Il racconto di un ritorno, dopo sei anni di assenza dalla scene...

Riappare Alberto Fortis e subito si scatena il turbinìo dei ricordi nella mente del pubblico quarantenne. E’ inevitabile. La musica accompagna la vita e a certi momenti corrispondono, nel cuore di molti, determinate canzoni. Fortis non pubblicava dischi dal 1994 e il suo nuovo lavoro “Angeldom” rappresenta quindi per noi una sorta di ritorno. Da molti anni il cantautore di Domodossola vive soprattutto a Los Angeles, dove ha avuto modo di entrare in contatto con la scena locale. Lì sono nati i suoi ultimi dischi, con la partecipazione di grossi personaggi soprattutto dell’area californiana. Anche in “Angeldom” il cast coinvolto è da capogiro e ne parliamo con Alberto, del rapporto musicale fra USA e Italia, dei suoi ultimi anni di attività, del rapporto musica-poesia e soprattutto del suo nuovo progetto discografico.

Riprendiamo il discorso da dove più o meno lo avevamo lasciato. Nel 1994 hai realizzato il progetto “Dentro il giardino”: disco, libro e tour nelle università con il gruppo californiano Word. Poi in tempi recenti hai tenuto un reading di musica e poesia al Brescia Music Art, hai realizzato la colonna sonora di “Cool crime”, hai proposto uno storybook cinematografico. Nei 6 anni di mezzo cosa è successo?
Dopo “Dentro il giardino” ho passato tre anni prevalentemente a Los Angeles, dove ho cominciato a scrivere materiale nuovo; poi c’è stata l’apertura di collaborazioni in altri campi, come la colonna sonora che hai citato. E poi, tra le altre cose, lo storybook di un film musical per la DreamWorks di Spielberg. Ora vediamo cosa succederà. Negli ultimi 2 anni sono tornato in Italia per lavorare sulla preproduzione di “Angeldom”, alla quale ho riservato particolare attenzione perché alla fine di questo periodo ho assemblato una cinquantina di nuovi brani. Li ho realizzati suonando personalmente i 4 strumenti di base per creare un magma più preciso possibile nella poliedricità del mio modo di scrivere. Poi avevo intenzione di produrre il disco con Mikal Reid, che era già stato l’ingegnere del suono di “Dentro il giardino”; quindi c’è stata questa seconda fase in cui abbiamo scelto quei 4 o 5 brani che sarebbero stati le colonne portanti. Dopodichè sono tornato in Italia per iniziare un’altra fase di preproduzione, questa volta con Franco Cristaldi che conosco fin dagli esordi (era il bassista del mio primo gruppo, i Volpini Volanti). Questo per approcciare un piano più figurativo e immaginario utilizzando anche i vantaggi delle moderne tecnologie (abbiamo lavorato con Pro Tools, Digital Performer, ecc.), fissando qualsiasi tipo di idea descrittiva, di alchimia che stava fra la musica e il significato del testo, immagazzinando tutta una serie di informazioni. E poi per creare questo piano visivo che a me sembra estremamente importante, per cercare di arrivare al miglior risultato possibile nella parte che io chiamo “video” del testo stesso. La terza fase ha previsto un mio ritorno a Los Angeles per ricominciare la produzione vera e propria sia con Mikal che con Franco. Devo ammettere che il fascino della tecnologia ha creato la tentazione di dirottare maggiormente sui campionamenti, ma avevo la fortuna di lavorare con musicisti meravigliosi ed era volontà mia creare un sound in equilibrio tra la mano del musicista e la contaminazione tecnologica.

Come ti trovi a lavorare con l’ausilio della tecnologia?
Benissimo. Io definisco “Angeldom” come una sorta di “Stargate”. Innanzitutto per il periodo epocale che stiamo attraversando tutti, e poi per gli aspetti della mia musica e del mio cammino musicale. A parte la prima fase, in cui ho voluto suonare un po’ tutto per avere le idee più precise possibile, si era delineata una regia aperta alla tecnologia usando molti campionamenti già in fase di provinatura. Si tratta di un processo che già io avevo cominciato nell’87 quando ho realizzato a New York l’album “Assolutamente tuo” con Carlos Alomar (collaboratore di Bowie n.d.a.). Era un aspetto che già mi affascinava, ma allora decidemmo di puntare sulle sonorità di una band. Il cammino che oggi facciamo tutti, soprattutto chi ha il diritto-dovere di parlare attraverso la musica, procede in un canyon tra le due enormi pareti della telematica (che sta diventando cibernetica) e delle scintille dell’anima. Credo che la soluzione ottimale sia quella di tentare un’armonia tra le due cose. Per definizione la magia dell’arte è un po’ quella di cercare di armonizzare gli opposti, e se ci si riesce è un bellissimo risultato. Invece oggi trovo che facilmente ci si dirige, per il semplice piacere delle sonorità, a fare dischi che hanno molta tecnologia e molti campionamenti, ma poca sostanza.

