Il pop, la dance, gli strumenti musicali convenzionali, l’elettronica, l’avanguardia, i centri sociali, il Festival di Sanremo, il videoclip per non udenti, i Bluvertigo, Gigi D’Alessio e gli U2. Tutto quanto fa spettacolo? No, tutto quanto fa Subsonica. Ma cosa fa Subsonica? Ce lo spiegano con un po’ di ironia Samuel e Boosta, rispettivamente cantante e tastierista/programmatore della formazione piemontese, che ha da poco pubblicato il nuovo singolo “strade”, l’ultimo estratto da “Microchip emozionale”, già Disco di Platino. Poi verrà il momento per loro di ritirarsi in studio a preparare il nuovo album.Vi si può considerare degli innovatori della musica italiana. Siete fra coloro che al pop-rock danno una veste sonora d’avanguardia facendo largo uso di tecnologie digitali. Rimanete però rigorosamente una band. Considerate fondamentale la presenza dei musicisti, in contrasto con certi DJ che lasciano fare tutto alle macchine?
Rigorosamente rimaniamo una band. Siamo però contenti se possiamo essere definiti, soprattutto e solamente da noi stessi, una boy band. Ci piacciamo in quanto boy band. Non siamo una rock band perché non facciamo proprio uno stretto uso degli strumenti come può farlo un gruppo rock, però in realtà siamo una band che fonde i suoi presupposti e le sue radici dalla cultura della musica da club, dalla “club culture” che è un punto molto differente rispetto a quello di altri gruppi che hanno come punto di partenza delle band degli anni ’70 piuttosto che ’80 o ’90. Quindi siamo una band che usa i propri strumenti e che li usa affogati nella tecnologia e viceversa. Comunque cerchiamo di fondere questi due aspetti che alla fine sono più o meno il nostro marchio di fabbrica. Per cui campioniamo noi stessi, cerchiamo di utilizzare della tecnologia e soprattutto di sottometterla alle nostre esigenze di musicisti, perché comunque siamo dei musicisti, nonché boy band.
Dal vivo faticate a conciliare le due cose?
Abbiamo fatto uno studio anche su questo: il nostro primo disco è stato completamente creato e strutturato in studio, per cui quando ci siamo approcciati al nostro primo live ci siamo trovati un po‘ impreparati. Non sapevamo bene come tradurre questa valanga di suoni filtrati che ovviamente in studio è molto più semplice ottenere. Poi, dopo alcuni mesi, siamo arrivati alla conclusione che non era il caso di riprodurre esattamente tutto quello che era stato inciso sul disco, ma potevamo tradurre in una maniera più live, più concreta, quello che avevamo fatto. Sicuramente ci ha aiutati il fatto che non abbiamo utilizzato dei campioni standard ma ci siamo autocampionati i nostri strumenti e li abbiamo fatti risuonare dalle macchine, quindi è stato solo un tornare indietro e riappropriarsi dei propri strumenti. Dopo una quarantina di concerti siamo riusciti ad avere anche un buon risultato anche dal vivo.
Siete sempre stati una realtà che possiamo definire alternativa all’interno della scena rock nazionale. Poi, il Festival di Sanremo vi ha dato una maggiore esposizione presentandovi al grande pubblico della musica leggera. Da allora è cambiato qualcosa nel vostro modo di fare musica?
Sembrerà scontato dirlo ma nella realtà dei fatti no. Nel senso che Sanremo è stata una vetrina importante per il semplice fatto che ha permesso al progetto dei Subsonica di essere comunque più visibile di quanti non ci era mai stato concesso fino ad allora. Dopodiché il nostro modo di fare musica è rimasto sempre lo stesso. A parte che veniamo da un’etichetta indipendente, la Mescal, dalla quale comunque non subiamo pressioni di nessuna sorta, abbiamo sempre fatto quello che abbiamo voluto e non abbiamo mai trovato discografici in studio mentre registravamo i dischi. E’ logico che all’alba del terzo disco non ci sia ansia e non ci siano pressioni particolari, però c’è senz’altro una responsabilità, se non altro di crescita, in quanto Subsonica nel giro di quattro anni di dischi hanno già fatto un loro piccolo percorso e l’obbiettivo è continuare a seguirlo. Logico che l’evoluzione implica se non altro una tensione verso qualcosa che ancora non sappiamo. E poi, del resto, siamo rimasti i ragazzi semplici di una volta…
Siete però gli unici a mettere d’accordo pubblici completamente diversi: quello più “easy” che vi ha conosciuti tramite il Festival, quello dei rock festival estivi e quello alternativo dei centri sociali. Come ci siete riusciti?
