Un viaggio nella canzone d'autore italiana, alla guida Gio e Cesare...

“Crocevia” è il nuovo album dei La Crus, contenente 13 canzoni di vari autori e di varie epoche per l’occasione accomunati da un arrangiamento che ricalca perfettamente lo stile a cui il gruppo milanese ci ha abituati. In effetti, pur contenendo solo canzoni di altri, questo album suona (ed è) come un disco dei La Crus, amalgamando in un’unica veste contemporanea brani concepiti e realizzati in periodi diversi, che coprono 40 anni di storia della musica italiana. Dietro la curva del cuore si trova dunque un “Crocevia” di suoni, canzoni, sentimenti, emozioni, stili ed epoche. Ne parliamo con Mauro Ermanno Giovanardi (Gio) e Cesare Malfatti, rispettivamente cantante e strumentista-programmatore dei La Crus.

Sono passati esattamente due anni fra “Dietro la curva del cuore” e “Crocevia”. In realtà non siete mai stati assenti dalle scene, intraprendendo diverse iniziative.
Gio: Ci siamo tolti diverse soddisfazioni. Cose che avremmo voluto fare da un po’ di tempo ma non avevamo fatto. Abbiamo fatto concerti con un’orchestra sostanziosa (anche 20-25 elementi) che ci hanno dato molte soddisfazioni. Abbiamo fatto un tour con un quartetto d’archi. Abbiamo fatto uno spettacolo io e Cesare insieme a un regista teatrale che lavora con i video (“Mentre le ombre si allungano”); è stato molto bello perché era per noi una dimensione nuova ed era da tempo che volevamo fare delle cose con il teatro. Abbiamo poi iniziato questo disco, un progetto che io in particolare avevo in testa da un po’ di tempo e sono riuscito a convincere Cesare a seguirmi. A fine marzo uscirà anche un libro, un romanzo per gli Oscar Mondadori. Per cui c’è stato molto lavoro.

Un romanzo?
Gio: Sì, più di Alex che mio. Nel senso che è un suo libro: l’abbiamo iniziato a quattro mani e poi l’ha proseguito lui. Per chi non lo sapesse, Alex è il terzo componente dei La Crus, che ha curato parte del progetto solamente in studio perché lui non viene a suonare dal vivo e non fa interviste. Nel gruppo lui scrive i testi insieme a me e ogni tanto porta delle canzoni. Nel progetto del nuovo disco lui avrebbe avuto un ruolo minoritario per cui, mentre noi lavoravamo a questo, Alex ha portato a termine il romanzo.

Ma quando è nata l’idea di questo nuovo disco?
Gio: E’ nata mentre registravamo “Angela” di Tenco nel primo album (ride). Io lo volevo fare da tanto tempo, anzi, fin dall’inizio mi sarebbe piaciuto che il secondo disco dei La Crus fosse una cosa più o meno simile, un viaggio nella musica italiana. Fortunatamente Cesare mi ha tenuto a freno. Forse non era convinto nemmeno l’anno scorso che fosse il momento giusto, però ho cercato di convincerlo io e ci sono riuscito. Ci pensavo da molto perché questo tipo di recupero faceva già un po’ parte delle nostre proposte, già nel primo disco con “Angela” e con “Il vino” di Ciampi c’è stato il mood di questo tipo di scrittura, e mi faceva molto piacere il fatto che anche dopo i concerti tanti ragazzi giovani venissero a dirci che non conoscevano Piero Ciampi e si erano andati a comprare i suoi dischi.

