Gli anni '80 sono stati mitizzati? Sì, secondo un grande rocker di ieri e di oggi...

Mr. Steve Wynn è tornato. Il leader di una delle più importanti rock band degli anni ’80, i Dream Syndicate, ha sfornato uno dei migliori lavori della sua già lunga carriera solista. “Here come the miracles” è un viaggio nel passato, nelle radici di un suono e di un periodo troppo spesso mitizzato ingiustamente, come ci racconta lo stesso Wynn in quest’intervista. Ma il disco è anche un salto nel presente e nel futuro, fatto da un musicista che non ha paura di guardare avanti. Bentornato, Mr Wynn.

Questo disco suona un po’ come una summa di quello che hai fatto nella tua carriera: rock, cantautorato, psichedelia… Questa eterogeneità dei suoni è stata una scelta voluta?
No, non è stato programmato. Ho fatto quello che faccio di solito: ho scritto le canzoni prima di entrare in studio, come faccio sempre. Ma a differenza dei dischi precedenti, non avevo e non volevo avere idee su dove portare il disco. Queste session sono state così spontanee che ho lasciato che le idee venissero fuori da soli. Penso di non essere mai stato così “open minded” come in questo disco…

“Here come the miracles” è anche un disco molto lungo: 19 canzoni…
Alla fine della session ero contento ed ho avuto la sensazione che tutto fosse unito e appartenesse alla stessa radice. Potevo prendere dieci canzoni e fare un buon album e prenderne altre 7 o 8 e fare un altro buon album. Avrei potuto usarle come b-side, ma le avrei sprecate, così ho deciso di usarle tutte, perché ho avuto l’impressione che il disco sarebbe stato unitario, anche se così lungo.

Quanto ha contribuito al suono di questo disco la presenza di Chris Cacavas? Lo conosci da quando suonava nei Green On Red…
Certo, lui ha avuto un effetto molto forte… Avevo lavorato su due dei suoi dischi solisti. Erano state esperienze interessanti, perché piuttosto che dargli il mio suono, lo avevo aiutato a tirare fuori il suo. Così si è creata una grande confidenza tra di noi. E, data questa libertà di fondo nella lavorazione di questo disco, gli ho lasciato carta bianca su molte cose. E’ arrivato in studio con molte idee, che gli lasciavo sviluppare perché mi fidavo di lui. E’ un grande musicista, ma è anche uno che ama divertirsi con i suoni e con le macchine...

Avete la stessa origine musicale negli anni ’80. Non pensi che si possa percepire quest’accoppiata come un revival?
. No, non credo che la gente possa percepire questa accoppiata come “un ritorno degli anni ‘80”. Parlando realisticamente, chi si ricorda dei Dream Syndicate o dei Green On Red ci ha seguito strada facendo, sa quello che abbiamo fatto e non pensa “oh, è il ritorno del Paisley Underground”. Certo, proprio perché abbiamo percorso tanta strada assieme o parallelamente, lavoriamo bene assieme. Con lui non mi metterei mai sulla difensiva, come potrei fare con altri. Purtroppo non verrà in tour con me perché ha i suoi progetti solisti da portare avanti.

Avete registrato il disco a Tucson, Arizona. Questa strana città di confine tra il deserto e il Messico ha influenzato la lavorazione?
Stranamente si. A dir la verità, non siamo usciti molto dallo studio, siamo andati solo qualche volta nel deserto. Ma il posto ha un suo fascino, che in qualche modo ha contribuito all’atmosfera calma e rilassata, più aperta alle improvvisazioni. Un posto in mezzo al nulla, con un atteggiamento più calmo come Tucson ci ha suggerito un diverso modo di lavorare, più giocoso.

Questa voglia di giocare si vede anche dall’immagine che hai scelto per la copertina del disco…
L’ha fatta Johanette Napoletano (leader dei Concrete Blonde, ndr). Stavamo facendo un tour assieme, quando mi ha mostrato una polaroid di quel lavoro, ho pensato che rappresentava esattamente ciò che avevo in mente per la musica. C’è il cuore, quasi sanguinante, dipinto su un vecchio giradischi. Ecco come suona la mia musica, ho pensato quando ho visto quell’immagine.

