Le stagioni del cantautore emiliano non finiscono mai....

La recente Targa Tenco ottenuta per “Ho ancora la forza”, canzone scritta in coppia con Luciano Ligabue, lo ha trovato, come al solito, tra il disponibile e il distaccato, ché le stagioni passate sono tante e la voglia di farsi sorprendere arriva solo a ragion veduta. Francesco Guccini ha portato al Tenco le canzoni del suo album “Stagioni” insieme a qualche grande canzone del passato, animando come sempre i vivaci dopocena della rassegna. Il tutto per una vacanza di lavoro durata tre giorni, nel corso dei quali Guccini ha anche accettato di buon grado qualche incontro con la stampa. E’ stata l’occasione per fare un punto fugace della situazione...
La storia delle tue canzoni è spesso legata all’impegno civile: cosa pensi di episodi recenti come “Il mio nome è mai più” e più in generale credi che abbia ancora un senso ‘schierarsi’ con la musica?
La musica si dovrebbe schierare, gli americani lo fanno sempre...tra l’altro “Il mio nome è mai più” è nata da una canzone che abbiamo fatto insieme con Ligabue e che poi lui mi ha chiesto il permesso di far trasmigrare come titolo in un’altra canzone... la musica dei cantautori nasce sempre per schierarsi, per essere di parte, a volte perfino per essere faziosa...

Hai scritto canzoni per i giovani e sui giovani, come “Samantha”...che idea ti sei fatto di loro?
Oddio, non è che mi sia fatto una grande idea perché non è che frequenti molto i giovani, anche se ce n’è parecchi che vengono ai miei concerti. “Samantha” nasce da un’idea che ho avuto una volta in una periferia milanese; ho avuto questa visione dei casermoni, con queste scale piene di graffiti, ho immaginato questa storia impossibile tutta inventata e di fatto alla fine della canzone dico che sono preso da una strana malinconia... che poi è inutile perché Samantha e Andrea, i due protagonisti della canzone, sono dei personaggi inventati anche se poi esistono da un’altra parte. Il mondo è pieno di Samanthe e di Andrea... la cosa che mi incuriosisce di più è che mentre le nostre nonne avevano dei nomi da nonna, come Maria, adesso fra un po’ si dirà andiamo da nonna Samantha, ed è una cosa che mi fa un po’ ridere... sarà pur bene affar loro quando cresceranno e diventeranno nonne...

Hai anche scritto alcune canzoni per tua figlia...
Sì, è vero. Sono responsabile di due canzoni: “Culodritto”, che risale a quando mia figlia Teresa aveva pochi anni e di “E un giorno...”, che la tratteggia da adolescente... ma credo che non ne scriverò più...bisogna bene sapersi fermare, a volte...

Nelle “Stagioni” raccontate nel tuo ultimo disco manca totalmente l’estate: perché?
Perché d’estate sto talmente bene che non ho voglia di scrivere canzoni. Vado al mio paese, in montagna, e faccio altre cose... L’estate è la stagione che vorrei proseguisse tutto l’anno.. è quando uno si sente un po’ sfigato che scrive canzoni...

Ti piace ricordare, comunque...
Alcune canzoni parlano dei ricordi che inseguono altri ricordi... ricordare è un modo di mantenersi vivi. Il futuro è misterioso, il presente passa attimo dopo attimo... ci rimane solo il passato da esaminare...

Ti trovi sempre bene al Tenco?
Sì, anche se la goliardia di un tempo sta finendp, perché si stava meglio quando eravamo in meno ed era più facile essere scanzonati e goliardici... Ora non so se verrò anche i prossimi anni, perché mi sto esaurendo, e poi anche suonare è diventato più difficile. Ci sono molti gruppi, non sai mai quando provi e quando suoni, è diventato quasi un motivo di stress...

Comunque non sei riuscito a battere Vecchioni, che ha partecipato a tutte le edizioni del Tenco...
Be’, è difficile battere il suo record. Lui li ha fatti tutti, io ne ho saltati un paio per malattia... ma se li avessero fatti tutti d’estate sarei anch’io al massimo del punteggio...

Torniamo a parlare d’estate: visto che non scrivi canzoni, cosa fai?
D’estate vado al paese e faccio le cose che si fanno d’estate... c’è il lago, si va in canoa, si fanno delle camminate, si sta con gli amici...

Hai scritto una canzone molto cruda, “Quattro stracci”, nella quale parli senza troppi peli sulla lingua della separazione da tua moglie. Non è un colpo basso mettere in piazza i propri affari privati in questo modo?
No assolutamente. Potrei dire che è un giusto colpo basso, però la canzone è un po’ come un romanzo per cui sei presente ma sempre un po’ distante. La canzone diventa come il lettino dello psicanalista, in cui inventi delle cose dal di fuori e quasi mai dal di dentro, per cui sei coinvolto ma mai del tutto. Io sono sempre molto lucido, a questo proposito.


(Luca Bernini)

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