Questo è stato uno sbattimento non indifferente… In realtà noi ci siamo sempre limitati a essere molto sinceri innanzitutto con noi stessi, con la musica che abbiamo sempre ascoltato e che ci è piaciuta sempre. La nostra è stata più che altro una scelta di tipo artistico. Nel senso che abbiamo deciso di fare musica perché ci piaceva farlo e perché attraverso la musica potevamo esprimere determinate cose. Molto probabilmente questi diversi pubblici lo hanno capito e ci hanno magari perdonato qualche passaggio televisivo di troppo piuttosto che, addirittura, il Festival di Sanremo, una manifestazione che mette abbastanza in contraddizione il pubblico dell’ambiente live che c’è in giro per l’Italia. Sicuramente il fatto di andare a fare una cosa che sapevamo bene e che volevamo gestire e controllare, ci ha dato la possibilità di farlo in maniera molto consapevole e questo lo hanno capito quasi tutti. Non so se sono stato chiarissimo, però magari dopo ci penso e te lo ridico….
Recentemente avete realizzato una collaborazione artistica con un altro gruppo della scena elettro-pop d’avanguardia, i Bluvertigo, culminata nel primo videoclip musicale della storia realizzato per i non udenti. Che affinità e che differenze riscontrate con la band di Morgan?
Noi abbiamo qualcosa di molto simile ai Bluvertigo. Ci siamo conosciuti all’alba del 1996, quando loro avevano già fatto un disco, ma tutto sommato erano all’inizio come noi. Siamo cresciuti insieme benché abbiamo dei punti di partenza diversi e innanzitutto c’è sempre stato un rapporto di amicizia, che è quello che tutto sommato caratterizza tutte le nostre collaborazioni. E quindi il progetto di “Disco labirinto”, in particolare il pezzo, è nato per gioco. Una notte Marco e Andy erano a Torino in un locale a mettere i dischi; siamo andati a ricuperarli, ci siamo chiusi in studio e abbiamo fatto un pezzo che doveva rimanere il giocattolo di una sera piuttosto alcolica conclusasi alle 9 di mattina. Poi, ascoltandolo dopo avere smaltito tutto, abbiamo capito che il pezzo ci piaceva e abbiamo deciso di utilizzarlo nel disco. Dopodiché è venuta fuori l’idea del video di “Disco labirinto”, con guida appunto per le persone sorde; un’idea che ci è stata proposta dallo Studio Elastico, che è uno studio di architetti di Torino, con il patrocinio dell’Istituto Sordomuti di Pianezza. Abbiamo deciso di fare questo esperimento che pare riuscito perché oltre ad avere avuto il patrocinio dell’Istituto, ha anche avuto delle persone sorde che hanno guardato il video, hanno seguito la lavorazione e hanno fatto sì che effettivamente fosse un video di una certa utilità scientifica. Logicamente rimane un videoclip, con tutti i limiti che può avere un videoclip, però l’esperimento è stato bello e speriamo di ripeterlo, magari anche in altri termini, e che apra una strada verso un’attenzione diversa rispetto a questi temi.
Cosa può permettere a un non udente di seguire un videoclip musicale?
La vibrazione. La vibrazione era una chiave che dava un senso all’esperimento, perché comunque le persone sorde percepiscono le vibrazioni e quindi la visione del video insieme a questa percezione di vibrazione creata dall’impianto che emette i suoni dà una percezione musicale. Noi con il video non abbiamo fatto altro che enfatizzare queste vibrazioni direzionandole. Anche con il testo, che tra l’altro è stato variato leggermente per entrare un po’ nel mondo della persona sorda.
Quali sono le vostre influenze musicali e cosa ascoltate adesso?
Noi ci siamo sempre rifatti al mondo della musica dance. Dance intesa non solo come musica da discoteca, ma proprio come musica atta a smuovere fisicamente le persone. Prima ancora di cercare la melodia accattivante o il testo particolarmente ricco volevamo arrivare proprio al fisico delle persone, riuscire a muoverle, a farle ballare. Ovviamente non curiamo solo quell’aspetto; abbiamo un’attitudine abbastanza giamaicana, seguiamo tutte le parti della canzone allo stesso modo: il ritmo, la melodia, il testo e l’arrangiamento. Questo ci ha permesso di arrivare come dicevo prima a toccare il fisico e a far muovere le persone ma anche, in un certo senso, ad andare più in profondità.
Cosa pensate del ritorno al rock degli U2 dopo le recenti divagazioni elettronico-avanguardistiche di “Pop”?
Il nostro pensiero è che comunque, alla fine, l’arrosto non è come il sofficino, nel senso che il gusto dell’arrosto rimane quello anche se tu lo camuffi da sofficino. Non dico che ognuno debba rimanere nel suo, perché comunque gli U2 hanno fatto la loro strada negli anni ’80 ed è una cosa buona. Dopodiché c’è da dire che si sono sempre riferiti, in quanto a produzioni, a personaggi importanti come Howie B piuttosto che questo ritorno al rock segnato da due produttori come Brian Eno e Daniel Lanois che meritano assolutamente il massimo rispetto nella scena mondiale. Quindi un bel disco, molto allegro, molto giocoso. Noi non ne faremo di sicuro uno così. Sicuramente gli U2 non fanno parte dei nostri ultimi ascolti e quindi ci cogli anche un pochino impreparati, con questa domanda, però li abbiamo visti a Stoccolma, ci hanno salutato, abbiamo cenato insieme e tra l’altro vi salutano tantissimo.
