Ha vinto il premio della critica al 51° Festival di Sanremo, ex-equo con Francesco Renga. Non c’è da stupirsi. In mezzo alla piattezza dei giovani di quest’edizione spiccava la proposta del cantautore romano che ha convissuto fin da piccolissimo con la musica, tenuto sulle ginocchia nientedimenoche da Chet Baker e cresciuto con un padre adottivo che suonava jazz.Ha iniziato a fare musica al “Locale” di Roma, fucina di talenti, e poco a poco ha avuto le prime soddisfazioni: tournèe con Marina Rei, con Max Gazzè, con Jarabe De Palo. Certamente una tappa importante è stato l’incontro con il produttore Daniele Sinigallia, con il quale Angelini ha lavorato al suo album d’esordio, “Serenità”, appena uscito.
Abbiamo parlato con lui, del suo percorso e della Roma musicale di oggi e di ieri, anche perché ormai c’è il suo nome a fianco a quello di Silvestri, Gazzè, Fabi, Britti. La nuova generazione dei cantautori romani.
Come ti sembra questa tua prima esperienza sanremese?
Sono contento perché l’attesa è stata tanta. Il pezzo dura quattro minuti ma sul palco passano come fossero cinque secondi, quando finisce sembra di non aver fatto nulla. E’ stato importante per me portare qui questo brano e soprattutto cominciare a suonare, visto che adesso esce anche il disco.
Come ti immaginavi Sanremo?
Così com’è. Più uno spettacolo di costume, con le canzoni che fanno da cornice. Ma credo che sia sempre stato così e sarà sempre così. Però…va ‘bbene accussì.
Hai portato a Sanremo un pezzo con un testo che si stacca decisamente dal resto, con una tematica sociale. Sai che in questo contesto puoi non essere capito?
In realtà me ne sto rendendo conto, perché molti non hanno capito il senso di quello che ho cantato. Pensavano di incontrare un tipo cupo, triste. In realtà, racconto semplicemente delle storie che magari sono attuali. Per esempio la storia de “Il signor Domani” è tragica perché mi interessava enfatizzare il senso del brano: la speranza nel giorno che viene. Mi è venuta in mente una storia dai toni abbastanza cupi. Anche se forse lo stile della canzone è come la musica che a me piace, di solito malinconica, preferisce degli accordi in minore, con delle melodie abbastanza “noir”. Ecco, questa è una definizione che mi piace.
Non c’è anche un sottile piacere nel non essere capiti, specialmente quando si partecipa al Festival?
Forse sì. Anzi, è così. Sanremo è una costante, c’è ogni anno e ogni anno c’è qualcuno a cui piace dire che non c’entra niente con il Festival. Ora tocca a me. Per chi ha suonato per molto tempo nei piccoli locali, anche di fronte a poche persone, la partecipazione al Festival serve soprattutto per convincere la casa discografica a investire due soldi in più sul disco. A me interessa che il mio album esca. Non ho partecipato a questa avventura per essere considerato una star. Questo brano non prende in giro nessuno, nel senso che chi si va a comprare il disco perché gli piace questo pezzo, poi, non rimane deluso dal resto. Anche se nel disco ci sono alcune canzoni d’amore.
Parliamo del disco in uscita. Quale poetica viene fuori?
Il primo disco è sempre una cosa particolare, perché racchiude canzoni che hai scritto in periodi diversi. Ho scelto fra quelle che mi piacciono di più degli ultimi 5-6 anni. E’ una cosa diversa da un secondo disco, magari con un unico tema, perchè contiene canzoni composte in un breve arco di tempo, sei o sette mesi.
In questo primo disco ci sono tante cose diverse, ci sono alcuni pezzi in cui ho collaborato per i testi con la mia ragazza. Non c’è un filo conduttore, è difficile anche spiegarlo. Sono esperienze differenti amche a livello di influenze musicali: c’è una sewzione più jazzistica e un’altra più malinconica, da Radiohead, o comunque di un certo tipo di musica che sicuramente in questo momento mi affascina maggiormente. C’è anche qualche cosa più elettronica perché ho lavorato al disco insieme con Daniele Sinigallia. Ovviamente quando lavori con un produttore artistico il disco che ricavi è un’unione tra due mentalità. La mia, più chitarra e voce e la sua, che predilige sezioni più suonate e arrangiamenti elettronici.
Come scrivi di solito una canzone?
