Presente passato e futuro del gruppo romagnolo, recentemente tornato a Sanremo...

Tornati a Sanremo, ovvero sul luogo del loro primo misfatto (la partecipazione al Festival di due anni fa), i Quintorigo hanno convinto il pubblico più attento. Sono parsi davvero un altro mondo rispetto alla scarsità di idee della maggiorparte dei concorrenti sanremesi.
Ci hanno confessato che a questo punto vorrebbero avere anche un riscontro di vendite oltre a quello di critica e addetti ai lavori. Come dargli torto?
Il festival è ormai nella memoria storica, ma non è dimenticato. Di questo ed altro abbiamo parlato con i romagnoli: presente, ma anche del futuro e del passato. Ad esempio quella volta che una signora si è avvicinata a loro dopo un concerto e…...


Siete stati a Sanremo con un pezzo molto particolare, mi sembra addirittura che il pezzo sia in qualche molto estremo anche per voi, anche rispetto al vostro ultimo album.
Secondo noi è tutto molto casuale, è l’ultimo brano che abbiamo fatto dopo l’uscita dell’album; è venuto fuori così, in una maniera un po’ diversa. E’ una semplice canzone, non è certo una composizione di Gershwin, è una canzone simpatica e se appare diversa dalle altre è proprio perché contiene la nostra prerogativa sperimentale, così come è stata definita. Cercando di non riciclarci è venuto fuori questo brano.

Cosa vi aspettatavate da Sanremo?
Chiaramente ci aspettavamo di farci conoscere, e di farci sentire, visto che la presenza era un modo efficacissimo, forse l’unico. Ci aspettiamo, perché no, anche di riuscire a vendere qualcosa in più, nel senso migliore del termine, cioè di riuscire a vendere quel tot di copie che garantisca la nostra sopravvivenza, perché sappiamo che purtroppo tutte la cose che vendono funzionano, sono riconosciute e piacciono. Quindi per noi è faticoso. Abbiamo scritto anche una canzone a questo proposito, che si intitola “Egonomia”.

Siete uno dei pochi gruppi in qualche modo ‘alternativi’ ad essere sostenuti da una major. Che ne pensate?
Naturalmente non è tutto ora quel che luccica, è sempre faticoso, presumo anche per la casa discografica stessa, riuscire a piazzare un gruppo così anomalo, è molto faticoso.
Pensiamo che sia stato quasi un miracolo aver ottenuto un contratto con una major, un miracolo nel senso che non capita quasi a nessuno. Sicuramente loro che sono più intelligenti di noi hanno pensato che i Quintorigo, per quanto gruppo anomalo, diverso e originale, possono comunque diventare popolari. E tutto sommato questa cosa non dispiacerebbe anche a noi, ma non per un discorso meramente di lucro, per vendere copie e diventare ricchi, semplicemente per vedere riconosciuta e diffusa una musica nella quale noi crediamo, perché altrimenti non la faremmo. E’ chiaro che il presupposto con il quale è stato firmato il contratto, e con il quale si continua a lavorare con la nostra casa discografica, è quello di avere una assoluta libertà, da un punto di visto artistico, da un punto di vista creativo. Questo forse rappresenta un po’ uno spezzare una lancia a favore delle case discografiche che di solito sono bastonate dagli artisti. La nostra si è comportata in maniera assolutamente onesta e ci ha lasciato lavorare come volevamo, i dischi sono come noi li volevamo.
Anzi, forse siamo stati addirittura fraintesi, inizialmente. Pensavano che fossimo un progetto molto più commestibile. Poi però i riconoscimenti sono stati tanti e ci hanno garantito la convivenza.

Che idea vi siete fatti del vostro pubblico?
E’ così eterogeneo che è divertente. Quello che vediamo ai concerti, comprende dai ragazzini ai cultori di musica, e quindi è vasto, così come probabilmente sono tanti i generi che tocchiamo.

