“Just enough education to perform” è il terzo disco dei gallesi Stereophonics. Uno dei più attesi della stagione, almeno in Inghilterra, dove Kelly Jones, Stuart Cable e Richard Jones hanno raggiunto status di band nazionalpopolare quasi al pari degli Oasis. Il precedente “Performance & cocktails” ha sbancato le classifiche e con il successo sono arrivate anche le polemiche: inizialmente osannati poi odiati dall’invadente stampa musicale locale, gli Stereophonics hanno pure dedicato una canzone ai giornalisti voltagabbana, “Mr. writer”.“Just enough education to perform” (inizialmente “JEEP”, titolo cambiato dopo le pressioni della Chrysler che ne detiene il marchio) è un disco che mantiene le promesse di cotanta attesa: un piacevole esercizio di stile sulla musica americana (tanto che, se non sapessimo da dove vengono, si potrebbe pensare siano statunitensi…), interpretata con gusto e passione. Di queste ed altre cose Rockol ha parlato con Stuart Cable.
Partiamo dal titolo del nuovo disco, che richiama quello di un noto veicolo statunitense. I molti riferimenti all’America iniziano da qui, per proseguire in “Vegas two times” ed altre canzoni…
Tutti questi riferimenti sono una coincidenza. La frase del titolo arriva da “Mr. Writer”. Poi Kelly ha scritto una canzone, “Have a nice day”, che parla di un giro in taxi per San Francisco. Infine c’è “Vegas two times”, che nasce dal nostro primo viaggio nel Nevada a trovare il nostro connazionale Tom Jones, che laggiù è di casa… Nessuna scelta esplicita…
Il suono di questo disco, comunque, è molto americano…
Anche in questo caso devo dire che non c’è stato uno sforzo voluto in questa direzione. Certo, ci sono le influenze dei gruppi che abbiamo ascoltato, dai Black Crowes a Stevie Wonder, ma anche gli Zeppelin e i Beatles. Abbiamo sempre ascoltato musica americana, sin da quando eravamo bambini, partendo da Neil Young e Bob Dylan per arrivare a Soundgarden e Pearl Jam. Di Dylan abbiamo fatto una cover per una b-side, così come ogni tanto suoniamo Neil Young o gli Eagles. Siamo cresciuti su questa roba, ma non so se questo sia sufficiente a dire che suoniamo come una band americana. Certo è che alcune band come noi, i Coldplay o altri siamo più vicini di certi gruppi americani al rock classico. Ma credo che quel genere non funzioni più in America, non almeno in termini di vendite…
Però in America non vi hanno considerato molto, dopo l’uscita di “Performance & cocktails”, a differenza di quanto è avvenuto in Inghilterra…
E’ vero. Ma è un paese difficile: o finisci sulle radio e su MTV, o non vendi, perché è troppo grande per girarlo tutto in tour… Ci saranno più o meno dieci nomi che vendono milioni di copie, e quel che resta sono le briciole. Non c’è via di mezzo, e non mi sono stupito che abbiamo venduto così poco… In Gran Bretagna la popolazione è più facile da raggiungere.
Che tipo di risposta pensate possa avere questo disco in America?
Non lo so. Tutti pensavamo che il disco precedente avrebbe fatto faville da quelle parti e, come è noto, non è andata così… Per cui è meglio andarci cauti: noi siamo contenti, quelli della casa discografica sono entusiasti, ma lo erano anche per il disco precedente. Per cui…
In Inghilterra, invece, c’è molta attesa per questo disco. Avete sentito la pressione dopo il successo di ““Performance & cocktails”?
Non più di tanto. Abbiamo venduto un sacco di dischi in Inghilterra e in Giappone, non nel resto d’Europa, per cui non siamo un nome così grosso come si può pensare… Credo che questo album ci farà conoscere un po’ di più, ma non abbiamo mai sentito il fiato sul collo perchè diventassimo delle stelle. Poi continuiamo a vivere in Galles, per cui ce ne freghiamo abbastanza di quello che succede a Londra. Ho sempre pensato: ‘se funziona, perfetto! Se non funziona, vaff***, ci provo di nuovo’. Non vogliamo fare la fine di altre band che si sono fatte distruggere dalla pressione e dalle aspettative che gli hanno riversato addosso. Alla fine, a band come gli U2 o i R.E.M. ci sono voluti dai quattro ai sei dischi perché venissero riconosciute quello che davvero valevano… Potrebbe essere lo stesso per noi.
Però, su questo disco c’è almeno un segno tangibile di tutta l’attenzione che i media inglesi vi hanno dedicato. E’ “Mr writer”, una canzone in cui ve la prendete con i giornalisti…
Non parla di un giornalista in particolare, ma dell’atteggiamento dei media. Abbiamo avuto un po’ di stampa contro in Inghilterra: ci prendevano in giro perché dicevamo di aver ascoltato gli AC/DC e perché eravamo gallesi … Con noi i giornalisti erano carini e gentili, ma ci insultavano appena voltavano l’angolo. E la canzone nasce da questo, dall’atteggiamento bifronte di alcuni giornalisti. Sono andati al college, hanno ascoltato due dischi degli Smiths e credono di capire tutto di musica e di potersi atteggiare a star… Siamo noi le star, non loro…
Al proposito, bisogna notare che la storia continua: lo scorso autunno l’NME vi ha dedicato una copertina ed un servizio abbastanza velenosi…
Ma quello è l’NME… Si lamentavano che non gli concedevamo interviste, così alla fine abbiamo ceduto e loro hanno ritentato il colpo. Noi vendiamo più dischi in un giorno di quante copie loro vendono in una settimana, per cui chi se ne frega… Abbiamo avuto lo stesso trattamento che hanno riservato agli Oasis: erano convinti di averci portato al successo e ci volevano distruggere…
I giornali inglesi, tra cui proprio l’NME, hanno parlato di una possibile vostra separazione, anche in seguito al tour solista di Kelly che ha anticipato di qualche mese l’uscita del disco. Quanto c’è di vero?
Ben poco: avevamo bisogno di starcene un po’ da soli, tutto qua. Eravamo stati in tour per 18 mesi e non avevo voglia di ricominciare. Io volevo starmene con mia moglie e con il mio cane. Così quando Kelly, dopo che avevamo finito il disco, ha lanciato l’idea, abbiamo detto ‘Ok, vai’. Ma non abbiamo mai pensato di scioglierci sul serio... Siamo andati ad ascoltarlo un paio di volte, e non è stato male vedere lo show dalla parte dello spettatore.
Per mettere a tacere tutte le voci che vi circondano, in contemporanea al disco in Inghilterra verrà pubblicata anche una biografia, intitolata “Just Enough Evidence to Print” …
Il fatto è che era uscito un altro libro, pieno di imprecisioni e di distorsioni; così abbiamo chiamato Danny O’Connor, un nostro amico che ci ha seguito fin dagli inizi, e gli abbiamo commissionato un libro che fosse un po’ più fedele ai fatti.
Al disco seguirà un tour?
Si,faremo un po’ di festival, forse saremo anche ad Imola, dove ci hanno detto che ci sarà anche Neil Young, per cui sarà divertente. Poi faremo un paio di grosse date in Inghilterra all’aperto. Dopo tutte queste chiacchiere non vediamo l’ora di tornare a suonare!
(Gianni Sibilla)