“Angeldom” è stato realizzato interamente a Los Angeles?
Sì, con quell’immagazzinamento di idee che poi sono state selezionate e realizzate su computer. Ed ecco qui uno dei grossi vantaggi della tecnologia: poter fissare l’idea istantaneamente e poi avere il risultato sonoro e creativo ottimale senza dover ripetere il lavoro.

Hai scelto tu i musicisti coinvolti nel progetto?
Sì, di base c’era Mikal, che lavora nell’entourage di Glenn Ballare, produttore di Alanis Morissette. Già ci eravamo dati più o meno una regia della cosa, poi una serie di coincidenze positive mi hanno permesso di riavere Abraham Laboriel e Alex Acuña, con il quale è il quarto progetto che realizzo; in seguito sono arrivati Jonathan Moffett (batterista di Madonna e Michael Jackson) e Vinnie Colajuta (Sting). Poi c’è stato Francis Buckley come assistente in studio, il quale ha lavorato in entrambi gli album di Alanis e ha ottenuto un Grammy con un album di Quincy Jones. C’è anche Chris Wyse come bassista, oltre a Franco Cristaldi e Laboriel; Wyse è oggi bassista ufficiale dei Cult, che hanno ripreso la loro attività, e lavora nell’area losangelina di artisti come Nina Gordon e Tal Bachman. Tutto questo grazie all’aiuto di Saverio Principino, che era il bassista della band con cui feci il “Campus Tour” e che sta anche lui facendo dei bei lavori a Los Angeles come assistente di produzione.

Il fatto di vivere tra l’Italia e Los Angeles ti dà l’opportunità di lavorare con musicisti straordinari!
Assolutamente. Ma con i mezzi che ci sono oggi le qualità sono ormai paritetiche. Sono più che altro le coincidenze di vita che portano a realizzare un progetto in un luogo piuttosto che in un altro. Io ho realizzato progetti-ponte fra l’Italia e gli USA da “La grande grotta” in poi per un mio piacere di sperimentare territori di lavoro diversi. E’ una cosa che vedo finalmente inserita in un moderno concetto dell’alchimia dell’arte, che deve essere portabandiera della comunicazione globale. Questa cosa è gran nutrimento anche per un musicista perché c’è un abbattimento di distanze. La cosa più bella per chi fa musica è vedere la disponibilità e l’atteggiamento amichevole con cui certi musicisti di altissimo livello partecipano a questi progetti. Dico questo perché indubbiamente “Angeldom” risente in maniera positiva di questo modo di porsi da parte loro, che ne hanno fatto una partecipazione da parte di amici più che di session-men.

Questo credo ti dia anche l’opportunità di cogliere appieno il divario fra due modi di vivere la musica che presumo siano assai differenti.
Direi che oggi quel divario si sta annullando. Dall’era Internet in poi molte cose sono cambiate. Oramai i linguaggi musicali stanno diventando davvero globali, quindi questo aspetto in realtà non si vede. Noto anche il grande piacere che hanno i musicisti stranieri nel partecipare a progetti come i miei e a creare questo feedback. L’unica differenza la vedo nella quantità di musica che si vive e si consuma. Ma questa è proprio una questione strutturale dei mercati nei diversi paesi. Semmai, il vantaggio, laddove una cosa viene fatta tanto e spesso, è di avere un vortice più veloce. Ma dal punto di vista qualitativo direi invece che le cose si stanno allineando; vedo anzi un piccolo vantaggio caratteriale del nostro modo di porci di fronte alla musica, che è il lato sentimentale, e di fronte all’avvento tecnologico e telematico direi che è un bel vantaggio perché aiuta ad equilibrarne certi aspetti. Io sto vivendo questo periodo come un momento di caos molto interessante, un caos creativo, perché sul piano territoriale le cose si stanno avvicinando: se prima c’era un distacco notevole, un vantaggio di certe zone rispetto ad altre, oggi direi invece che c’è un quadro cromatico più interessante dove un colore diventa di stimolo all’altro. Il periodo musicale peggiore dal punto di vista creativo credo di averlo vissuto 6 o 7 anni fa: c’erano veramente tanti muri di gomma. Poi si è cominciato a parcellizzare tutto quanto, ma quando la giungla si fa più fitta forse nascono anche delle cose più interessanti.