Sulla tazza… “vado in loop” con un giro sulla chitarra finchè non trovo un arpeggio, un giro armonico che mi stuzzica, mi piace. Poi comincio a cantarci sopra delle cose in italiano, perché se le canto in inglese è finita. Non troverai mai niente in italiano che suoni altrettanto bene, quindi mi costringo a trovare delle parole, e poi ogni tanto esce fuori la parola che mi piace proprio tanto su un certo accordo. Non vorrei quasi dirla questa cosa, non vorrei che fosse esagerata, ma lascio che la musica influenzi piano piano la parola, che le parole siano quasi ispirate dal giro di accordi. C’è anche un testo di Priscilla, la mia ragazza, che è una poesia che mi sembra di essere riuscito a musicare in maniera tale che la poesia suoni bene sulla musica e non sia una cosa staccata.
Spiegaci com’è stato il tuo rapporto con Chet Baker.
Mi piacerebbe dirti che per me ha rappresentato tanto, ma purtroppo ero piccolo. Fondamentalmente mi sono rimaste alcune foto e il fatto che il mio padrino suona, e suonava anche quand’ero piccolo, jazz e bossanova. Sono cresciuto respirando queste atmosfere. Com’è normale per ogni figlio, a quattordici o quindici anni ho scelto proprio la musica che lui forse odiava di più, sono andato in fissa con il metal. Per un jazzista è proprio l’antitesi. Mi piace pensare che qualcosa sia rimasto del suo insegnamento e dall’aver ascoltato musica di quel tipo anche quando non ero in grado di capire …
Tu hai suonato spesso al “Locale”, da qualche anno un punto di ritrovo per le ultime generazioni di cantautori romani, molti la definiscono addirittura una “scuola”…
Ma dai, come se ci fosse Max che insegna a suonare il basso, Silvestri che dice “allora questo è il modo di scrivere i testi”, Niccolò che istruisce su come stare sul palco. Loro sono i frequentatori del “Locale” di qualche anno fa. Se ci vai adesso non li trovi più, hanno preso ormai le loro strade e non lo frequentano più. Ci sono ora altre persone che stanno facendo musica, che fanno dischi: c’è Pinomarino, ci sono gli Elettrojoyce. Gente di una certa sostanza e questo mi piace tantissimo.
Poi è chiaro che davanti al bancone, tra una birra e un superalcolico, ci si è sempre parlati, anche criticati, si è cresciuti comunque insieme. Per questo forse si parla di scuola, intesa nel senso di movimento.
Un altro luogo comune da sfatare è che sia un posto di fighetti. E’ pazzesco! In realtà è Piazza Navona che è piena di fighetti che entrano dentro il “Locale”. Non possono appendere un cartello con scritto: “Vietato ai fighetti”. Conosco i proprietari, la mia ragazza ci lavora come barista. Io sono come un boccale di birra che ha visto tutto. E’ l’unico ritrovo a Roma in cui gente completamente sconosciuta può andare a suonare i suoi pezzi senza dover ricorrere alle telefonate a nonna, zia, papà e a tutti gli amici del cuore per poter riempire quel posto. Puoi andare lì e suonare davanti ad ascoltatori sconosciuti. Mi pare buona come cosa. Tutti gli altri locali fanno cover, non prendono cose originali e, se le prendono, sono cose già avanzate, di altro livello.
Che rapporto avete con il Folkstudio, dove sono nati artisticamente De Gregori, Venditti, Locasciulli?
Ci sono andato una volta, quando non si chiamava già più Folkstudio. Mi ha fatto una sensazione stranissima.
Il mio intento nel fare musica è quello di ritornare a raccontare fatti che effettivamente succedono, che ti toccano, cercando di essere minimamente originale nelle armonie e nel modo di scrivere e di cantare. E’ ovvio che in questo sono simile ai cantautori che avete citato e che frequentavano il Folkstudio. Vederlo ridotto come l’ho visto io, mi ha fatto un po’ di tristezza. Dicono che il “Locale” sia il Folkstudio di adesso. Non lo so, sarebbe bello.
E’ stato difficile strappare il primo contratto?
Oggi fare un disco serio è molto più difficile che fare un disco scanzonato, devi lottare come un pazzo perché hai problemi con le radio, con la gente che si lamenta: “la vita è già difficile, perché scrivere anche canzoni tristi?”. Ma di musica “happy” ce n’è già talmente tanta…