Hai un seguito molto fedele in Europa, forse più che in America, dove tuttora vivi. Che effetto ti fa?
E’ incredibile il seguito che ho quaggiù: è una vera motivazione per me e per il mio lavoro, mi spinge a non fare cavolate nei dischi. Certo, non faccio musica per compiacere il mio pubblico, ma almeno per essere onesto nei confronti di me stesso e di chi mi ascolta. E’ una sorta di pressione positiva, sarebbe egoista se ne fregassi. Il rapporto con il pubblico americano è diverso. Il paese è così grosso che il mio rapporto diretto con il pubblico è limitato a quella decina di città dove mi esibisco regolarmente. Boston, la costa ovest, New York. Ma in mezzo c’è così tanto spazio che è impossibile preoccuparsi dello Utah o del Colorado. Per fortuna c’è Internet, che mi permette di raggiungere direttamente tutti i miei fans, in ogni posto. Per il resto è strano, ci sono trecento milione di persone e se vendi un disco ogni mille, stai facendo un gran lavoro… E’ un modo diverso, e capita la stessa cosa a un sacco di gruppi, che lavorano più qua che a casa.

Hai saputo degli Shivaree, che sono andati al primo posto dei singoli da queste parti, dopo che una loro canzone è stata inserita in uno spot?
Stai scherzando? Ci ho suonato assieme un paio di volte, hanno fatto un buon disco, ma in America hanno il pubblico che ho io… Il pubblico americano non si accorge di un sacco di cose e si perde un sacco di gruppi…

Hai capitanato uno dei gruppi storici del rock americano degli anni ’80, i Dream Syndicate. Cosa ne pensi oggi, a ragion veduta, di quel periodo?
In realtà negli anni ’80 era tutto più difficile: dominavano i sintetizzatori, i produttori pompavano il suono, le chitarre erano fuori moda... Fare questa musica in quel periodo significava partire dal presupposto che non avresti venduto neanche un disco. C’erano un sacco di band completamente fuori dal mainstream come i Dream Syndicate, i Replacements. Non dico che oggi sia facile, ma almeno c’è una possibilità di avere successo, almeno un successo di nicchia. Oggi c’è un’audience più sofisticata, negli States. Nel periodo in cui tutti parlavano dei Dream Syndicate e in cui il nostro nome era su tutte le riviste, Rolling Stone compresa, suonavamo spesso di fronte a poche decine di persone… Non succedeva la stessa cosa in Europa, per fortuna, ma passavamo dal suonare in club pieni zeppi a New York o Londra a dieci persone in un locale di Memphis… Era incredibile.

Quegli anni sono stati mitizzati, allora?
Credo proprio di sì. Se ascolti i dischi dei R.E.M., pure loro si sono dovuti scontrare con i dettami del tempo… Ora è OK fare dischi poco prodotti, crudi e un po’ rozzi. Il periodo è stato romantacizzato un po’ troppo. Ci volevano più palle allora, bisognava voler fare musica sul serio. Oggi si può fare musica non commerciale e vendere e centomila copie. E, per non sembrare romantico a mia volta, oggi ci sono band migliori di allora. Non sono un grande un fan di quel periodo, sono contento di averne fatto parte insieme ad un sacco di buoni amici, ma credo che non sia stato un gran momento per la musica.


(Gianni Sibilla)

Altre interviste

Alberto Fortis - Il racconto di un ritorno, dopo sei anni di assenza dalla scene... (19/02/2001)

Donnas - Il rock n'roll non è sempre una questione per soli uomini... (15/02/2001)

John Frusciante - Il carismatico chitarrista dei Red Hot Chili Peppers rivela i segreti del suo nuovo disco solista... (12/02/2001)

Elettrojoyce - Rock e parole d'autore nella musica del gruppo romano, che si racconta... (08/02/2001)

Marilyn Manson - Il resoconto completo dell’incontro del ‘Reverendo’ con la stampa, in occasione del suo attuale tour italiano... (05/02/2001)

© 2026 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.