SAEZ
Il pop siderale e ambientalizzato degli Air. Il funk robotico e “technicizzato” dei Daft Punk. Il soul funk spaziale di Alex Gopher ed Etienne De Crecy. In questi giorni il suono della Francia esportato nell’Unione Europea, grazie ai gruppi suddetti, assume questi contorni. Quelli di una musica quasi sempre digitalizzata, spesso lontanissima dal concetto di rock. E’ quindi una sorpresa “Jours etranges”, disco d’esordio di Saez per la Island. Un disco rock da un musicista d’oltralpe che, anziché manipolare macchine, ha deciso di imbracciare una chitarra; invece di scappare dalla realtà (escapismo è la parola d’ordine per i progetti dance e di musica elettronica in genere), la guarda dritta in faccia, scoprendosi, mettendosi a nudo, parlando delle debolezze, dei pruriti, delle angosce di una “povera generazione” che, come recita “Soleil 2000”, “non ha più un cazzo da fare in questo inferno”. Ne abbiamo parlato con l’autore durante un’intervista telefonica.
Strano che in un periodo in cui in Francia la discografia sembra concentrarsi sulla produzione di progetti dance o orientati verso la musica elettronica si dia spazio a un disco come il tuo, con una chiara matrice rock.
Vista dall’interno della scena discografica francese, questa scelta non è poi così strana. Voglio dire: in Francia, che all’estero è conosciuta in questo momento soprattutto per produzioni come quelle dei Daft Punk o degli Air, solo i Daft Punk hanno ottenuto un successo considerevole. Gli altri progetti, Air compresi, non hanno avuto una grossa esposizione e nemmeno il pubblico li conosce più di tanto.
Comunque suona bizzarra questa decisione di pubblicare un disco di una cantautore, che oltretutto canta in francese, anche in Italia......
Non lo è. Non lo è perché io mi sento molto vicino alla cultura italiana. Amo il vostro paese. Amo il vostro cinema: Fellini per me è un punto di riferimento a cui guardare. E poi amo la commedia dell’arte. La sua melodrammaticità. Non mi sembra quindi strano che il mio disco esca anche in Italia...
E in Francia chi è oggi Saez. Come è visto un cantautore che usa il rock per parlare della propria generazione?
E’ visto come una proposta difficile da assimilare. Era tanto che non c’era nessuno che usava testi crudi come sto facendo io. Sono curioso di vedere che reazione avranno i francesi con la mia musica...
Come definiresti la tua musica?
Non saprei... Non mi piace l’idea di chiudermi in uno stile, in una zona musicale predefinita...
Okay... mettiamola così: penso che la tua musica usi il rock per raccontare storie e, in fase di produzione, abbai anche assimilato alcune sonorità “elettroniche” e un’idea di arrangiamento del pezzo che dà valore aggiunto alla semplice rock song......
Sono d’accordo con quello che dici. L’arrangiamento è importante all’interno dei miei brani, anche se i testi sono comunque l’elemento principale della mia musica...
Già...i testi. Come nascono i tuoi brani: attorno ai testi o arrivano dopo le melodie?
No, la musica nasce per prima, anche se le melodie sono spesso pensate lavorando su una chitarra acustica o su un piano e poi limate a secondo dell’esigenza del testo che ci costruisco intorno.
Il tuo gruppo che ruolo ha nella realizzazione dei brani?
Il mio gruppo è una delle maggiori fonti di ispirazione. Lo è perché ognuno di loro è un mio amico. Passiamo molto tempo insieme. In pratica divido la mia vita con loro e quindi molte idee mi vengono interagendo con loro.
Abbiamo parlato dei testi. Qual’è il messaggio principale che vuoi dare con le tue canzoni?
Il messaggio é: non vogliamo le vostre soluzioni!
Presumo che, per un ragazzo della tua età, 23 anni, voglia dire che non vuoi le soluzioni del mondo degli “adulti”…
Esattamente.
Non accettare le loro soluzioni anche a costo, come dici in “Soleil 2000”, di non avere altra soluzione che “essere dei disperati”. Una visione pessimista delle cose......
Sì e no. Ci sono luci ed ombre nei miei testi. Mi ritrovo parecchio nella letteratura francese, in autori come Baudelaire o Rimbaud, che con questi contrasti hanno giocato parecchio. Ma, mentre studiavo teatro mi ha affascinato moltissimo la commedia italiana. In particolare mi è piaciuta molto la simbologia della maschera. Questa maschera che divide ciò che è vero dal falso. Un contrasto che mi affascina. La verità e il suo contrario.....
Hai parlato di Rimbaud e Baudelaire. Ci sono altri scrittori che ti hanno in qualche modo influenzato nel tuo modo di scrivere?
Zola, Rilke, Calvino sono senz’altro i miei preferiti.
E musicalmente.... Hai qualche punto di riferimento fisso?
Bob Dylan e Brel sono stati artisti che mi hanno sicuramente colpito, ma ci sono molti altri artisti che mi sono piaciuti e che mi hanno avvicinato alla musica.
A scoltando “Jours etranges”, vengono in mente, in modo particolare, Jeff Buckley, per la tua figura centrale all’interno del gruppo, e Bono per la tonalità della voce...
Posso solo acconsentire..... “Halleluja”, la cover di Leonard Cohen che Buckley ha cantato nel suo primo disco, è uno dei pezzi che più mi hanno colpito. E per quanto riguarda Bono, beh, non posso negare che la mia voce rimandi a lui.
Come mai hai deciso di fare una cover di “My funny Valentine”?
A ventitre anni bisogna essere pretenziosi. Bisogna avere il coraggio di attaccare classici come “My funny Valentine”....
A parte la cover di “My funny Valentine” “Jours etranges” si chiude con due stupende ed emozionanti ballate (“Montee la haute” e “Petit prince”) che fanno fare al disco un salto di qualità impressionante.....
Il prossimo disco, a cui stiamo già lavorando, sarà tutto così. Molti arrangiamenti, meno chitarre rock. Non resta che attendere…
(Giampaolo Giabini)