualche modo?
Neil: Ho scritto le canzoni dell’album pensando che quel disco sarebbe stato una rinascita, una specie di nuovo inizio. “Regeneration” significa raccogliere i vecchi “componenti” e rimescolarli in una nuova formula. Questa è la natura di tutte le canzoni e, in particolar modo, del brano “Regeneration”. Poi abbiamo pensato “perché no, chiamiamo tutto il disco così”. Dopo un po’, come in tutte le cose su cui ci si lavora molto, iniziammo ad essere annoiati… così pensammo “forza, scegliamo un titolo più eccitante”. Di conseguenza arrivammo ad una fase in cui ce ne uscivamo con titoli diversissimi, almeno duecento, nel corso di circa quattro mesi! Ci siamo poi accorti di essere al limite del ridicolo, fino al punto in cui tutti ci siamo guardati esplodendo con: “Abbiamo bisogno di un titolo, ora, adesso, subito!”. Così… beh… “Regeneration”!
Rob: A dire la verità il mix originale era chiamato “Where do you think you’re going?”. Ed è buffo, perché ancora lo conservo a casa e quando lo riascolto mi dico “ma che diavolo è, questo?!”. Poi subito dopo mi accorgo che si tratta di “Regeneration” e mi sento davvero sollevato!
Neil: La cosa che più mi piace di “Regeneration” è che è un titolo piuttosto vago, che lascia spazio all’immaginazione. Credo sia giusto non essere troppo precisi quando si danno dei titoli.

A proposito del titolo del disco, sembra proprio che anche per la foto di copertina abbiate utilizzato un’immagine davvero perfetta… questo uomo-scultura che corre, fa pensare all’evoluzione, alla nascita di qualcosa di nuovo.
Neil: Quella scultura è stata fatta con della vetroresina in blocchi che sono poi stati sciolti, da Claire, la moglie del nostro pianista Joby. E’ un’artista. Quando stavamo realizzando il disco, Joby un giorno portò in studio le sculture per decorare l’ambiente e renderlo più accogliente, visto che ci avremmo dovuto passare molti mesi. Con il passare del tempo, gradualmente, ci siamo abituati a quelle figure. Se ascolti la musica e fissi quei personaggi… è piuttosto strano perché tutto sembra fondersi insieme. E’ successo in modo naturale che le sculture diventassero la copertina. Il fatto che si apra in diverse pagine, poi, era per dare la sensazione di movimento costante e di “rigenerazione”.
Rob: Ha ragione! Guarda Neil, funziona benissimo se trasformi il libretto e lo fai girare in cerchio, come fosse un vecchio cinematografo! E’ fantastico! E’ un’idea per il marketing! Credo proprio che la utilizzeremo!

In “Regeneration” ci sono molti riferimenti alla musica del passato, anche se non sembra prevalerne uno in particolare, a parte David Bowie…
Rob: E’ piuttosto interessante perché quando ti trovi nel bel mezzo di un gruppo di otto persone, se contiamo anche il nostro produttore, che ti danno diversi imput anche per quando riguarda gli arrangiamenti finali che un pezzo può avere, noi che siamo all’interno del gruppo riusciamo a capire da chi arriva una certa particolare influenza… forse David Bowie arriva da Pinky, uno dei nostri tastieristi, perché lui adora Bowie. Nelle nostre canzoni si trovano amalgamate tutte le personalità di ogni componente dei Divine Comedy.
Neil: per esempio “Not to sell” è una canzone interessante, perché avevo a disposizione solo una chitarra. Quando sono entrato in studio e ho iniziato a ripetere un piccolo riff, poi Miggy e Bryan sono intervenuti esattamente con le trovate che si trovano su disco; non ci avevano pensato prima, è stata un’improvvisazione che si è poi rivelata quella migliore. Quello è uno dei momenti “magici” in cui ti accorgi che non poteva essere differente e non poteva risultare migliore.