Quanto avete impiegato per realizzarlo?
Cesare: Tanto. Siamo partiti a giugno e siamo andati avanti fino a pochi giorni fa. I primi di gennaio abbiamo fatto la masterizzazione. Per cui ci abbiamo messo molto più del previsto. Al momento di partire ci sono state un po’ di discussioni sul fatto di realizzare questo progetto con l’orchestra, perché con quella avevamo già preparato i brani nuovi per il tour e stavamo andando anche abbastanza bene, realizzando un certo tipo di rapporto su come realizzare gli arrangiamenti. C’era già un’idea su come lavorare. Poi per tutta una serie di cose si è invece pensato che era il momento giusto per fare un progetto di questo genere e siamo partiti. A giugno pensavamo addirittura di uscire in autunno e invece la cosa ci ha portato via parecchio tempo perché comunque il fatto di lavorare su canzoni di altri, di riuscire a ricreare la giusta situazione, la giusta organizzazione con testi scritti in epoche diverse è una cosa abbastanza difficile. Inoltre siamo partiti con l’idea di mettere molta personalità negli arrangiamenti, anche osando qualcosa. C’è molta elettronica, specialmente su brani molto famosi e di 20-30 anni fa, quindi si tratta di un discorso anche un po’ rischioso.

La scelta delle canzoni non deve essere stata facile. Pescare anche solo nella produzione di De André o Battisti è un’impresa!
Gio: De André ha creato le maggiori difficoltà; il suo è stato il pezzo più complicato da scegliere, ho cambiato opinione dieci volte su quale canzone fare. Insieme a Tenco e a Fossati lui è quello che ha saputo usare meglio l’italiano nella forma canzone. L’idea iniziale era “Inverno”, da “Tutti morimmo a stento”. Poi è saltata fuori l’idea di fare “Una storia sbagliata”, il brano che Fabrizio aveva scritto per Pasolini. Poi mi sarebbe piaciuto fare “Ho visto Nina volare”. “Amore che viene amore che va” non si poteva utilizzare perché l’aveva già rifatta Battiato. Allora ci siamo chiesti: ma perché non rifacciamo “La domenica delle salme” (un altro “pezzone”!)? Poi avevamo deciso di non far niente perché c’era l’imbarazzo della scelta e alla fine se la sono un po’ giocata “Giugno ’73” e “La ballata dell’amore cieco”. Forse un po’ per il clima, forse perché era un testo minore, abbiamo scelto “Giugno ‘73”, l’ultimo pezzo travagliato. Diciamo che alla fine, fra tutti e 13 i brani riproposti, “Giugno ‘73” è quello che è più un omaggio all’autore che non una vera e propria reinterpretazione.
Poi, “La costruzione di un amore” di Fossati era rischiosissimo per come è fatto, per quello che dice; “E penso a te” per altri motivi era molto complicato, un pezzo ormai nell’immaginario collettivo che poteva essere fin troppo famoso e anch’esso rischioso. In generale, comunque, le scelte sono state fatte in base al testo e alla possibilità di poter interpretare determinate cose in un certo modo. E’ un po’ un gioco perché in realtà molte di queste canzoni ci hanno ispirato, soprattutto dal punto di vista della scrittura. Siamo andati a scegliere dei brani che per come erano fatti fossero abbastanza “La Crus” e alla fine la cosa bella è che questo disco suona come un disco dei La Crus e non un disco di cover, che era l’ultima cosa che volevamo fare.

Ce n’è qualcuna, fra quelle presenti in “Crocevia”, alla quale vi sentite particolarmente legati? Insomma, la preferita?
Gio: Uno dei pezzi fondamentali di questo disco è “Illogica allegria” di Giorgio Gaber, che rappresenta più di altri quello a cui mi sarebbe piaciuto arrivare scrivendo “Dietro la curva del cuore”: ha questo testo che parla della serenità in maniera così semplice, lucida e credibile che quando l’ho sentita per la prima volta è stata una folgorazione. Parlare di serenità e di gioia in questo modo è molto più difficile che scrivere un testo sul turbamento esistenziale. Il limite tra queste emozioni quotidiane e la banalità è veramente molto sottile. Un’altra canzone importante è “La costruzione di un amore”, perché è il classico esempio in cui il testo passa da poesia a prosa; l’approccio non è quello con la strofettina e il ritornello, ma c’è un altro atteggiamento. Poi “Estate” per quello che per me ha rappresentato; una decina di giorni fa, a lavori finiti, l’ho fatta ascoltare al nostro tecnico luci che mi ha detto: “Finalmente la sento con sotto la musica! Da tre anni rompi le scatole canticchiandola in qualsiasi momento!” Poi ci siamo posti il problema che l’aveva fatta Vinicio Capossela nel “Liveinvolvo”, però l’abbiamo fatta comunque.

