Una di quelle piccole sorprese che non ti aspetti. Questo è l’omonimo album di debutto di Tom McRae, pubblicato senza troppi clamori in questi giorni. Lui arriva dalla provincia inglese, è autore di una musica cantautorale aggiornata con effetti elettronici. A giudicare da canzoni come “End of the world news” e “The boy with the bubble gun” possiede una grande dote di scrittura, che ci ha spinto ad andare ad intervistarlo.
Avrebbe dovuto suonare nei giorni scorsi in Italia nell’annunciato tour acustico con Paul Weller. A seguito della rottura del pollice dell’ex-Jam ed ex-Style Council , il tour è stato rimandato e lo vedremo quindi a maggio. Nel frattempo, ecco l’intervista di Rockol.
Arrivi da un piccolo paese di provincia. Come hai iniziato a fare musica?
Vengo dal Suffolk, un posto dove abitano 250 persone e dove non c’erano molti posti per fare musica. Ho iniziato a suonare da autodidatta, così per divertimento. Mi sono reso conto che mi piaceva proprio il processo dello scrivere canzoni. Poi, a diciotto anni, mi sono trasferito a Londra per vedere un po’ di vita, non necessariamente per sfondare nel music-biz. E sono finito a fare parte di band rock. Ma avevo già capito che ciò che mi interessava era scrivere canzoni, che parlassero di cose importanti per me. Così sono tornato a lavorare sulla musica acustica.
Come hai ottenuto un contratto discografico?
Sono un grande fan di Elvis Costello, e spulciando tra le note di copertina dei suoi dischi ho trovato il nome di Roger Bechirian, che vi aveva lavorato come ingegnere del suono. Ho trovato il modo di avere il suo numero di telefono, e l’ho contattato. Gli ho chiesto se poteva darmi una mano, senza che lo pagassi… Abbiamo fatto dei demo assieme e lui si è offerto di farmi da manager, cercandomi un contratto. Effettivamente me l’ha trovato, con la DB records, del gruppo BMG.
A proposito della tua passione per Costello, nei ringraziamenti del disco citi il suo partner Nick Lowe, oltre a David Gregory degli XTC…
Il mio manager conosce Lowe. Io non avevo soldi e lui mi ha prestato delle chitarre... E’ uno strumentista incredibile, mi ha dato una grande mano. Quanto a Gregory degli XTC, sono uno fan del suo gruppo. Gli abbiamo chiesto una mano, ma alla fine non abbiamo usato nulla dei suoi interventi, Ma è una persona incredibilmente disponibile.
La tua musica non sembra però rifarsi a Costello, quanto alla tradizione folk inglese, a Nick Drake…
Non mi considero un folksinger, arrivo dal rock. Ma ciò che ho in comune con Costello è l’interesse per le canzoni, e in questo posso sentirmi vicino anche a Drake, Dylan…
Sul tuo disco spicca anche una ricerca sui suoni, tramite l’uso di effetti elettronici.
Mi annoio quando gli strumenti ripetono sempre le stesse cose. Mi piacciono le canzoni acustiche, ma mi rendo conto che possono stancare, dopo un po’. Così cerco di tirare fuori rumori da altre cose, sia un disco di vinile come in “Cut Her hair”, piuttosto che rumori quotidiani. Non è una cosa così nuova, l’ha già fatta un sacco di gente, ma quando ti riesce, crea un atmosfera che trascina l’ascoltatore nella canzone…
In effetti il disco, come impostazione, ricorda quello che recentemente ha fatto David Gray. Credi di avere qualcosa in comune con artisti come lui?
Tutto quello che ho in comune con altri artisti è di essere un songwriter che presta attenzione alle canzoni, che cerca di metterci melodia ed emozioni. La sfida, quando si usa un mezzo di espressione tradizionale, è quella di non essere troppo nostalgici, perché si finisce con il diventare noiosi… Bisogna trovare nuovi modi per far funzionare le canzoni.
La copertina del disco, però, è molto “vecchio stile”, con il bianco e nero e con la divisione delle canzoni in un lato a e un lato b …
Il bianco e nero descrive bene l’atmosfera un po’ cupa del disco. Per quanto riguarda il doppio lato, è dovuto al fatto che l’uso del cd ci fa scordare il nome delle canzoni a favore del numero, non si leggono più le note di copertina… Non è una questione di nostalgia, è che si perde il lavoro di organizzazione fatto dall’artista. Sarebbe bello invece che la gente ascoltasse questo disco per intero, dall’inizio alla fine…
Oltre alle copertina, anche i testi sono un po’ cupi, o perlomeno molto intimisti…
E’ quello che mi viene fuori: parlare del lato oscuro della vita, esprimere sentimenti malinconici. Ma il punto di ogni songwriter è quello di far funzionare assieme parole e musica, dando potere alla canzone. Ci passo molto tempo a pensare, forse troppo … Ma non è un disco triste, ha dei lati ottimisti…
La struttura delle canzoni è volutamente irregolare, lontana da quella classica del pop. Non credi che questo renda più difficile il disco?
Sono un fan della musica e mi è sempre piaciuta di più quella che sfida l’intelligenza, chiedendoti tanto, oltre che dandoti molto. Se ci sono melodia ed emozioni, mi piace indipendentemente da quello che è da come è presentata. Per questo scrivo canzoni dalla struttura complessa. I miei dischi preferiti, come “The bends” dei Radiohead, sono quelli che richiedono diversi ascolti. Magari all’inizio non ti piacciono, ma poi li riscopri. Non ho nulla contro la “strofa-ritornello-strofa”, ma è stata usata così tante volte che è difficile che si riesca ancora a dire qualcosa di nuovo. Ok, il mio disco non passerà molto in radio e non venderà molto, ma potrà essere un disco di cui la gente con il tempo si innamora.
(Gianni Sibilla)