Per questo album avete scelto un produttore come Nigel Godrich, che ha lavorato per molti importanti artisti come i Radiohead. Come è avvenuta questa scelta?
Neil: Diciamo che lui era “nella nostra lista“ di persone da scegliere già da tempo. Inoltre Nigel fa anche parte del circuito Parlophone, che è la nostra stessa etichetta discografica, così l’abbiamo incontrato nell’estate del 1999. E’ un ragazzo molto simpatico ma la cosa che lo ha reso davvero unico rispetto agli altri candidati è stato il fatto che ci conosceva già e che amava le nostre canzoni, ma non il modo in cui suonavano. Questo è stato fondamentale, anche se all’inizio ci ha lasciati basiti; abbiamo subito capito che il suo apporto avrebbe dato un’atmosfera totalmente diversa alla nostra musica, completamente distante da ciò che finora avevamo fatto.
Rob: Lui ha ricreato totalmente il nuovo suono del gruppo. E’ stato bravissimo a unire tutte le sette personalità dei Divine Comedy per rendere il suono compatto e omogeneo. Una delle cose curiose è che non ci ha messo davanti un metronomo quando suonavamo, ma ci ha semplicemente detto “forza, iniziate a suonare dal vivo”. Credo sia stata un’ottima idea, perché alla fine siamo risultati come un’unica vera band.
Neil: Inoltre le canzoni che si trovano sul disco sono la terza o la quarta versione che abbiamo provato in studio, anche se alla fine, lo devo ammettere, suonavamo il brano una volta e ci dicevamo “OK, questa versione va bene!”.

…da un lato però Nigel si trascina dietro il nome “Radiohead”, che prima o poi salta sempre fuori. Vi infastidisce?
Neil: Infastidisce lui! No, scherzando, diciamo che Nigel ha investito molto su questo progetto, che in qualche modo continua a costruirgli una buona reputazione che sicuramente sarà utile per il futuro. Ascoltando i dischi precedenti su cui ha lavorato Nigel, tra cui quello dei Travis, ci si accorge che in ognuno c’è qualcosa che è caratteristico del “suo” suono. Magari ascoltando il nostro disco si potrebbero sentire delle sonorità che riportano ai Radiohead, ma credo sia una cosa del suo subconscio, non prettamente musicale o di stile. Non credo ci siano problemi ad essere connessi con – forse – il gruppo più importante degli ultimi sei anni.
Rob: Credo in definitiva sia stata una grande fortuna per noi avere Nigel a disposizione, perché aveva appena finito di lavorare per i Radiohead, passando con loro ben un anno. Ci ha confidato che in quel periodo ha avuto soltanto due settimane di vacanza a disposizione che ha poi deciso di impiegare lavorando con noi… La cosa principale che ha voluto, è che non risultassimo un clone dei Radiohead; noi stessi non volevamo accadesse, anche se effettivamente sono molto stimati ovunque. Noi volevamo solo essere i Divine Comedy e questo era quello che Nigel, prima di tutto, si era messo in testa.

Tra poco partirete con un nuovo tour, che vi porterà in giro per buona parte dell’Europa. Come vivete l’esperienza dei concerti dal vivo?
Rob: Se tutto andrà bene, forse un giorno riusciremo a suonare dal vivo anche in Italia, se mai voi italiani doveste decidere di accogliere il nostro disco con entusiasmo… vi prego, fatelo!
Neil: E’ molto divertente suonare dal vivo, specialmente negli ultimi tempi, perché ci sentiamo più uniti rispetto al passato. E’ una sensazione profondamente “mentale”. Suoneremo un po’ ovunque, Portogallo, Germania, Francia, Belgio… e sono state aggiunte ulteriori date in Gran Bretagna.
Rob: Personalmente non capisco quei gruppi che dicono che non gli piace suonare dal vivo, perché è quello che fin dagli esordi hanno dovuto fare. E’ l’anima di ogni persona che fa della musica la propria vita!

(Valeria Rusconi)

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