Tu hai comunque mantenuto i tuoi rapporti con la scena italiana?
Assolutamente. Dall’episodio al Brescia Music Art di 2 anni fa è nata una tournée che ho fatto con pianoforte e voce e, a seconda dei posti in cui andavo, altri musicisti tra cui spesso un quartetto d’archi e il commento visivo di un video dove avevo assemblato le immagini degli incontri con i nativi d’America e riprese tratte da alcuni miei concerti. In pratica un excursus negli ultimi 3 o 4 anni. Questo l’ho voluto fare per un mio piacere di riproposta live (perché il concerto è una delle gioie più grandi del nostro lavoro) ed è stata una formula interessantissima, in grado di fare conoscere angolazioni che non arrivano in un consumo più affrettato.

L’incontro fra musica e poesia è ormai una base del tuo orientamento artistico. Hai una preferenza per una delle due forme?
No. Si cerca di fare in modo di esaltarle entrambe. Si scrivono molte cose (e questo è uno dei motivi per cui ho pubblicato due libri di poesie) da cui derivano le idee per dei pezzi, e altre che per come nascono rimangono in uno stile squisitamente poetico e quindi vengono proposte sotto forma di poesia. C’è una sorgente precisa in tutti e due gli aspetti. Per quanto riguarda la canzone, solitamente l’idea mi parte dalla scrittura musicale.

Sei soddisfatto di “Angeldom”?
Moltissimo. Provo una grandissima gioia nei confronti di questo disco. Ho avuto molto più tempo per la preparazione e la preproduzione. Mai prima avevo cercato di preoccuparmi di tutti gli aspetti che sarebbero venuti dopo, al di là del piacere derivante dalla produzione del disco, Ma questa volta ho avuto modo di proteggere maggiormente il progetto. Sai, oggi è importantissimo conoscere le persone con cui si va a lavorare, quelle che devono tradurre le tue idee. Come risultato artistico, io accosto “Angeldom” al serial televisivo “Ai confini della realtà”. Se fosse una pellicola cinematografica sarebbe invece un ponte che sta fra “Il cielo sopra Berlino” di Wenders e “Matrix”. Questo lo dico perché io credo nell’esistenza della vita dopo la vita, nell’esistenza di un mondo parallelo, e “Angeldom” risente anche di questo piano di lettura. Come “I feel fine”, che è una delle canzoni più immediate e gioiose: parla di un viaggio in auto durante il quale i passeggeri perdono il controllo del mezzo perché c’è un’assenza di gravità e si trovano senza rendersene conto, attraverso un passaggio spazio-temporale, in una dimensione che non appartiene più a loro. Una sorta di “Ai confini della realtà” per cercare di vedere le cose in modo più limpido e meno contaminato. Credo che l’arte abbia bisogno di essere meno contaminata possibile, di avere questa scintilla naturale che ne è uno dei punti di forza.

L’immagine di copertina è molto forte: c’è un’onda che tu riesci a contenere con grande sforzo sopra le nuvole, al centro di questa specie di grande occhio d’acqua che si sta per chiudere.
Non era facile esprimere quello che volevo nella foto di copertina, questa idea dello “Stargate”. La foto originale, e cioè quella base bianca che si vede, è stata fatta nello Utah, nel territorio delle White Sands, che sono delle dune di sale dove avevo anche girato parte di quel video che si è visto come commento visivo ai concerti solistici di cui ti parlavo prima; dopodiché abbiamo dilatato il concetto per arrivare a creare una sorta di non luogo dove si poteva svolgere l’azione. Abbiamo quindi creato questo occhio, che può essere appunto lo Stargate, il passaggio della dimensione, o un vortice.



(Diego Ancordi)

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