Alex Collier, mente e leader dei belgi Hooverphonic, è uno dei personaggi più intelligenti che può capitare di incontrare ad un giornalista. Look a metà fra il rockabilly e gli anni ’80, mostra una visione della musica a 360°, una mentalità apertissima e un grande rispetto nei confronti del pubblico. Qualità riscontrabili nei dischi degli Hooverphonic, che attraversano la materia musicale in ogni direzione, senza preclusione alcuna e con largo uso di tecnologia e di sampler. La caratteristica principale del sound di questo gruppo (che incorpora, oltre a Collier, programmatore/chitarrista/tastierista, la cantante Geike Arnaert e il chitarrista Raymond Geerts) è la straordinaria capacità evocativa. Ogni canzone, come quelle dell'ultimo "The magnificient tree", sembra fotografare una storia, immortalare un’immagine o una scena. Non a caso gli Hooverphonic sono richiestissimi per colonne sonore cinematografiche, televisive e di spot pubblicitari. In effetti Alex ha frequentato la scuola di cinema RITCS di Bruxelles e ha lavorato come tecnico del suono per la televisione nazionale belga, prima di formare questo gruppo. Quanto c'è in comune tra tra la tua passione per il cinema e quella per la musica?
C’è sicuramente qualcosa in comune fra le due cose. Prima di frequentare la scuola di cinema avevo comunque già scritto delle canzoni, però più vicine al rock. Ho poi avuto un insegnante molto bravo che mi ha abituato a mettere insieme musica e immagini, anche dal punto di vista squisitamente tecnico, e mi ha insegnato ad usare sonorità di ogni genere, dalle voci umane alle porte che sbattono, a tutti i rumori della vita quotidiana”.
E’ interessante il fatto che voi non costruiate le canzoni sui sample, come di solito viene fatto, ma utilizzate il procedimento inverso. Questo contribuisce a dare un significato ed un aspetto più ampi a quelle che comunque nascono come vere e proprie canzoni...
Un sample da seguire è una cosa dalla quale non puoi deviare, mentre invece una buona canzone può essere eseguita in vari stili: puoi farla acustica, o solo con voce e pianoforte, o in altri modi, e questo è ciò che può darle la vera forza. Burt Bacharach negli anni ’60 è stato un po’ il maestro di questo modo di concepire la musica.
Nei brani degli Hooverphonic ci sono atmosfere d’altri tempi, attualizzate con dicrezione dalla tecnologia. C’è inoltre una gamma sonora molto ampia, con utilizzo di suoni di strumenti classici ed elettrici...
C’è una sorta di dualismo fra gli estremi della nostra musica. Per me andare a ricercare cose del passato non significa copiarle; a noi piace semmai riciclarle, rielaborarle e utilizzarle per creare qualcos’altro. Gli Oasis, per esempio, copiano dal materiale degli anni ’60 cose che ripropongono nello stesso modo, mentre ci sono altri artisti come Back o i Propelleheads in grado di attingere a materiale e riplasmarlo. Anche nei testi mi piace andare agli estremi delle cose: puoi trovarci per esempio dei riferimenti all’odio che puoi provare per una persona perchè non ti piacciono certe sue cattive abitudini ma dalla quale sei allo stesso tempo attratto.
Quindi c’è una sorta di odio-amore?
Sì. Si parla comunque sempre di situazioni estreme. La società è qualcosa che ti consuma, che assorbe completamente le persone, quindi se non stai attento rischi di essere travolto da certi meccanismi sociali. Jackie Cane, per esempio, è una vittima della società e ascoltando la canzone puoi provare tenerezza nei suoi confronti, ma alla fine c’è una specie di canzoncina che sembra prenderesi gioco di lei. Questa figura da una parte può farti tenerezza, ma dall’altra può risultarti stupida e meritarsi i problemi che ha. Sono le due visioni estreme della situazione e forse la cosa migliore sarebbe stare esattamente a metà.
Tutto questo si ripercuote anche sulle sonorità, che sono molto varie. Dal vivo vi presentate come una vera e propria band (voi tre più due session men: un batterista e un tastierista) e utilizzate quindi molto meno la tecnologia, con una gamma di suoni presumibilmente più ristretta.
Normalmente si preparano prima le canzoni insieme, poi si va in sala a registrarle. Noi lavoriamo in modo diverso: scriviamo le canzoni e le incidiamo, ma quando dobbiamo prepararci per il live non cerchiamo di rifare quello che è stato creato per la sala d’incisione, ma cerchiamo di imbottigliare l’essenza della canzone e poi la reinventiamo usando le basi registrate solo dove è strettamente necessario. Così è successo ad esempio per “Mad about you”, che senza non reggeva. “Vinegar & salt” è invece stata rifata con pianoforte e poche altre cose. Così nell’album trovi atmosfere più lounge e rarefatte, mentre dal vivo si crea una maggiore energia. Anche per il pubblico andare a un concerto significa trovare cose diverse da quelle che ha già a casa nel cd. Per lo stesso motivo io non amo i dischi live, che costituiscono una specie di compromesso.
Utilizzate anche effetti creati da voi?
La maggior parte degli effetti sono creati da noi, non usiamo cose preregistrate. Anche i loop di batteria sono sempre registrati da noi e riportati nel cd, in modo che tutte le sonorità siano esclusive di quel disco specifico e quindi non riscontrabili in altre incisioni. Così, il fruscio del vento lo abbiamo registrato in una foresta, le onde del mare le abbiamo registrate su una spiaggia, e così via. Tutte sonorità non ripetibili.
Questo forse salva la creatività della musica in un futuro nel quale già ci saranno sempre meno band e sempre più DJ/produttori che fanno musica da soli.
Per me è anche una questione di rispetto nei confronti del pubblico. In alcuni gruppi la forza viene dalla parte preregistrata (vedi Moby e Garbage). Spesso ai concerti trovi sul palco fior di musicisti che però non vengono usati. Allora preferisco un DJ che fa tutto lui e me lo fa capire; sempre meglio di personaggi che si portano appresso una band ma la utilizzano solo per riempire quello che viene fatto in gran parte dalle macchine.
(Diego Ancordi)