Voi, Cristina Donà e gli Avion Travel avete imposto un nuovo modo di affrontare la canzone. Cristina con dei riferimenti stranieri, il gruppo dei F.lli Servillo con uno sguardo sulla tradizione e con un approccio un po’ teatrale e voi con un approccio più italiano, a parte nelle ritmiche. Esiste un “movimento” della nuova canzone italiana? E voi sentite di farne parte?
Gio: Ci sono secondo me musicisti, come noi, gli Avion Travel o Vinicio Capossela, che attingono dalla tradizione in maniera pesante. La sfida su cui si basa la filosofia dei La Crus è proprio quella di fare convivere due esperienze molto diverse: la musica con la quale siamo cresciuti (dai Joy Division a Kruder & Dorfmeister, passando per 15-20 anni di new-wave e relative mutazioni) e il recupero di un certo tipo di scrittura. Per cui noi, rispetto per esempio agli Avion Travel o a Vinicio abbiamo un approccio più moderno perché comunque il lavoro sulla musica e sugli arrangiamenti è una cosa che ci interessa molto.
Cesare: Tornando alla tua domanda sulla nostra appartenenza a un movimento di questo genere, io credo di sì. Sentiamo di appartenere a una generazione di musicisti, in cui metterei anche gli Afterhours, Cristina Donà, Mau Mau, che ancora non è arrivata alla consacrazione del grande pubblico ma che sicuramente fa musica, gira l’Italia e si fa sentire da tanti anni. Forse ci accomuna la visione un po’ diversa della musica e del fare musica. E’ come se non ci fosse un gran desiderio di “commercialità”, ma ci fossero ancora dei principi e delle passioni musicali più forti del vendere abbastanza per arrivare. E questa differenza mi sembra che si colga. Alla fine c’è comunque un discorso di qualità che verrà fuori e ci farà crescere. A questo tipo di “mondo” io sento sicuramente di appartenere.

Trovate difficoltà nell’aprire in Italia una nuova via alla forma-canzone, o comunque nel proporre canzoni in forma “non classica”?
Cesare: Sì, perché alla fine ti rendi conto che chi realmente sfonda e riesce a incontrare il grande pubblico fa un discorso musicale completamente diverso dal nostro. E se noi magari facciamo delle piccole concessioni al commerciale cercando di rendere più fluida la nostra musica, ci portiamo comunque dietro un modo di atteggiarsi alla musica che si sente e che magari non ci fa raggiungere grandi numeri ma ci fa essere orgogliosi della qualità.

Beh, credo che i riconoscimenti per questo non siano mancati: dal Premio Tenco al referendum di “Musica e Dischi”, dal Premio Ciampi al P.I.M., al concorso Max Generation… La critica vi adora!
Cesare: Certo! Alla fine, senza falsa modestia, ogni volta che affrontiamo una prova discografica abbiamo la critica dalla nostra parte e anche questo disco, che è un po’ pericoloso perché si andavano a prendere dei brani fatti e rifatti da altri, stiamo ottenendo veramente grandi consensi a livello di critica e questo ci fa molto piacere.