Grazie. Tornereste a Sanremo?
Sì. Tutto sommato torneremmo a Sanremo anche perché c’è il progetto di una lista elettorale che noi vorremmo presentare nel nord Italia che si chiama “Io Ti Amo E Amo Tutti”. E’ praticamente una lista pentapartitica e pentapolitica attraverso la quale vorremmo tra l’altro rivalutare il Festival di Sanremo o comunque farlo a nostro uso e consumo e a uso e consumo di tutti i giovani che popolano il mondo e che soprattutto amano. Quindi noi torneremo a Sanremo un giorno, non quest’anno. Non si sa quando ma un giorno ci torneremo e lo faremo sotto un solo simbolo che è quello dell’ammore, con due m.
Quest’anno tocca ai Bluvertigo.
Quando siamo stati a Sanremo c’era una situazione molto particolare. Purtroppo quest’anno noi, finita la tournée ci siamo quasi subito chiusi nel nostro studio a lavorare e quindi non abbiamo prestato molta attenzione a quelle che sono le proposte di quest’anno. Anche perché, pur essendoci passati, non appartiene al nostro mondo musicale. Io penso che i Bluvertigo abbiano le capacità e sicuramente anche il pezzo per riuscire a fare più o meno quello che abbiamo fatto noi l’altr’anno, ovvero far capire che in Italia esiste una scena musicale fatta di gente che suona e che se non ci fosse Sanremo continuerebbe a suonare lo stesso. Però con Sanremo può mettersi in mostra di fronte ad un pubblico enorme e con questo sicuramente attirare più gente come è stato per noi ai concerti. Far capire che ci sono dei gruppi che suonano e che hanno delle forti capacità da esprimere. Penso che andrà molto bene per loro. Poi si vedrà. Sanremo è un po’ un terno al Lotto; dipende come riesci a venirne fuori, da come ti prepari prima. Io spero per loro che vada molto bene. Sicuramente andrà bene! Forza ragazzi!
Quest’anno c’è anche il grande ritorno a Sanremo di Peppino Di Capri!
Beh, è logico che Sanremo, in quanto Sanremo, ogni anno deve avere un tocco di Partenopeo, il che è anche giusto. Noi l’anno scorso abbiamo avuto modo di conoscere Gigi D’Alessio ed eravamo talmente entusiasti che nelle notti durante il festival, non essendoci veramente niente da fare, siamo stati in giro per Sanremo e abbiamo rubato un paio di manifesti di Gigi D’Alessio che poi abbiamo appeso in camera. E quindi, che dire? Che Peppino comunque ci sta veramente dentro!
Comunque il 2000 è stato per voi un anno particolarmente intenso. Possiamo considerarlo il vostro anno fortunato?
Sì, è stato un anno molto bello per i Subsonica. Ci ha dato la possibilità di esprimerci, come ti dicevo prima, di fronte a tantissime persone, abbiamo fatto un ottimo tour con tantissima gente e siamo molto contenti. Speriamo che il 2001 sia altrettanto felice.
Ora avete un nuovo singolo in circolazione.
Che ci prepara al 2001 e che saluta il 2000. Si chiama “Strade” ed è l’ultimo singolo dal nostro album “Microchip emozionale”. Abbiamo tratto più singoli noi dal nostro disco che i Backstreet Boys dal loro. Però finchè c’è la Mescal che ci paga i singoli noi ne possiamo fare anche altri! Siamo l’ultima vera boy band, quindi è giusto che abbiamo fatto più singoli noi dei Backstreet Boys! Anche perché loro sono molto più bassi di noi… Tra l’altro c’erano anche loro a Stoccolma e vi salutano tantissimo.
Fantastico! Non li vedo da una vita. Grazie. A quando il nuovo album? Siete già in grado di anticipare qualcosa?
Guarda, se te lo dicessi non mi crederesti! Il nuovo album, se non ci sono vizi di forma nella composizione del Long Playing, vedrà la luce intorno alla fine di agosto/primi di settembre. La prima uscita dell’autunno dovrebbe essere quella buona. Appena cadono le foglie, dagli alberi cadranno anche i nostri cd. Quindi occhio a trovarvi sotto gli alberi! Dopodiché ci auguriamo un’evoluzione di quello che abbiamo fatto “preascoltare” in questi due dischi. Speriamo di fare un album che valga la pena ascoltare e, perché no… amare!
(Diego Ancordi)