Un’artista fuori dal comune, Cristina Donà. Due Premi Tenco nel giro di tre anni, il secondo ricevuto quest’anno come migliore artista emergente, dopo il secondo disco “Nido”. In quest’intervista realizzata in occasione della consegna del premio, parla di questo, ma anche del suo ultimo progetto: “Appena sotto le nuvole”, il libro appena pubblicato da Mondadori. Quest’anno sei tornata al Tenco per ritirare un’ennesima Targa, dopo quella conseguita nel 1997 per la migliore opera prima. Sei contenta?
Sì, certo, anche se non è proprio l’ennesimo premio, è soltanto il secondo! All’inizio ho pensato che gli organizzatori si fossero sbagliati, poi mi sono sentita un po’ strana perché in genere i premi mi hanno sempre fatto effetto: li ho sempre visti consegnati agli altri, poi quando hanno iniziati a darli a me sono rimasta sorpresa… E’ come se all’inizio non sapessi che uso farne - anche perché uno non sa mai cosa farci con i premi, a meno che non siano degli specchi o delle caraffe – ma comunque sono molto contenta, anche per il fatto che siano riusciti a riportarmi qua dopo il ’97. Quella fu un’esperienza che lego molto all’esibizione di De Andrè, avvenuta immediatamente dopo la consegna del nostro premio. I miei musicisti hanno ricevuto i complimenti dei suoi e quindi camminavano a un metro da terra…! Insomma è stato bellissimo ritornare qui come vincitrice di un altro premio… sono felice che ci sia un riconoscimento al mio lavoro e all’impegno, che è la cosa che ci mettono tutti ma che poi non sempre viene apprezzata…ma quello dipende dal fatto che si paga… eh sì, perché tanto le strade sono due: o si paga o la si dà via…
oppure tutt’e due…
…esatto, quando una non ha abbastanza soldi, oppure quando non è sufficientemente attraente…
La faccia del Premio Tenco è cambiata molto ultimamente: quest’anno, ad esempio, c’erano diversi artisti mainstream e molta musica popolare. E’ cambiato il Premio o la musica che gli sta intorno, a cominciare da quella di Sanremo?
Per quanto riguarda il parallelo tra il Festival di Sanremo e il Premio Tenco, credo che sia stato Sanremo ad accorgersi di avere bisogno di cose più fresche e più nuove, meno melense. Per quanto riguarda le altre influenze etniche e popolari credo che fosse ora visto che è una cosa che succede da parecchio tempo all’estero. Evidentemente è un momento in cui noi italiani abbiamo bisogno di riappropriarci della nostra tradizione, però di renderla maggiormente originale e fresca, piuttosto che filtrarla attraverso la tradizione americana… poi è difficile per la nostra generazione eliminare proprio quel tipo di influenza che è anglofona, perché è stata la mia formazione, però è importante provare a fare delle cose nostre, mi piace sapere che quello che faccio è frutto di un’elaborazione mia personale, anche se poi con la lingua italiana è molto difficile uscire. E’ un lavoro molto interessante quello che si sta facendo - anche a livello teorico - sulla costruzione di una nuova musica italiana: penso al lavoro fatto da gruppi come Bluvertigo, Samuele Bersani, Afterhours, Quintorigo, Carmen Consoli che hanno iniziato a fare altre cose: c’è più coraggio, anche se non so se tutto riesce ad arrivare alla gente… ce l’hanno fatta Max Gazzè e Carmen Consoli, però forse limando le cose più interessanti ed estreme della propria musica…
Di recente hai fatto un viaggio nell’America di Springsteen che diventa anche un libro…come è nata l’idea?
I due viaggiatori siamo io e Michele Monina che è uno scrittore non notissimo però bravo e che sicuramente diventerà famoso - e io me lo sono fatto amico per quello -: lui è un grande appassionato di musica, nei suoi libri ci sono continue citazioni di frasi di autori italiani e stranieri, tanto che siamo diventati amici parlando dell’argomento musica. Siccome lui collabora con Gente Viaggi, abbiamo proposto al giornale un itinerario americano con le città di Springsteen, quelle citate nelle sue canzoni e quelle in cui è nato e vissuto. Abbiamo proposto questo itinerario senza pensare che avrebbero accettato, e invece l’hanno fatto. Ovviamente l’idea anche su carta non era solo quella di parlare di Springsteen, ma un pretesto per fare un viaggio particolare, però ci piaceva l’idea di farlo e di inserire anche altri autori legati alla letteratura come Wallace, Carver e altri… nel libro ci sarà un po’ di tutto, tenendo presente che è nato come proposta sull’itinerario springsteeniano, e che l’America raccontata da lui risale ormai a 20 anni fa, mentre la nostra è una visione molto recente.
Qualcosa di quello che hai visto finirà anche in qualche tua canzone…br> Sicuramente, anche perché vedi delle cose che ti stimolano tantissimo, come succede sempre con un posto nuovo. Poi lì la percezione degli spazi è totalmente diversa, è una cosa che mi avevano detto tutti, ma che fino a quando non sperimenti non sai davvero cos’è,,, vorrà dire che scriverò “Grande grande grande”!!
Parliamo un attimo anche del tuo ultimo singolo, “Goccia”, che mi sembra sia stato proposto in una confezione molto interessante
Fin da quando è uscito “Nido” desideravo utilizzare “Goccia” come singolo, anche perché nel brano è presente Robert Wyatt, che ha dato un contributo molto prezioso. Per una serie di motivi affettivi volevo che uscisse come singolo, anche se non ci speravo moltissimo perché è un pezzo molto lento, ma alla fine, dopo molte insistenze, la mia casa discografica mi ha fatto il regalo. C’è poi “Goccia” in traccia video, poi “Terra blu” che faceva parte di “Patrilineare”, “Fireworks” che è un brano che ho scritto con Giovanni Ferrario dei micevice, un gruppo davvero bravissimo, e poi c’è la cover di “Genesis” di Jorma Kaukonen, incisa per una compilation… l’immagine di copertina è presa dal video che abbiamo girato in Inghilterra a casa di Robert Wyatt. Lui e sua moglie sono stati gentilissimi come al solito, ci hanno accolti nella loro casetta al mare e abbiamo passato del tempo splendido con loro…
(Luca Bernini)