Il Festival di Sanremo non è stato finora contemplato per scelta o per caso?
Cesare: Ci siamo passati in un certo senso “di lato” con vari discorsi che è un po’ complicato affrontare. Non avremmo nessun problema a parteciparvi: lo consideriamo solo una possibilità di farsi vedere da tanta gente e siamo ben contenti che piano piano si stia aprendo a realtà come la nostra (vedi Subsonica) e felicissimi di quello che è successo l’altr’anno con la vittoria degli Avion Travel. Se ci sarà la possibilità non ci tireremo indietro.
Gio: Noi in realtà l’anno scorso siamo arrivati fra i 30 scelti, ma non fra i 15 che ci dovevano andare. La giuria di Sanremo ha giudicato il nostro pezzo troppo sepolcrale. Lo stesso pezzo l’abbiamo portato in tour dopo due settimane e ancora adesso ci arrivano mail del tipo: “Sembra un sogno. Ci sarà nel prossimo disco?”. Comunque forse è stato meglio che l’anno scorso non ci abbiano presi, perché questa nostra eventuale partecipazione non era stata concepita molto bene. Eravamo stati presentati per la categoria Giovani e avevamo già fatto 4 dischi, quindi l’idea che ci fossero i Subsonica, che avevano fatto un solo disco, tra i Big mi sembrava una cosa assurda. Io sono però convinto che Sanremo faccia bene. In questo momento, paradossalmente, è molto più politically correct andarci, perché secondo me è arrivato il momento di far vedere all’Italia che esiste anche un’altra Italia musicale. Certo andarci così, in maniera sporadica, è più difficile, però immaginati un Sanremo in cui ci possiamo essere noi, i Mau Mau, Vinicio, gli Afterhours. Secondo me nella provincia, che è poi costituita da quei 20 milioni di persone che vedono Sanremo ci sono un sacco di potenziali spettatori a cui potrebbero piacere determinate cose; solo che, appunto, vivono in provincia di Udine piuttosto che di Caserta, di Cuneo, o nelle valli di Bergamo. Sai, se hai 20-25 anni e abiti a Milano hai anche la possibilità di venire a contatto con un determinato mondo. Se stai in un paesino a 500 Km. da Milano dove comunque il riverbero delle cose arriva dopo 15 o 20 anni, è molto più difficile. Ma credo che faccia bene mostrare loro che l’Italia non è fatta solo di Massimo Di Cataldo o di Gigi D’Alessio, in quanto credo non siano in grado di apprezzare altre cose solo perché non le conoscono.

Che si tratti di semplici canzoni d’amore o di delicate introspezioni del sentimento, le vostre interpretazioni sono sempre pervase da un velo di malinconia. La vena malinconica è una caratteristica dei vostri lavori. E’ in questo modo che vivete i ricordi e i sentimenti?
Gio: Io come persona sono molto più solare di quello che canto, però mi viene molto naturale così. Quando compongo i pezzi, alla fine quello è il clima che mi interessa. Ho sempre pensato che la musica mi desse la possibilità di scavare, di andare un po’ a fondo, di poter risolvere determinate questioni e rispondere a determinate domande. Poi alla fine l’approccio deve avere una certa profondità che inevitabilmente si porta dietro questo clima. Per cui i La Crus sono a tutti gli effetti un progetto “mitteleuropeo” (ride), mediterraneo.

Come pensate di impostare il nuovo concerto?
Cesare: Il primo giro che faremo, dal 2 marzo sarà effettuato con una formazione abbastanza classica: saremo in 5 sul palco come siamo sempre stati nell’organico base dei La Crus e stiamo cercando di studiare qualcosa di particolare sulla scenografia. Poi vedremo se cambiare qualcosa per i concerti estivi. In autunno ci sarà sicuramente la possibilità di mettere a fuoco un progetto teatrale legato a questo disco con Teatridithalia e questa sarà un’altra bella esperienza che vogliamo sviluppare. L’attività live si articolerà quindi, probabilmente, in tre fasi: una prima fase nei club tra marzo, aprile e maggio con chitarra, basso, batteria, tastiere e voce; nel periodo estivo qualcosa di particolare che non abbiamo ancora studiato; dall’autunno una produzione teatrale che resterà fissa per qualche giorno a Milano prima di girare l’Italia.




(Diego Ancordi)

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