Nella vostra proposta, quanto c’è di istinto e quanto di razionalità?
C’è molto istinto, perché non ci piacciono le cose nate a tavolino e fredde. E’ chiaro che, quando deve uscire un disco, si è costretti a chiudersi nelle nostre sale prove a provare e riprovare, ma solitamente le intuizioni vengono fuori prima, quando non c’è la costrizione a dover produrre. L’anima del brano magari viene fuori così, in maniera anche casuale, quando c’è l’ispirazione.
Naturalmente l’arrangiamento è una fase un po’ più razionale, dove tutti noi siamo coinvolti e lavoriamo in maniera più fredda.

Avete fatto diverse cover, nella vostra carriera. Ne state preparando altre?
In cantiere in questo momento non abbiamo assolutamente niente, anzi abbiamo svuotato quasi tutto quello che c’era. Però non è detto che in futuro non si possano fare anche delle altre cose, anzi probabilmente le faremo perché ci piace anche dare una veste nuova a brani famosi di qualsiasi genere: rock, jazz, musica classica, qualsiasi cosa. Cerchiamo di fare in modo che il nostro modo di vedere la musica sia il più aperto possibile, e comprende sia le nostre cose che anche l’interpretazione di cose di altri.

Facciamo un passo indietro. Come siete nati?
Questo organico è nato abbastanza casualmente, perché noi ci siamo incontrati come musicisti rock suonando altri strumenti, anche elettrici: il basso, la chitarra, la batteria.
Però, visto che ognuno di noi suonava anche strumenti classici, abbiamo deciso di provare ad affrontare anche questi e subito ci siamo accorti che comunque quello che poteva nascere era abbastanza interessante. Quindi siamo riusciti piano piano a portare avanti il nostro progetto, anche se con discrete difficoltà perché suonare senza una batteria, senza una sezione ritmica vera e propria, inizialmente è un grosso problema, soprattutto se fai cose che si avvicinano al rock al pop.
In questo momento pensiamo di aver superato il problema in modo molto dignitoso, anzi è diventata la nostra forza proprio non avere una ritmica classica. Comunque non disdegniamo il fatto di poter eventualmente collaborare anche con un percussionista o un batterista, ma il nostro gruppo pensiamo che sia assolutamente collaudato in questa maniera.

Che cosa potete dire sul fatto che ora viene di nuovo pubblicato il vostro ultimo disco,“Grigio”, con l’aggiunta del brano di Sanremo?
Purtroppo questa cosa non era prevista, non è che piaccia moltissimo neanche a noi; però non si poteva fare diversamente, perché non avevamo un nuovo disco da proporre. Uscirà un singolo contemporaneamente all’album ristampato con il pezzo di Sanremo. Il singolo contiene anche altri brani che nell’album prima non c’erano: la cover di “Bentivoglio Angelina”, fatta dai Montefiori Cocktail e un nostro brano dal vivo, registrato in concerto.

Come vivete la differenza tra il lavoro in studio e i concerti?
Diciamo che il lavoro in studio è un lavoro molto razionale perché prevede di star lì un sacco di ore, analizzare tutto quello che si fa. Non c’è soltanto un aspetto emotivo, c’è anche un aspetto di scelta dei suoni e di mixaggio, che porta via un sacco di tempo, mentre dal vivo quello che più conta è l’impatto emotivo che noi cerchiamo di dare sul momento.
Anche nei concerti la cosa primaria è riproporre quello che creiamo in studio, perciò è importante trovare questi suoni e l’arrangiamento già in sala prove.

La cosa migliore e quella peggiore che vi hanno detto?
La cosa più bella è quando si riconosce il nostro impegno, il cercare di avvicinarsi un po’ alla musica, che non dimentichiamo essere una forma d’arte.
La peggiore è quando mi è stato detto che ho un look alla Biagio Antonacci, o quella volta che al termine di un live una signora si è avvicinata a noi e ci ha detto che il nostro concerto era stato “orribile”.

Com’è andato l’ultimo tour?
E’ andato splendidamente anche perché abbiamo fatto tutti posti mirati grazie al nostro tour manager. Speriamo addirittura di approdare all’estero, sembra ci siano già dei contatti. Immodestamente abbiamo sempre pensato che il nostro progetto sarebbe stato capito molto meglio all’estero.


(Francesco Casale)

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