“Noi non ci saremo”. Non solo un titolo, ma una dichiarazione d’intenti. I CSI non ci saranno più, ed hanno scelto la cover della canzone di Guccini resa nota dai Nomadi come simbolo e titolo della doppia raccolta che celebra la fine della loro storia. Una storia complessa, gloriosa e onorata, che vien chiusa laddove è cominciata: con la musica. Dei CSI si è detto molto, e si continuerà a dire. Ma questo, come ammette lo stesso Giovanni Lindo Ferretti in questa lunga intervista a Rockol, è un segno del valore aggiunto di quello che rimane come uno dei più importanti gruppi rock della musica rock italiana. “Non non ci saremo” non è una semplice raccolta, ne l’(in)evitabile “il meglio di”. Che cos’è allora?
Tutto il lavoro di questi due dischi, sia nelle idee che nella realizzazione, va addebitato nel bene e nel male a Gianni Maroccolo, che li ha fortemente voluti insieme a Magnelli. Io avrei preferito chiudere la storia in silenzio, svicolando di lato almeno per un po’ di tempo. Però questi dischi nascono dal fatto che i CSI hanno registrato tutto quello che hanno fatto in questi anni; ci sono molte cose che non fanno parte dei dischi ‘ufficiali’. Ognuno di noi comunque aveva voglia di un disco che ricordasse il percorso fatto insieme in dieci anni. Maroccolo ha elaborato il suo disco privato che, una volta finito, è piaciuto agli altri; si è così pensato di trasformarlo in un disco pubblico. E poi c’era la consapevolezza che questo disco pubblico avrebbe fatto piacere anche a qualcuno dei nostri ascoltatori, oltre che a noi. Ma questo disco nasce proprio dalla consapevolezza della chiusura di una storia, e dal fatto che vale la pena voltarsi un attimo indietro.
Come avete lavorato per la selezione dei brani?
Io non sarei risuscito ad ascoltare la marea di materiale che ha ascoltato Gianni... Non è stato facile, perché per scegliere bisogna avere delle idee precise in proposito. Per esempio, avevamo la registrazione di ogni concerto del tour di “Tabula rasa elettrificata”, con versioni di “Unità di produzione” cantate in coro da migliaia di persone, ma è stata scelta quella cantata a Mostar in uno stadio deserto sotto il diluvio. Ovvero la cosa più triste e lancinante, ma anche quella più legata alle orribili parole che compongono la canzone.
In primavera uscirà il secondo volume. Come sarà composto?
Secondo la linea del primo, con lo stesso panorama. Canzoni registrate in luoghi molto particolari, in certi casi estremi, che hanno aggiunto al valore musicale quello della memoria. Come la serata di Alba dedicata a Fenoglio (e poi registrata in “La terra, la guerra, una questione privata”) da cui arriva la canzone di Battiato, “E ti vengo a cercare”, inclusa nel volume 1. Avevo proposto di fare un volume solo, ma ripescando in dieci anni di storia si sarebbero perse troppe cose.
Dalle tracce di “Noi non ci saremo” viene fuori un’immagine particolare dei CSI, diversa da quella della discografia ufficiale…
E’ il motivo della necessità di questo disco. I tre dischi dei CSI sono stati fatti in momenti molto particolari e al di là della logica discografica. “Ko de mondo” è nato su una scommessa di Magnelli e Maroccolo, che era quella di chiudersi in una casa per trenta giorni ed uscirne con un disco. Da lì è nata anche la storia dei CSI. “Linea gotica” è nato da una riflessione molto faticosa e dolorosa sulla guerra nell’ex-Yugoslavia; “Tabula rasa elettrificata” dal lungo viaggio mio e di Zamboni in Mongolia. Tre dischi nati per motivazioni molto forti e molto precise, in un tempo ristretto, con l’idea che le cose quando devono uscire escono. Ma i CSI hanno fatto una marea di concerti e cose strane, fuori dai binari. Valeva la pena lasciarne una traccia più evidente nella memoria. I CSI sono stati i tre dischi “ufficiali” ma anche una sacco di piccole cose fatte dal vivo e dal vero, con la presenza di un pubblico che fa la differenza rispetto alla musica registrata in uno studio.
Tra i brani del disco spicca l’inedito “Il resto”, completato di recente. Com’è nato?
Anche questa è una storia imposta da Maroccolo e da Magnelli… Non volevo fare niente per questo disco, anche per vicissitudini personali, ma loro continuavano a spedirmi tracce… C’erano molti spunti musicali che avevamo iniziato senza finire, perché i CSI in studio erano vulcanici… Maroccolo me le ha messi in fila chiedendomi se era possibile completarne qualcuno. Io continuavo a dire di no, perché quando una storia è finita mi è difficile trovare delle parole. Ma mi sono forzato e sono uscite queste poche parole, che si sono incrociate con una traccia musicale fatta da Magnelli quando ci era stato proposto di scrivere qualcosa per il Giubileo, senza che poi se ne facesse più niente…
“Noi non ci saremo” suona anche come una dichiarazione d’intenti, oltre che essere il titolo di una cover…
E’ una cosa fortemente voluta. Fin dall’inizio di questo progetto non abbiamo avuto dubbi che questo sarebbe stato il pezzo forte del disco. E’ una canzone finita su un disco poco noto al pubblico dei CSI. Io stesso, quando la voglio sentire, non la trovo mai… E’ nata per caso, sulla richiesta di partecipare alla commemorazione in disco ad Augusto dei Nomadi. Io avevo chiesto di fare questa o “Dio è morto”, perché sono le uniche che conosco e, pur essendo di Guccini, le conoscevo nella versione dei Nomadi, che hanno influito moltissimo sulla mia adolescenza. Era una canzone che ci piaceva molto, che ci sembrava avessimo fatto nostra. E poi anche per il fascino del titolo… L’avevamo già detto qualche anno fa: ad un certo punto, noi non ci saremo… Bene, ora non ci siamo più davvero…
Al disco ha collaborato anche Massimo Zamboni, dal quale i CSI si erano separati. E’ un ritorno o cos’altro?
I CSI sono finiti anche perché non c’era più possibilità di lavorare con Massimo. Quello che univa i CSI era un patto originario fra galantuomini, non tanto la storia musicale. Vedere andare via qualcuno che lo aveva siglato fin dagli inizio comportava di non potersi più riconoscere… Abbiamo provato per tutto il Duemila a suonare senza Massimo, innanzitutto per vedere se era possibile ricucire questo strappo, e anche per dare spazio alla vita. Non è stato possibile ricucirlo né stare su un palco senza di lui… Era un’attesa di un ritorno: una volta chiarito che l’attesa non ci sarà, beh, è finita la storia… La collaborazione di Massimo al disco è una chiusura di questo patto: questo è un disco dei CSI. Gli è stata offerta la possibilità di aggiungere le sue parti nei brani in cui non c’era materialmente.
Dei CSI si è parlato forse troppo, negli ultimi tempi. La cosa ti ha infastidito?
I CSI hanno avuto una loro ragione d’essere molto forte, sia nella loro interiorità sia verso l’esterno, nella dimensione pubblica. In questa dimensione ognuno può dire quello che vuole. A volte mi fa piacere leggere dei CSI, sia in positivo che in negativo, a volte non mi piace quello che si scrive… Ma è ovvio che ci si espone al giudizio del pubblico. Il fatto che i CSI siano molto chiacchierati dimostra che è alto il loro valore aggiunto rispetto all’essere una semplice band musicale. Ma anche questo lo sapevamo…
Quali sono i vostri progetti futuri? La scorsa estate parlavate di iniziare insieme a suonare per vedere cosa succedeva all’inizio dell’anno nuovo, magari per dare vita ad un nuovo gruppo. L’anno nuovo è arrivato…
Si, è giunto e questo programma non è in atto… Bisogna trovare un incrocio tra motivazioni individuali e personali e tra quelle pubbliche. Non c’è dubbio che ci sono differenze tra di noi: la voglia di Maroccolo e Magnelli, che sono veri musicisti, sarebbe di essere già in studio, consapevoli che non c’è Massimo e che quindi non si può fare finta di proseguire una storia, ma che bisogna iniziarne un'altra. Io, che non sono un musicista, ho bisogno di molto più tempo di quanto non abbiano bisogno gli altri per sedimentare la mancanza di Massimo. Per cui al momento non si fa niente. Non c’è dubbio che continuiamo ad essere vivi, e che la musica continua ad avere un valore per noi. Anche se questo valore non è più quello che aveva ai tempi dei CSI e non sappiamo ancora quale possa essere. Qualche idea e qualche voglia ci sono. Ma anche dopo i CCCP e prima dei CSI c’è voluto del tempo per avere la consapevolezza di una nuova storia. Io sono stato molto fortunato, nella dimensione pubblica della mia vita, ad aver fatto il cantante di due gruppi come CCCPe CSI, e non sono disposto ad abbassare il tiro… Rispetto alla musica, comunque, non c’è dubbio che se devo lavorare, lavorerò con loro: non ho progetti solisti perché il mio unico disco da solo è nato da una situazione particolare come la scissione con Zamboni. “Noi non ci saremo” vuole anche dire che in questa dimensione non ci sono più i CSI. Per andare avanti dobbiamo trovarne una diversa, nostra ed altrettanto forte.
(Gianni Sibilla)